I RAGAZZI DI CURIEL

Storia del Fronte della gioventù a Milano 1943-1945

In prossimità dell’ottantennale della Liberazione, si è intensificata la pubblicazione di testi sulla Resistenza che hanno messo a frutto le acquisizioni di metodo e di contenuto che avevano caratterizzato il grande e innovativo sforzo interpretativo espresso nel libro di Claudio Pavone Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza.[1]

Penso per esempio ad alcuni testi, come quelli di Chiara Colombini,[2] che hanno saputo presentare le vicende politiche, militari, organizzative, culturali della Resistenza in modalità che, senza rinunciare al rigore scientifico, si sono poste – risolvendolo efficacemente, anche in virtù di uno stile espositivo brillante – il problema di arrivare a un pubblico largo, suscitando interesse e attenzione; oppure a opere complessive, come quella recentemente coordinata da Filippo Focardi e Santo Peli[3] e dedicata alla Resistenza dal punto di vista della lotta armata, nelle sue sfaccettature plurali.

Un recentissimo esempio di questi studi è I ragazzi di Curiel. Storia del Fronte della gioventù a Milano 1943-1945 (Mursia, Milano 2026), che Claudio De Biaggi ha dedicato appunto al Fronte della gioventù, un organismo che chiamò a raccolta, coordinò e attivò nutrite fasce di giovani resistenti, a partire da Milano (ma con propaggini organizzate anche in altre città), fin dagli ultimi mesi del 1943, dopo il tracollo dell’8 settembre, quando si impose la necessità stringente di una scelta tra dittatura e la democrazia. “Per diciotto lunghi mesi il Fronte fu l’organizzazione unitaria dei giovani nella Resistenza.

Un’organizzazione di massa, non un piccolo gruppo clandestino, con strutture attive capillarmente in tutte le regioni dell’alta Italia occupata e anche a Firenze e nelle Marche fino a luglio del 1944”, afferma giustamente l’autore (p. 19). Furono alcuni dirigenti comunisti come Pajetta, Longo, Pontecorvo e soprattutto Curiel a organizzare una presenza politica attiva da parte di quella fascia giovanile che si trovava alle prese con le drammatiche costrizioni della leva. La convergenza sui principi del Fronte – nei termini di una grande apertura politica a culture anche diverse da quella comunista e socialista, in nome della lotta unitaria contro il fascismo – attrasse in quel tornante decisivo moltissimi giovani.

Fu merito di quei dirigenti, e in particolare della grande lucidità politica e organizzativa di Eugenio Curiel, impostare questa iniziativa di orientamento e strutturazione in modo largo, accogliente: come per tanti altri tragitti biografici dei partigiani, la scelta politica, il chiarirsi delle opzioni, arrivarono più tardi. Agli inizi, si trattò per lo più di una pronunciata insofferenza per la coscrizione, per i famigerati bandi di Graziani, e di un’intonazione antifascista, ad essa conseguente, ancora priva di sbocchi politici, e partitici, che si sarebbero semmai esplicitati nel prosieguo dell’impegno. Il passaggio da renitenti a resistenti, insomma, fu graduale.

Non poteva essere diversamente, per chi – come quei giovani e quelle giovani – aveva subito durante la propria infanzia e adolescenza l’indottrinamento fascista nelle scuole e nel tempo libero e aveva semmai assimilato l’antifascismo per vie familiari o nelle prime esperienze lavorative.

Ma l’apprendistato della politica e l’impegno contro il regime fascista si concretarono rapidamente, mettendoli bruscamente alla prova in quei mesi convulsi, in particolare nella militanza quotidiana, nel disarmo dei nemici, nei volantinaggi rapidi e furtivi, nei comizi volanti, nelle azioni armate, nei sabotaggi, nelle operazioni clandestine di supporto all’operato dei Gap, fino al punto di entrarvi ufficialmente, come membri organici.

De Biaggi ripercorre con grande cura gli esordi del “Fronte nazionale della gioventù per l’indipendenza e la libertà” (questa la locuzione originaria, più estesa, che poi fu ridotta per praticità), rintracciandone le origini nei laboriosi preparativi intercorsi tra i dirigenti comunisti e i rappresentanti dei partiti socialista, azionista, democristiano e liberale e del Movimento dei cattolici comunisti; con loro collaboravano i due padri serviti Camillo De Piaz e David Maria Turoldo, della chiesa di S. Carlo, e con non poco rischio, in quanto sul retro della chiesa aveva la propria sede il comando tedesco dei servizi di trasporto.

Con grande attenzione documentaria vengono poi ricostruite la trama cospirativa e l’attività politica di questi giovani, sorprendente per coraggio, diffusione, crescita, pervasività ed efficacia. Le “cadute”, gli arresti da parte della polizia fascista, il carcere duro, le torture, le forzate confessioni, le condanne, le fucilazioni, le deportazioni verso Bolzano e la Germania arrivarono spesso a interrompere tragicamente la continuità delle linee di resistenza, obbligando a riconnettere con pazienza nuovi soggetti e a strutturare nuovi organigrammi. Non può stupire che, nell’operato dei giovanissimi membri del Fronte, si siano manifestate leggerezze, ingenuità, approssimazioni, debolezze, errori; si tratta di inconvenienti anche molto gravi, purtroppo spiegabili con la rapidità convulsa del loro apprendistato e con l’inesperienza ancora acerba di soggetti mobilitatisi con grande generosità.

Comunque, i dati numerici riferiti da De Biaggi sono certamente significativi: un rapporto di Curiel, dei primi di novembre 1944, ossia a un anno dalla fondazione del Fronte, propone la cifra di 15.000 membri in tutta l’Italia occupata, di cui un migliaio a Milano e provincia, con circa 120 donne; ad aprile 1945, a Liberazione avvenuta, la valutazione della Federazione milanese del Pci arriva a contarne 3000, passati a ben 29.500 a giugno, di cui 17.000 comunisti.

Due aspetti, da ultimo, meritano di essere ricordati, in quanto ben inquadrati dall’autore.

Da un lato, la forte caratterizzazione programmatica della Carta della gioventù, scritta nel 1946, che enucleava efficacemente i punti di forte impegno politico del Fronte, di cui si auspicava la realizzazione nell’immediato dopoguerra: voto ai diciottenni, parità di salario tra i sessi a parità di lavoro, pace e ricostruzione del Paese, legislazione sociale, lotta alle disuguaglianze, abolizione del lavoro avventizio e dello sfruttamento, riforma agraria e della scuola, esercito democratico e riduzione del periodo di leva, sport popolare, istituzione di un sottosegretariato alla Gioventù. Temi quanto mai incisivi, come si può notare, che sarebbero poi naufragati con la rottura dell’unità antifascista, preannunciata fin dal ritiro, sempre nel 1946, degli altri partiti dal Fronte.

Dall’altro, le caratteristiche qualitative, e in particolare sociali, di questa leva di giovani del Fronte, per larga parte lavoratori e lavoratrici, operai e operaie, che implica tutta una serie di conseguenze, che dalle forme di sociabilità passano all’impegno politico: l’importanza dei rapporti di vicinato (quanti di questi e queste giovani vivevano, se non nello stesso caseggiato, in abitazioni molto vicine, nella medesima via o comunque nel quartiere!) e della contiguità di lavoro, l’antifascismo respirato in famiglia, una prevalente afferenza territoriale al quadrante sudest di Milano (Porta Romana, Corvetto, Calvairate) e ai nuclei di edilizia popolare, da loro conosciuti fin dall’infanzia.

Segni forti e ricorrenti di un microcosmo sociale evidentemente molto caratterizzato, che avvicinava con facilità coloro che “offrirono la loro giovinezza all’Italia”, come recitano tante lapidi di questi partigiani, poste davanti alle loro abitazioni, con una formula che rinvia a questa scelta politica ed esistenziale comune.

Stefano Nutini


[1] Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[2] C. Colombini, Anche i partigiani però…, Laterza, Bari 2021; Ead., Storia passionale della guerra partigiana, Laterza, Roma-Bari 2023; Ead. (con C. Greppi) (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Laterza, Roma-Bari 2024.

[3] Resistenza. La guerra partigiana in Italia, Carocci, Roma 2025.

[4] S. Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Einaudi, Torino 2014; L. Borgomaneri, Li chiamavano terroristi. Storia dei Gap milanesi (1943-1945), Unicopli, Milano 2015. 

[5] R. Cairoli, R. Fossati, D. Migliucci, Vogliamo vivere! I Gruppi di difesa della donna a Milano, 1943-45, Enciclopedia delle donne, Milano 2024.

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