ESPLOSIONE DI VIOLENZA, LA MUSICA C’ENTRA QUALCOSA?

Cosa è cambiato in quello che ascoltiamo

Chiunque sia anche vagamente informato non può non accorgersi che nel nostro paese, e non solo, si è già verificato un aumento senza precedenti della violenza tra i giovani. Le pagine di cronaca sono infatti colme di episodi raccapriccianti scaturiti per i più futili motivi, episodi che ho avuto la sventura di vivere in prima persona.

Negare il legame tra certa musica contemporanea e l’aumento della violenza giovanile non è più un esercizio di prudenza scientifica: è, sempre più spesso, una forma di cecità culturale. In particolare, il fenomeno della trap, con la sua estetica sonora aggressiva e i suoi testi esplicitamente intrisi di violenza, sopraffazione e nichilismo, non può essere liquidato come semplice espressione artistica priva di conseguenze.

A differenza di altre forme musicali del passato, la trap non si limita a rappresentare il disagio: lo normalizza, lo banalizza ma soprattutto lo glorifica, trasformandolo in un modello d’aspirazione. La ripetizione ossessiva di temi come il dominio, l’umiliazione dell’altro, la ricchezza ottenuta con mezzi ambigui o violenti, costruisce un immaginario coerente e potente. Non è solo intrattenimento: è una narrazione continua che, ascolto dopo ascolto, contribuisce a plasmare percezioni e valori.

Dal punto di vista psicologico, il meccanismo è tutt’altro che misterioso. L’esposizione ripetuta a contenuti violenti produce assuefazione: ciò che inizialmente sciocca, col tempo diventa normale. Questo processo di desensibilizzazione riduce l’empatia e abbassa la soglia di reazione alla violenza. Gli studi di Craig A. Anderson mostrano chiaramente che contenuti aggressivi aumentano pensieri e impulsi aggressivi nel breve termine. Ma ciò che viene sistematicamente sottovalutato è l’effetto cumulativo: ciò che è temporaneo una volta, diventa strutturale quando ripetuto quotidianamente.

A questo si aggiunge la componente sonora. Le basi della trap sono costruite su frequenze basse martellanti, ritmi ipnotici e suoni distorti che mantengono il cervello in uno stato di costante attivazione. Non si tratta di semplice gusto estetico: queste scelte sonore agiscono sul sistema nervoso, aumentando tensione e reattività. Una musica che non lascia spazio alla distensione o alla complessità emotiva finisce per alimentare uno stato psichico semplificato, dominato da impulsi immediati.

Il confronto con la tradizione musicale è inevitabile. Coloro che possono chiamarsi compositori o artisti non possono fare a meno di considerare la complessità armonica e lo sviluppo tematico, che richiedono attenzione, disciplina dell’ascolto, capacità di seguire un discorso articolato. Questa musica educa alla gestione ed alla rielaborazione della tensione, non alla sua esplosione. Insegna a sostare nel conflitto e a risolverlo, non a reagire impulsivamente.

Al contrario, la trap e molta musica commerciale contemporanea operano per riduzione: pochi elementi, ripetuti all’infinito, con un’enfasi costante sull’impatto immediato. La standardizzazione culturale produce ascoltatori passivi, decisamente meno inclini alla riflessione critica. La povertà musicale ora non è più solo una questione estetica, ma antropologica: riduce l’esperienza, semplifica le emozioni, impoverisce il linguaggio interiore.

In un contesto già pesantemente segnato da fragilità educative e sociali, questa miscela diventa un morbo gravissimo che si diffonde rapidissimo. Giovani privi di strumenti critici, immersi per ore in contenuti che glorificano la violenza e sostenuti da una colonna sonora che amplifica tali atteggiamenti, non possono rimanere immuni. Pensare il contrario significa ignorare il potere primo della cultura, formativo ma anche deformativo. 

La musica non è mai neutra. Ha sempre avuto la capacità di elevare o degradare, di costruire o distruggere immaginari. Sostenere che queste categorie di musica non abbiano alcun ruolo nell’aumento della violenza giovanile significa rinunciare a interrogarsi sul presente. E forse, ancora più gravemente, significa abdicare alla responsabilità di riconoscere quando un linguaggio culturale smette di essere espressione e diventa, invece, un fattore di regressione.

Jacopo Enrico Scipioni

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Ugo Targetti
Ugo Targetti
1 giorno fa

Caro Scipioni,
ho apprezzato molto il suo articolo. Penso che, in generale, lo spazio pubblico sia invaso da un profluvio di “musica”, se così si può ancora definire, comunque di pessima musica, intollerabile. Nel suo articolo analizza con competenza, in particolare la musica Trap definendola dannosa: ciò che ho sempre sostenuto intuitivamente. Di più quando sono, mio malgrado, sottoposto a sentire quel tipo di espressione sonora (non la chiamo musica) mi sento aggredito psicologicamente (costretto a subire la stupidità) e aggredito anche fisicamente, dato il volume con il quale viene normalemnte riprodotta tale espressione sonora, talche vorrei reagire anch’io fisicamente. Non potendo a questo punto si pone un problema politico: si potrebbe proibirne la riproduzione nello spazio pubblico dato che è dannosa alla salute psicofisica? Secondo me si: Il fumo del resto è stato proibito negli spazi pubblici, secondo il principio che a casa propria ciscuno fa ciò che crede (beve, si droga, fuma, sente il trap) ma non può imporre alla collettività il suo comportamento. Naturalmente si leverebbero voci a difesa della libertà di espressione. Chi decide se il Trap è una libera espressione umana (direi sub-umana) o un’azione dannosa alla collettività?Insomma ci vorrebbe una dimostrazione scientifica. Il suo articolo mi pare molto vicino al rigore scientifico. La sprono pertanto, con gratitudine, a proseguire nella sua analisi e la saluto cordialmente.
Ugo Targetti

Cesare Mocchi
Cesare Mocchi
1 giorno fa
Rispondi a  Ugo Targetti

Ma il Trap non era un allenatore di calcio? 😜

Ugo Targetti
Ugo Targetti
1 giorno fa

provo per la seconda volta a pubblicare il mio commento
Caro Scipioni,
ho apprezzato molto il suo articolo. Penso che, in generale, lo spazio pubblico sia invaso da un profluvio di “musica”, se così si può ancora definire, comunque di pessima musica, intollerabile. Nel suo articolo analizza con competenza, in particolare la musica Trap definendola dannosa: ciò che ho sempre sostenuto intuitivamente. Di più quando sono, mio malgrado, sottoposto a sentire quel tipo di espressione sonora (non la chiamo musica) mi sento aggredito psicologicamente (costretto a subire la stupidità) e aggredito anche fisicamente, dato il volume con il quale viene normalemnte riprodotta tale espressione sonora, talche vorrei reagire anch’io fisicamente. Non potendo a questo punto si pone un problema politico: si potrebbe proibirne la riproduzione nello spazio pubblico dato che è dannosa alla salute psicofisica? Secondo me si: Il fumo del resto è stato proibito negli spazi pubblici, secondo il principio che a casa propria ciscuno fa ciò che crede (beve, si droga, fuma, sente il trap) ma non può imporre alla collettività il suo comportamento. Naturalmente si leverebbero voci a difesa della libertà di espressione. Chi decide se il Trap è una libera espressione umana (direi sub-umana) o un’azione dannosa alla collettività?Insomma ci vorrebbe una dimostrazione scientifica. Il suo articolo mi pare molto vicino al rigore scientifico. La sprono pertanto, con gratitudine, a proseguire nella sua analisi e la saluto cordialmente.

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