C’ERA UNA VOLTA IL “GHISA”

La sicurezza a Milano tra taser e presidio del territorio

I più anziani se li ricordano bene i “Ghisa”.
Posati come albatros sui loro “tamburi” in mezzo agli incroci, le braccia come ali a disegnare misurati gesti ieratici, indiscutibili e senza appello, gli automobilisti pur nervosi ma obbedienti. Oppure, tra la gente nei quartieri, pazienti ad ascoltare anche chi chiedeva “per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” (*). Una presenza costante, capace di creare relazione, in sintonia con la bonomia pur severa della città, una fisionomia accogliente verso le persone di buona volontà, senza troppe manfrine, però.

Poi, con la nebbia, anche i Ghisa se ne sono andati da Milano verso chissà dove. Diventati Agenti di Polizia Locale, cambiamento linguistico – semantico, se non infelice, certo espressivo della mutazione del loro rapporto con la città, ma anche della città con sé stessa, se la guardiamo oggi con gli “occhiali” degli anni settanta.

Smarrita l’amichevolezza del dialetto, adottata la formale dizione prescritta dal D.M. 4 marzo 1987, n. 145, il vigile urbano – ghisa si è così trasformato in agente di polizia locale, poco distinguibile ormai dagli agenti dei numerosi altri corpi di sicurezza (Polizia di Stato, Carabinieri. Guardia di finanza.) italiani con cui condivide, spesso confusamente, non solo molteplici funzioni nell’accertamento e repressione dei reati, ma soprattutto e sempre più un approccio di cultura della sicurezza sempre meno centrato sulla prevenzione/ elazione e sempre più sulla repressione/arma, fino ad assumere infine la postura fiero–militare, così evidente in alcuni “bulletti” attualmente in circolazione.

Sempre meno visibili e soprattutto sempre meno visti dai cittadini che si chiedono “dove siano e cosa facciano” gli ormai 3.300 agenti di polizia locale operanti a Milano, quando ancora negli anni ’80 ne bastavano 1.800. Qui, come spesso accade, responsabilità e “colpe” si perdono in un intreccio quasi inesplicabile, tra normative stratificate, “diritti quesiti”, visioni corporative, culture della sicurezza malamente scimmiottate e dimentiche del genius loci ambrosiano, in modo tale che metterci mano è impresa disperante e disperata al punto che neppure le nuove assunzioni (Sala ne conta fino a 520 per fine mandato) potranno davvero modificare non solo la percezione ma l’effettiva realtà della presenza fisica della Polizia Locale nella città.

Perché il problema per larga parte è questo: gli agenti ci saranno pure a Milano, e ci sono sicuramente, ma non si vedono o si vedono troppo poco e la questione non è di pura forma ma di sostanza, concreta sostanza. Travolti (ma sarà davvero così?) dalla sterminata sequenza delle funzioni e dei compiti assegnati (**), gli Agenti di Polizia Locale non si vedono più nelle strade in carne ed ossa dove il cittadino li vorrebbe, per alcuni “imboscati” negli uffici, per altri piuttosto sopraffatti o assorbiti da attività principalmente dedicate a monitoraggio e valutazione, anche con le nuove tecnologie per carità, dei processi di accertamento affidati.

La distanza, reale e percepita, tra ampie attese pubbliche e ridotta presenza fisica nei luoghi, diviene così parte essenziale del problema politico della sicurezza a Milano, che certamente e per larga parte ha per oggetto la materia dei comportamenti classificabili come reati ma che per altrettanto larga parte tocca le sensibili corde dell’ordinaria convivenza civile e del rispetto delle regole che dovrebbero garantirla. Il traffico cittadino ne costituisce il maggior topos ed appare per troppi aspetti lasciato, come dire, a sé stesso ed all’autodisciplina dei suoi protagonisti automobilisti, motociclisti, ciclisti ed infine pedoni.

Non serve fare ricerche e monitoraggio o chissà quali studi., basta fermarsi un giorno qualsiasi, ad un’ora qualsiasi, in un punto qualsiasi delle strade cittadine per trovarsi di fronte ad una sequenza ininterrotta di comportamenti ed atteggiamenti sprezzanti delle regole e del senso civico, si tratti di velocità pericolosa dei mezzi, di manovre azzardate, di uso irregolare degli spazi di sosta, legali o autogenerati tali, di uso smodato di suoni e luci e chi più ne ha più ne metta.

E se qualcuno, non senza ragione potrebbe pur osservare che tutto questo smentisce largamente la narrazione del civile rispetto ambrosiano delle regole, resta pur sempre vero che il peggioramento del “clima” civile urbano è largamente promosso se non addirittura reso possibile dall’“anomia” sostanziale in cui si trovano i cittadini, lasciati a sé stessi nell’assenza di un qualche presidio di legalità.

Eppure, la presenza fisica dell’Agente di Polizia Locale, non diciamo del caro vecchio “ghisa”, basterebbe a scoraggiare i comportamenti dei molti che, poi emulati da altri ancora, contano sul favorevole calcolo delle probabilità di non essere “beccati”.  E lo stesso si potrebbe dire anche per tutti quei comportamenti che, poco o nulla monitorati, poco o nulla intercettati sul posto, formano il mainstream di aree di crescente illegalità, si tratti di frodi al commercio o tutela delle persone, brodo di cultura per le successive aggressioni alle persone ed alle cose, poi finalmente classificati come reati e finalmente “visti”.

Come noto, sia per visioni ideologiche che per questioni di bilancio, piuttosto che investire sulla presenza fisica degli agenti di polizia locale sul territorio e sulla loro capacità di creare relazioni virtuose con i cittadini, si tende a favorire piuttosto l’intensificazione della logica securitaria, moltiplicando apparati giuridici repressivi per giungere infine all’incremento della dotazione di “armi” supposte deterrenti, come se davvero queste potessero incidere sulle diverse forme di crisi della convivenza civile. È questo anche il caso del “taser”, lo strumento supposto meno letale dell’arma da fuoco, ma in realtà più pericoloso, per l’aura di minor dannosità che erroneamente gli viene attribuito e quindi per il suo più ampio e superficiale bacino di uso.

Dopo una lunga fase di sperimentazione, a Milano se ne sospende, per ora almeno, la dotazione in uso alla Polizia Locale. I dubbi principali vengono dal PD, che chiede e si chiede se i rischi derivanti dall’uso dello strumento irriflesso in numerose casistiche “sensibili “(soggetti cardiopatici, uso di sostanze.) non possano portare, come in effetti già avvenuto in altri Paesi, a conseguenze indesiderabili quando non letali. 

Onore e merito al PD allora, ma attenzione che proprio qui si trova in concreto un possibile punto di crisi politica nella relazione con il sentimento della città, un mood che chiede protezione e che, in assenza di credibili strategie, politiche e strumenti, alternativi, rischia di cadere preda dell’ossessione securitaria. Delle conseguenze in tempo elettorale, non vale neppure la pena di dire.

In questa prospettiva ci si dovrebbe chiedere allora se sia sufficiente dire “no al taser” e condannare gli approcci che si affidano alle armi della polizia se non addirittura all’ autodifesa del cittadino, o se non sia arrivato il momento per introdurre con decisione un deciso cambio culturale nelle politiche della sicurezza cittadina, reintroducendo i valori e la prassi di un ampio presidio del territorio.

Vaste programme, diceva De Gaulle, ma da qualche parte si dovrà pur cominciare.

Giuseppe Ucciero

(*) Totò e Peppino in Malafemmina (1956).

(**)https://www.comune.milano.it/argomenti/polizia-locale-e-sicurezza/la-polizia-locale-sul-territorio

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2 Commenti
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michela
michela
3 giorni fa

Sì tornare ai vigili visibili, sarebbe un aiuto ai cittadini un presidio del territorio e un deterrente per i malintenzionati

Annalisa Ferrario
Annalisa Ferrario
3 giorni fa

Da “vigile urbano” a “poliziotto locale”: ovvero quando sono le parole stesse a descrivere un problema. Da un soggetto attento (vigile) e cortese (urbano) a un poliziotto di serie B: bel progresso! E basta vedere come sono parcheggiate le auto, non più solo sul marciapiede e sulle piste ciclabili, ma anche sulla carreggiata, dove i paletti che stanno (malamente) mettendo non serviranno a nulla. E i poliziotti locali dove sono? Come vigilano? Tornare al vecchio nome (e non alla patetica nuova denominazione voluta da quello scombinato di Albertini) sarebbe già un passo avanti. Oltre ovviamente a un ritorno sulle strade. Saluti

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