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DOPO L’EXPO, C’E’ UNA CITTÀ?

La decisione sul post-Expo si dibatte in un conflitto di difficile composizione. Da un lato c’è l’urgenza, perché un’area così attrezzata lasciata in stand-by ha i giorni contati: mantenerla presidiata durante e dopo lo smontaggio è inevitabile se non si vuole compromettere il mantenimento in efficienza delle infrastrutture tecnologiche ed evitare l’innesco di una spirale di degrado ma ha anche un costo alla lunga insostenibile. Occorre fare in fretta anche perché le risorse finanziarie per localizzare un polo universitario, ancorché disponibili, non possono certo aspettare a lungo.

04disimine35FBMa occorre allo stesso tempo governare l’effetto domino che uno spostamento in blocco del campus di Lambrate determinerebbe sul quartiere universitario: non dimentichiamo che solo due anni fa la Regione Lombardia ha deciso di localizzare Città della Salute nelle aree ex – Falck di Sesto, per trasferirvi gli istituti di ricerca e cura di Città Studi, ove si lamentava l’indisponibilità di spazi per i necessari ampliamenti. Come si giustificherà ora l’enorme investimento richiesto, se contestualmente il campus storico si avvia alla dismissione? Occorre affrontare una vera e propria voragine di programmazione territoriale.

Insieme all’urgenza c’è però la necessità di non prendere decisioni affrettate, considerando che il destino dell’area ha a che fare con il progetto di Città metropolitana, per il quale la piastra Expo costituisce piattaforma di atterraggio di funzioni strategiche. La discesa in campo del Governo è un segnale importante a una condizione: che sia ferma e chiara la volontà di localizzare un intervento di rilevanza nazionale, e quindi sussista la disponibilità a iniettare risorse finalizzate ad esempio a insediare un polo tecnologico che ambisca a costituire un’eccellenza del Paese, possibilmente in continuità con il tema di Expo. Se così fosse, la metropoli milanese ha di sicuro le carte in regola per ospitarlo e accudirne lo sviluppo e l’accreditamento internazionale.

L’idea di localizzare un mix di funzioni, dal campus universitario al polo di ricerca, alle agenzie pubbliche, alla residenza sociale, all’economia sociale, è intrigante ma presuppone una regia, un disegno e anche un discernimento non scontati, per evitare che alla fine nel mix confluiscano funzioni “di risulta” o di semplice riorganizzazione dell’esistente. La piastra Expo infatti non è un’isola felice, ma un’enclave entro un quadrante periferico la cui problematicità, occultata durante il periodo di Expo, è destinata a pesare sugli utilizzi successivi.

Lungo il perimetro esterno del sito sono presenti un carcere, industrie ad alto rischio di incidente rilevante, una cava contenente centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente per decenni, un’illeggibile concentrazione di capannoni industriali, il quartiere Stephenson, ovvero uno dei più estesi non-luoghi nel perimetro urbano milanese, il vasto ambito di trasformazione di Cascina Merlata dalle sorti incerte, un impressionante e ridondante groviglio di grandi infrastrutture di mobilità. Punto di forza è l’eccellente accessibilità dalla rete del trasporto pubblico ferroviario, migliorabile con una fermata di rinforzo del passante sul lato orientale. Ma nonostante ciò la patologia da perifericità, aggravata dalle condizioni al contorno, resta in agguato.

Vi è poi da ricordare la giusta ipoteca dei referendum civici: un’ampia consultazione dei cittadini ha infatti inequivocabilmente stabilito la necessità che il post-Expo lasci in eredità un’area verde di vaste proporzioni, un parco: nei primi masterplan circolati il verde non manca, ma appare distribuito generosamente a colmare, in modo più o meno verosimile, gli interstizi compresi tra i futuri volumi: non emerge il disegno di un vero parco.

L’auspicio è quello di un progetto che risulti abilitante per un percorso di rigenerazione, urbana e territoriale, che non sia circoscritto al perimetro della piastra Expo ma si riverberi sull’intorno metropolitano: diversamente occorrerebbe pensare a un campus dotato di recinzioni invalicabili e vigilanza permanente, una specie di caserma tecnologica, l’unica configurazione che consenta di convivere con le funzioni al contorno. Al contrario, il progetto deve essere un progetto aperto, che non escluda la società e anzi sia inclusivo di Cascina Triulza come asset strategico per l’attivazione e la manutenzione di funzioni comunitarie; della configurazione espositiva deve conservare la dimensione di quartiere privo di auto entro cui praticare schemi, costumi e innovazioni di mobilità leggera e logistica intelligente, riducendo così anche la necessità di superfici lastricate a favore di spazi pubblici permeabili; le funzioni del polo tecnologico devono integrarsi in un insediamento che sviluppi nel modo più efficace i temi dell’efficienza ecologica, non solo in termini di prestazioni energetiche, ma anche per quanto riguarda, ad esempio, gli aspetti di gestione e trattamento delle acque, di resilienza e adattamento climatico, di permeabilità e connessione ecosistemica.

Insomma un ecoquartiere ma, tassativamente, non esclusivo, bensì una vera e propria piattaforma urbana aperta, che agisca da catalizzatore per il rinnovamento della metropoli circostante: è quanto Legambiente aveva proposto già ai tempi della prima candidatura, con la consapevolezza che dall’evento non potesse sortire un satellite di Milano, ma una nuova e completa centralità metropolitana.

Damiano Di Simine

 

 

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