EXPO VERSO POST-EXPO: QUALI LEZIONI PER IL FUTURO?
I molti contributi analitici sbocciati negli ultimi mesi e settimane su Expo- Post-Expo e tra questi anche quello del Commissario Expo sulle pagine del Corriere della Sera assieme a tanti altri chiariscono abbastanza bene una delle traiettorie portanti sulle quali indirizzare gli impatti di Expo nei prossimi mesi e anni e come trasferirne gli effetti positivi nel medio – lungo termine: la promozione del turismo in chiave di sviluppo delle relazioni internazionali derivate dall’evento e del suo mix tra buon livello di servizio, cultura, paesaggio e gusto dell’Italian
life style che sono stati enfatizzati nelle aspettative degli utenti, assegnando continuitĆ nelle capacitĆ di attrarre e – soprattutto trattenere – gli utilizzatori effettivi e potenziali (consumatori, investitori, imprese, istituzioni).
Un Grande evento deve innanzitutto essere un mezzo (di sviluppo, di benessere, di qualitĆ del contesto, di consapevolezza dei fattori di forza e debolezza) e non un fine, cogliendo “prima” cosa e come verrĆ trasferita la sua ereditĆ “dopo” e disegnandola proprio con questa scansione temporale. I tanti failures di non poche precedenti manifestazioni universali sono derivati da questo punto. Una prospettiva che può aiutarci a capire e scegliere la strada migliore per il dopo che ora sembra delinearsi all’orizzonte con la decisione del Governo di fare la sua parte in un progetto che ĆØ di scala europea, non solo milanese o lombarda.
Ma si può e si deve allargare lo sguardo indagando proprio quelle aspettative che l’evento a tutta evidenza, nonostante le (spesso improprie) critiche iniziali – ha sospinto e alle quali ha saputo dare risposte concrete per affidabilitĆ del servizio, continuitĆ e livello di prestazione. Uno degli epifenomeni, le code, apparentemente interminabili, e tuttavia sempre ordinate e ben canalizzate, vanno lette come una domanda crescente del rilievo dell’Italian
Life Style nel mondo da una parte e, dall’altra, anche e forse soprattutto come espressione di una forte domanda di partecipazione certo non “al ristorante globale” – come detto incautamente – ma quale segnale inequivocabile di volere contribuire al “cambiamento del mondo”.
Un cambiamento che parte dalla più antica tecnologia della vita che ĆØ il cibo con le filiere produttive derivate dell’alimentazione e dell’agro-industria (della ristorazione come del turismo ovviamente), cosƬ come della ricerca e innovazione che queste piattaforme di produzione e consumo (sempre più integrate e ben sintetizzate dalle figure dei prosumer) trascinano inevitabilmente. Quindi il tema “Feeding the Planet Energy for Life” si ĆØ rivelato ben focalizzato e del tutto coerente con la nostra storia passata recente e (probabilmente) futura, anche perchĆ© capace di intercettare le grandi sfide planetarie: climate change, fame, scarsitĆ dell’acqua, diseguaglianze, education, accessibilitĆ alle risorse.
Ć dunque, potremmo dire, l’avanguardia “normale” di un “popolo planetario” a essere stata presente a Expo per cambiare il mondo a partire dai giovani e dalle donne innanzitutto nella responsabilitĆ e sostenibilitĆ della ricerca di un nuovo rapporto tra uomo e natura, tra cultura e tecnologia, tra paesaggio e urbanesimo, tra territori e infrastrutture, tra manuale e intellettuale da consegnare alle nuove generazioni.
Accoppiamenti che ‘800 e ‘900 avevano cercato inesorabilmente di separare e che oggi vanno invece ricomposte e sui quali si sono addensati molti insegnamenti e lasciti di questa Esposizione Universale cosƬ diversa da quelle originarie del 1750 e del 1851, entrambe a Londra a “mostrare” i “salti” delle prime due rivoluzioni industriali relativamente a prodotti e tecnologie idrauliche e meccaniche, perchĆ© pone al centro le relazioni tra persone e culture, l’ambiente nel quale vivono e la conoscenza utile per migliorare la convivenza “sostenibile e responsabile” dell’umanitĆ intera.
Infatti sono almeno altre tre le dimensioni che vanno rilette per cogliere appieno l’impatto di Expo sulle capacitĆ attrattive e che riguardano gli utenti primari (i loro comportamenti), le imprese (le loro forme e traiettorie di crescita e di internazionalizzazione) e le istituzioni (nazionali e internazionali) e per potere dare continuitĆ ai diversi (micro e macro) insegnamenti (che illustrano le nostre forze e anche le nostre debolezze) che – ora che ci avviamo alla sua conclusione – ne possiamo derivare assieme a quelli giĆ ricordati dai molti osservatori per delinearne con più compiutezza gli effetti eco-sistemici ai quali dobbiamo dare indirizzo rinforzando ciò che Expo 2015 ha seminato.
Le culture di consumo sono forse quelle più enfatizzate dall’evento richiamando a comportamenti sobri e responsabili e soprattutto solidali nell’uso/accesso delle/alle risorse e che si possono sintetizzare nel “consumare meno per consumare meglio” e in questo modo “vivere meglio” nel rispetto degli altri e dell’ambiente nel quale siamo inseriti e con il quale interagiamo e dal quale apprendiamo, ripresi opportunamente nel protocollo disegnato dalla Carta di Milano.
Un consumo attento non spreca, perchĆ© lo spreco del cibo ĆØ soprattutto distruzione di lavoro, di risorse e di tempo oltre che di saperi e di varietĆ degli stessi. L’Esposizione Universale di Milano ci ha stimolato in questo a una continua curiositĆ verso l’altro e alle fonti della vita e in questo coltivando la varietĆ (di prodotti, colture e culture, di processi moderni e pratiche antiche di produzione e consumo come di canali distributivi) e che vuole fare incontrare una globalizzazione dei sapori con quella dei saperi perchĆ© nulla venga spento, magari facendo dialogare i contadini africani e McDonald, le donne sudamericane e la NestlĆØ, Ferrero e i produttori di olio.
Expo come ponte ambizioso tra global e no-global, tra Carlin Petrini e la Coca Cola. Tutto ciò richiede la disponibilitĆ alla fruizione di convivialitĆ , di mercati che diventano dunque “conversazioni” che “superano” un individualismo auto-interessato per aprirsi a una relazione con l’altro e con la comunitĆ di riferimento che ĆØ sempre più locale e globale insieme. Una comunitĆ ben simulata da Expo in CittĆ e le decine di migliaia di eventi che hanno coinvolto e partecipato un’intelligenza planetaria in forme collaborative anche inaspettate, creative, con migliaia di piccole e grandi invenzioni sperimentate dal cibo all’elettronica, dalla sicurezza alla casa fino alla cultura e all’arte e che forse troveranno diffusione nei prossimi mesi e anni ma che giĆ nella sharing econmy o nel coworking trovano spinte e realizzazioni di interesse dove Milano sta facendo da apripista. Abbiamo imparato ad agire come comunitĆ aperte e permeabili all’innovazione e al cambiamento nella varietĆ delle interdipendenze tra proposte globali e locali nel “superamento” di consumi e produzione di massa di un paese che può competere se saprĆ sviluppare la “personalizzazione di massa” (mass customization) essendo la palestra di piccola e media imprenditorialitĆ più ampia e creativa del mondo.
L’Italian
Life Style cosƬ come il Made in Italy guardano proprio a un consumo personalizzato di massa veicolato da migliaia di PMI che – in connessione complementare con medie e grandi imprese – oggi domandano infrastrutture adeguate (banda larga, scuola, formazione, mobilitĆ , accesso a risorse finanziarie) e che tuttavia oggi richiedono approcci di filiera per la porositĆ intersettoriale emergente che lega prodotti ai servizi e ai processi che li generano in specifici contesti: dal cibo all’agroindustria alla ristorazione, dalla robotica alla meccanica strumentale, dalla chimica alla farmaceutica fino alla nutriceutica. Filiere che agiscono dentro precisi contesti territoriali che fanno la qualitĆ dei loro prodotti finali se quel territorio ĆØ attrattivo e accogliente, tollerante cioĆØ se diventa capitale sociale, come dicono Giacomo Becattini e Richard Florida. (continua)
Luciano Pilotti
ArExpo SpA e UniversitĆ di Milano
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