REFERENDUM E RIFORMISTI
Un problema per la sinistra
L’esito del referendum per l’approvazione della riforma costituzionale della giustizia è oggetto di analisi politiche a tutto campo. In questo scritto mi concentro sul ruolo che ha avuto Libertà Eguale, ovvero che hanno avuto i riformisti della sinistra liberale del PD o ad esso vicini, che hanno promosso il movimento referendario “Sinistra per il Sì”.
In termini elettorali la componente di “Sinistra per il Sì” non ha avuto peso nell’esito del referendum: ne sono essi stessi consapevoli. “Sinistra per il Sì” è stata determinante solo nel centro di Milano (Municipio 1) dove ha prevalso il Sì e dove si concentra l’elettorato della sinistra liberale. In Lombardia il No ha prevalso nei capoluoghi di antica industrializzazione e nella Città Metropolitana, mentre il Sì ha prevalso, oltre che nel centro storico di Milano, nella periferia della regione dove ha contato il maggior peso elettorale del centro destra.
Ma al di là del peso elettorale i riformisti, che sono classe dirigente, dovrebbero assumersi il compito di strutturare il pensiero della sinistra di governo. È significativo che il loro elettorato si raccolga fisicamente nel centro di Milano, cioè nel centro della capitale economica del Paese che da tempo vota, in complesso, per il centro sinistra.
Il riformismo di sinistra, linea politica cui sento di appartenere, ha contribuito alle riforme che hanno inciso effettivamente nella vita del Paese: hanno raggiunto, in parte, gli obbiettivi dalla Costituzione; hanno reso compatibili capitalismo e democrazia e hanno quindi rafforzato il carattere democratico del Paese. Mi riferisco alle riforme degli anni ‘70 come lo statuto dei lavoratori, la sanità pubblica, le regioni, il divorzio, il diritto di famiglia, l’estensione dell’obbligo scolastico, l’accesso di massa all’istruzione superiore.
Mi riferisco alle riforme della legge urbanistica del 1942, una legge “fascista” e tuttavia buona (per altro ancora in parte vigente), ma inadeguata a governare la crescita urbana del “boom economico”. Mi riferisco alle leggi e al finanziamento dell’edilizia popolare, come risposta all’inurbamento di milioni di italiani indotto dallo sviluppo del capitalismo manifatturiero nel dopoguerra. Mi riferisco anche alla presenza dello Stato attraverso l’IRI, nell’industria di base, nella finanza e nella realizzazione delle grandi infrastrutture.
Riforme e interventi realizzati dalla coalizione di centrosinistra di DC, PSI, PRI spesso con la convergenza sostanziale del PCI in Parlamento.
Certo le condizioni del Paese oggi sono diverse e impongono obbiettivi diversi, ma di proposte di riforma che abbiano carattere strutturale (come diceva Berlinguer) non ne vedo, neanche da parte della componente riformista. Non colgo un pensiero politico ampio che si prefigga di contrastare gli effetti del capitalismo finanziario, globale e tecnocratico e di rispondere alla domanda di futuro di una parte grande della società che si sente marginalizzata e perdente. Una strategia che riduca le crescenti diseguaglianze incompatibili con la democrazia, che si opponga allo stravolgimento dell’ordine internazionale e riesca infine a contrastare l’ascesa della destra in tutto il mondo.
In occasione della proposta di “riforma della giustizia” fatta dalla destra, “Sinistra per il Sì” ha voluto invece perseguire a tutti i costi un obbiettivo secondario e divisivo per la sinistra, ovvero la supposta coerenza del sistema giudiziario con il “giusto processo”, pensato dal socialista Vassalli, cinquant’anni fa. “Sinistra per il Sì” ha fatto prevalere un aspetto dogmatico rispetto a ciò che un tempo si definiva l’interesse delle “masse”, più prosaicamente l’interesse del Paese. Hanno considerato il loro convincimento intellettuale l’ombelico del mondo.
Del resto, era del tutto evidente che la maggioranza di centro destra aveva fatto della “riforma della giustizia”, uno scontro politico, una partita tra esecutivo e magistratura, uno conflitto tra poteri.
Tutti sanno che la riforma della giustizia è un nodo essenziale per il “sistema Paese” e tutti sapevano che la riforma proposta dal centro destra non avrebbe assolutamente risolto l’inadeguatezza della giustizia rispetto alle esigenze fondamentali della società e dell’economia, ovvero ridurre l’abnorme durata dei processi; tempi incompatibili con il fine stesso della giustizia, con i diritti degli imputati, ma anche con il diritto alla giustizia delle vittime. Tempi incompatibili con il normale funzionamento del sistema produttivo. Una priorità che i riformisti avrebbero dovuto avere ben chiara.
Per questo penso che nel caso del referendum i riformisti di “Sinistra per il Sì” abbiano fallito, non perché ha perso il Sì, ma perché hanno sbagliato l’obbiettivo politico.
Ora dopo il fallimento del referendum, di riforma vera della giustizia se ne parlerà forse nella prossima legislatura; ma di questo la responsabilità primaria è della destra e in via secondaria di chi ha sostenuto una proposta di “riforma” non prioritaria, fatta male, con uno scopo diverso da quello proposto.
Tutto ciò è stato chiaro all’elettorato più giovane che questa volta non ha disertato le urne.
Punto e a capo.
Riprendiamo il lavoro, ridefiniamo i compiti della sinistra e dei riformisti.
Anzitutto vanno ribaditi con forza i valori non negoziabili, quelli che l’Occidente e soprattutto l’Europa ha fatto propri dopo la tragedia della guerra mondiale: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU del 1948 (non approvata da tutte le nazioni); la democrazia liberale con l’equilibrio dei poteri e la libertà di stampa; le regole internazionali per la convivenza tra le nazioni. Per noi, italiani, va sempre riaffermato il valore della Costituzione che non è immutabile ma lo sono i suoi valori fondamentali.
Sembrano affermazioni ovvie per la sinistra, ma tali non sono perché i valori fondamentali del socialismo liberale e dell’illuminismo, matrice politico culturale della sinistra occidentale, vanno ribaditi sia di fronte alle autocrazie e alle democrazie illiberali, sia di fronte ai movimenti fondamentalisti come Hamas ed Hezbollah, senza giustificazioni di sorta, anche quando sembrano e non lo sono, dalla parte dei popoli oppressi. Movimenti che hanno la principale responsabilità del conflitto in medio Oriente e delle drammatiche condizioni del popolo palestinese. Gli onori a Francesca Albanese da parte di alcuni sindaci del PD denunciano la totale confusione di valori.
Dunque, come si diceva, il nodo strutturale che oggi la sinistra deve affrontare è l’analisi del capitalismo finanziario/tecnocratico, internazionale e le strategie per riportare quelle potentissime forze sotto il controllo della democrazia liberale.
La domanda sostanziale che si deve porre la sinistra riformista è se il modello europeo di esclusione dello “Stato” dall’economia debba essere ancora rigorosamente perseguito a fronte dell’enorme concentrazione oligopolistica, dunque privata, a scala mondiale, dei mezzi di produzione nei nuovi settori strategici della digitalizzazione pervasiva.
Oltre a questa domanda di fondo molte sono le questioni che richiedono la definizione di strategie ed obbiettivi della sinistra in Europa. Lo stallo della stessa istituzione europea. La repentina diffusione dell’intelligenza artificiale e la riorganizzazione del lavoro e dei ruoli sociali che comporta. La distribuzione della ricchezza. La tutela delle imprese nel mercato globalizzato. Il governo dell’immigrazione, con soluzioni alternative alla destra, ma concrete. Le fonti energetiche e la questione ambientale. La difesa e il riarmo.
E per l’Italia valgono in particolare: l’adeguamento del welfare e del sistema pensionistico all’evolversi della struttura demografica del Paese; la riforma della sanità e il ruolo delle regioni; il fisco e l’introduzione di una tassa patrimoniale; l’evoluzione dei territori e l’assetto istituzionale; la riorganizzazione dei poteri di regioni, provincie, città metropolitane e comuni (che sono 8.000!). E ancora una nuova legge urbanistica nazionale per il governo delle città e del territorio. La questione “della casa” che l’esplosione del mercato immobiliare ha riproposto, non solo a Milano.
Sicuramente esponenti della sinistra, riformisti e non, hanno affrontato tali temi, ma non vedo né struttura di pensiero sistematico, né strategie di lungo termine, né iniziativa politica (qualche cosa in più di “salario minimo” e “liste d’attesa della sanità”).
In occasione delle prossime elezioni politiche la sinistra dovrebbe proporre un programma di legislatura di pochi punti qualificanti, sul quale aggregare i partiti di opposizione alla destra. Ciò non toglie che la sinistra, il PD, i riformisti, ridefiniscano il proprio statuto, il proprio manifesto politico ed elaborino una strategia di lungo termine. Senza di che la sinistra continuerà a fluttuare tra populismo e risposte estemporanee all’agenda della destra, trascinata dalle correnti della storia, incapace di governarle.
Uno statuto, un manifesto, una strategia, proposte concrete, questo mi aspetto dai riformisti, non un impegno sterile in battaglie imposte dalla destra e comunque giudicate di retroguardia dalla maggioranza degli italiani.
Ugo Targetti

Noooo! La responsabilità del conflitto in medio Oriente e della drammatica situazione delle popolazione palestinese sono solo e unicamente del colonialismo israeliano. Hezbollah e Hamas sono solo la conseguenza di settant’anni di furti di terre e di omicidi da parte di uno stato criminale occupatore di un paese altrui. Se non si ha l’ onestà intellettuale di capire quello che è evidente a tutti, meglio stare zitti. Ma quale riformismo? Per fortuna c’è Francesca Albanese (viva!) e chi la sostiene. Lei si vergogni, invece, a dire certe cose
Si vergogni lei di dire tante sciocchezze in così poche righe. Quello che è evidente è che lei apprezza i valori del fondamentalismo islamico delle organizzazioni terroristiche di Hamas ed Hezbollah che lei considera difensori dei palestinesi, salvo però giustiziarli per strada se si oppongono alla legge islamica o semplicemente al loro potere. Magari è convinto anche di essere di sinistra!
lei però dimostra di non conoscere la storia, che evidentemente avrebbe bisogno di studiare meglio. L’insediamento di ebrei in Palestina inizia prima della seconda guerra mondiale: si tratta di europei che sfuggono certo alle persecuzioni, ma portando via la terra ai legittimi abitanti che erano insediati lì da millenni. Ciò porta ai primi conflitti armati negli anni ’30, agli atti terroristici contro la popolazione palestinese di Irgun e compagni (che diventeranno fondatori dello Stato di Israele) e che esplodono dal 1947 in avanti. Ricordo che Einstein rifiutò la carica di presidente di Israele perché orripilato dai massacri di civili fatti dalle forse israeliane. E questi sono fatti , non “sciocchezze” come dice presuntuosamente lei. Si informi, prima di parlare. Hamas arriva molto più tardi, come reazione disperata ai massacri di stato (che tuttora proseguono). Ma certo, non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire, e peggior cieco di chi non vuol vedere. Ma non venga a darci lezioni, per carità!
Poi una precisazione sull’essere di sinistra: storicamente, la sinistra è per l’emancipazione degli oppressi: operai, donne, popoli coloniali. Se difendere un esercito che ammazza e affama i bambini, o ruba le terre ai contadini per consegnarle a una sola e precisa etnia (o meglio sarebbe: ai seguaci di una sola religione) lei lo considera “di sinistra”: be’, lei ha davvero idee molto, molto confuse
Credo che i sostenitori della “Sinistra per il Sì” abbiano perso un’occasione d’oro per differenziarsi dal Governo. Quando si sente dire – da parte di ex neofascisti – che la Costituzione va cambiata perché “fascista” o che se vince il No, i magistrati libereranno gli stupratori (come se invece i magistrati non applicassero le leggi decise dalla politica… no, ci vuole il giudizio “di pancia”, per cui magari mandavi libero il poliziotto di Rogoredo perché “di pancia” la politica simpatizza per lui), non credo ci possa essere dubbio dalla parte di chi schierarsi (con tutti i distinguo del caso, per carità).
Ciò detto, la medesima ansia autolesionista deve avere colpito l’autore dell’articolo quando si è sentito in dovere di inserire uno sguaiato attacco a Francesca Albanese – proprio adesso, quando gli attacchi proditori di Israele, gli assassini a distanza, la pulizia etnica programmata, il linguaggio da gangster dei suoi governanti, sono sotto gli occhi di tutti. E la colpa sarebbe di Hamas? Basta dare un’occhiata alle date per smentirlo: Hamas viene fondata nel 1987, i massacri dei palestinesi da parte dei sionisti iniziano negli anni ’30, proseguono negli anni ’40, vanno avanti con l’Intifada e via dicendo (si parla in totale di 200.000 palestinesi uccisi, una percentuale spaventosa sul totale della popolazione, che supera le peggiori purghe staliniane). E la colpa sarebbe di Hamas? Davvero deus dementat qui perdere vult. Se questo è il pensiero riformista, davvero vuol dire che è arrivato al tramonto. Nel senso che non si vede il muoversi di un neurone in certe affermazioni. Meglio stare zitti, in certi casi.
La mia valutazione di “Sinistra per il Si” è chiara e riguarda la scelta politica, a mio avviso errata, di una parte dei riformisti. Inutile ripetere le sciocchezze che la destra ha detto in cattiva fede durante la campagna referendaria tipo paventare la lbera circolazione degli stupratori in caso di vittoria del No.
Quanto al conflitto in medio oriente ho già espresso in altri articoli, oggetto della sua poco meditata reazione insieme al Vismara, la mia opinione sul governo di destra di Israele e, insisto, sulla primaria respnsabilità del regime fondamentalista iraniano e delle sue milizie armate come Hamas ed Hezbolla che hanno usato i palestinesi come carne da cannone. Non pensi di essere la sola depositaria della conoscenza storica. La Albanese dato il ruolo che riveste come incaricata dell’ONU dovrebbe cercare di essere equidistante. E’ evidente invece che sostiene i terroristi di Hamas. La ritengo intellettualmente disonesta.
Vedo comunque che continua a preferire l’insulto al ragionamento, un po’ come il sig Vismara (a proposito la dizione latina corretta è: “Deus dementat quos perdere vult”) Considero quindi inutile proseguire lo scambio di opinioni. Comunque stia tranquilla che non sarà certo lei a farmi star zitto.
Non mi sembra di aver insultato nessuno. È lei piuttosto a dire che gli altri dicono “sciocchezze”, senza rispondere nel merito peraltro (forse perché non ha argomenti – tranne magari il dettaglio del “quos” che mi era sfuggito). Comunque tranquillo, nessuno vuole farla stare zitto. È solo un consiglio da amici (non ce ne ha?), meglio tacere in certi casi piuttosto che fare figuracce. È un consiglio, eh…
Bravo Targetti! L’analisi è ineccepibile! Una sola osservazione, di tipo linguistico: il termine “riformista” non è più neutro, cioè diletticamente opposto a “rivoluzionario”, ma si è evoluto al punto da individuare una “frazione” proveniente sì da sinistra, ma approdata convintamente al porto del neoliberismo, che è a sua volta degenerazione del liberalesimo. Di qui il fastidio dei riformisti attuali, proprio come le destre, per il potere democratico diffuso ed, ahimé, l’insofferenza per il controllo di legalità, che l’allontana definitvamente dagli orizzonti progressisti. Ti suggerirei perciò di usare tout court il termine “sinistra”, aggiungendo tutt’al più “riformatrice”, che se ricordo bene era aggettivo caro a Berlinguer.
Caro Rossi provo per la terza volta a risponderti, sperando che il sistema pubblichi la risposta.
Vordiali saluti
Ugo Targetti
Caro Rossi,
grazie dell’apprezzamento.
Certi termini come riformismo, liberalesimo piuttosto che liberismo o neo liberismo, ecc., attengono ormai più alla storia che ai contenuti ideali o anche solo programmatici della politica. E la storia recente ha travolto tutto, ha travolto il senso di quei termini. La sinistra ragionante, da tempo, non è più anticapitalista, ma d’altra parte le componenti più aggressive e dinamiche dell’attuale capitalismo finanziario e tecnocratico, in questi ultimi (dieci ?) anni hanno travolto la sinistra, in tutto il mondo. Forse adesso con le esasperazioni schizofreniche di Trump che lasciano interdetta persino la sua amica Meloni, l’aggressiva cavalcata della destra si fermerà.
La questione, per chi è e si sente di sinistra, è che si fatica a trovare una linea di pensiero sistematico in base al quale ci si possa collocare. Il mondo della sinistra oscilla dal sostenere, qui da noi, una preoccupante mutazione dei caratteri della nostra democrazia (approvare una riforma costituzionale presentata da un ministro e “registrata” dal Parlamento a suon di fiducia) ad inneggiare alle gesta dei fondamentalisti islamici di tutto il mondo, reazionari e oscurantisti, perché si oppongono all’” imperialismo” (vedi i commenti al mio articolo). Molto faticoso!
Personalmente, per quel che conta, mi dichiaro “riformista” ma potrei trovare un’altra definizione, per esempio sono per una “sinistra di governo” cioè sono per una sinistra che si ponga l’obbiettivo di governare, non un giorno per l’altro, ma in una prospettiva di medio periodo (nel lungo diceva Keynes saremo tutti morti) senza tentennamenti e ribaltamenti di linea. Ma governare sottoponendo le proposte politiche ad una rigorosa analisi del reale, fondata sullo studio e sulla conoscenza.
Qualcuno direbbe ,”un estremista di centro”.
in che senso la sinistra “ragionante” non è più anticapitalista? In base a quale ragionamento? Il capitalismo è diventato buono? Non sfrutta più? Non depreda le risorse naturali? Non accentua le disparità facendo accumulare ricchezze a una piccola parte della popolazione lasciando nel disagio e nella precarietà la maggioranza? Interessante… dov’è che si sogna questa cosa? Che sostanze si usano? Sì al referendum, sì a Israele, sì al capitalismo… come siamo di sinistra… un’altra dose, grazie.
Sull’ossessione per “andare al governo” a qualunque costo che caratterizza ahimè una generazione di ex-PCI isti, ricordo questo noto aneddoto (e mi scuso se lo conosce già). Il padre di Walt Disney era socialista. Come tale, negli Stati Uniti perdeva sempre le elezioni. E il figlio gli chiese: papà, non sei stufo di perdere? E lui gli rispose: vedi figliolo, venti anni fa eravamo gli unici a parlare di diritto allo studio, di salari minimi, di divieto del lavoro minorile e di orari di lavoro troppo prolungati. Adesso questi argomenti sono fatti propri anche dai nostri avversari. E quello che conta è migliorare le condizioni dei lavoratori, non vincere. Gli ex PCI invece hanno fatto il percorso inverso: pur di sedere in una posizione di potere, si sono fatti parte attiva nello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle loro condizioni. Contento lei…
Il sionismo si è posto fin da subito il problema di cosa fare dei palestinesi che abitavano la “terra promessa” e la risposta è sempre stata quella della pulizia etnica, con le buone o con le cattive. Questo emerge in modo abbastanza documentato anche da analisi terze (cioè non filopalestinesi): cito a solo titolo di esempio Maersheimer e Walt, pubblicati in Italia da Mondadori (e quindi non da una fanzine propal) ma ovviamente subito tacciati come sempre di antisemitismo (come avviene a chiunque si permetta di fare delle osservazioni critiche). Terroristi come noto erano alcuni premier di Israele come Begin o Shamir, eppure stranamente nessuno lo ricorda.
Comunque, come altri -ismi del Novecento anche il sionismo è destinato a fallire. Nessuno stato che si regga sulla punta delle baionette, che sia il reich millenario o il paradiso dei soviet, dura a lungo. Israele è già morta dentro, nel senso che ha perso da tempo il motivo della sua esistenza.
Sig.a Vogliatto e sig.a Ferrario,
rispondo ad entrambe, insieme se non vi dispiace, anche se mi ero riproposto di interrompere lo scambio di opinioni iniziato in merito al mio articolo sulla “sinistra riformista”, per via della postura offensiva che stava assumendo e che lo rendeva inutile.
Anche se la tendenza all’insulto un po’ è rimasta a proposito di neuroni fermi, ecc., proseguo nel tentativo di dialogo. (*)
(*) A proposito del vostro atteggiamento aggressivo vorrei segnalarvi, senza alcun intento polemico, l’articolo “L’erotica dell’odio” su amministrazione@setteottobre.com che dà un’interessante interpretazione psicologica e antropologica della veemenza, in particolare femminile, nella difesa delle parti soccombenti.
Il blog di ArcipelagoMilano, per altro pregevolissimo, non è certo il contesto adatto a discutere la storia del conflitto in Medio Oriente, le cause antiche e recenti, le ragioni di quei popoli.
I palestinesi abitano quelle terre da duemila anni ? Gli israeliani replicano che gli ebrei ci stavano da cinquemila. Israele sarebbe il frutto dell’”imperialismo occidentale” e dunque non ha da esistere? E allora chiediamo lo scioglimento degli Stati Uniti fondati sul massacro imperialista dei pellerossa (e chi potrebbe negare che è andata così?). Su questa china rischiamo di trovarci il generale Vannacci alla testa della X MAS a difesa delle ragioni degli eredi dei Neanderthal (noi europei ne abbiamo ancora tracce nel nostro patrimonio genetico) cacciati e annientati dagli Homo Sapiens che provenivano niente meno che dall’Africa.
Per pura curiosità recenti studi di antropogenetica dimostrerebbero che molti palestinesi discendono da ebrei, “convinti” a convertirsi dal nascente Islam, nel settimo secolo dopo Cristo.
Per quanto riguarda la storia, anche se ho proposto io stesso di tralasciare per ora il tema, mi limito a precisare che negli anni ’30 la Palestina era sotto mandato britannico e che quindi gli ebrei non potevano “espropriare” i palestinesi. Infatti i famigerati sionisti che provenivano dall’Europa, avevano acquistato le terre in Palestina per fondare i Kibbutz, nuclei di vero socialismo. La “Nakba” è avvenuta dopo, con la fondazione dello stato di Israele del 1948, quando 700.000 palestinesi dovettero lasciare le loro case, mentre 800.000 ebrei furono cacciati dai paesi arabi.
Oggi Israele ha dieci milioni di abitanti (80% ebrei, 20% arabi) e un governo di estrema destra messianica che, in nome di Dio ha condotto la guerra a Gaza, non riconosce lo Stato di Palestina e occupa le terre dei palestinesi in Cisgiordania. La Knesset, il parlamento a maggioranza di destra, ha recentemente istituito la pena di morte. I palestinesi di Gaza sono circa due milioni; sono mussulmani ma ci sono anche cristiani. Sono o erano “governati” da Hamas, un gruppo terroristico, fondamentalista al comando dello stato teocratico dell’Iran. Non so se Hamas abbia formalmente istituito la pena di morte o meno; comunque l’ha sempre applicata senza formalità, a chi si opponeva alla legge islamica e al loro comando. I Palestinesi di Cisgiordania sono circa tre milioni teoricamente governati dall’ANP, di fatto dall’esercito israeliano che sostiene i coloni (circa 700.000) e i loro nuovi insediamenti illegittimi.
Dunque in quelle terre vi sono due popoli che hanno diritto di esistere e di avere una loro Nazione, quindi sostengo fermamente il diritto dei Palestinesi ad avere il loro Stato. Se invece si mette in discussione il diritto di Israele all’esistenza allora veramente per me la discussione è chiusa.
Dunque lasciamo perdere le interpretazioni storiche e pensiamo a quello che si può fare, a ciò che la sinistra, a mio avviso, può e dovrebbe fare.
Anzitutto la sinistra deve chiedere in tutte le istituzioni democratiche, che Israele riconosca lo Stato di Palestina, ma deve condannare senza reticenze i fondamentalisti islamici di Hamas, Hezbollah e dell’Iran come condizione imprescindibile per sostenere i movimenti palestinesi. Veramente non capisco come chi è di sinistra e in particolare le donne ( di sinistra o meno), possano tollerare posizioni ambigue nei confronti di questi gruppi islamisti, come possano tollerare la presenza nei cortei delle bandiere di Hamas che, oltre ad uccidere innocenti, hanno sistematicamente stuprato per odio e disprezzo le donne dei Kibbutz il 7 ottobre. Insomma come le donne possano tollerare qualsiasi reticenza nel denunciare e condannare i fondamentalisti islamici in Palestina come ovunque. A tal proposito continuo a ritenere le posizioni di Francesca Alabanese ambigue, reticenti e incompatibili con il ruolo di osservatrice dell’ONU: in merito a tale atteggiamento ci sono relazioni documentate ma non voglio ora, qui riaprire un fronte di polemica. (consentitemi solo una piccola nota personale: la Albanese mi è veramente antipatica!)
La sinistra dovrebbe d’altra parte aiutare e sostenere i democratici israeliani che si oppongono al governo di Netanyahu e che chiedono aiuto alla “diaspora” e ai democratici dei paesi alleati.
La sinistra Dovrebbe chiedere al nostro Governo, come del resto fa, di non sostenere Netanyahu, un leader irresponsabile che non ha alcuna strategia per chiudere e risolvere i conflitti e sta distruggendo il patrimonio morale di Israele.
Dirò poi cosa penso come ex PCI, riformista e di “sinistra di governo”, convinto che governare sia utile per cambiare le cose. Un piccolo modestissimo esempio di cosa si può fare oltre che manifestare indignati ……
A Davos Trump ha proposto il “Board of Peace for Gaza” un accordo internazionale / privato fondato su un progetto di cosiddetta ricostruzione di Gaza che è in realtà il suo definitivo annientamento sull’altare della speculazione immobiliare e la definitiva negazione di uno Stato per i Palestinesi.
A tal proposito l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) ha deciso di approvare un Manifesto per Gaza (alla cui stesura ho partecipato) per chiedere alle Università e alle istituzioni culturali europee e nazionali di opporsi a quel progetto, per chiedere alla politica, in Italia ed in Europa, di non sostenerlo ma di pensare a come ricostruire Gaza per i Palestinesi, anche coinvolgendo la cultura e le forze democratiche di Israele.
Se vi interessa e mi mandate il vostro indirizzo e-mail, (il mio è u.targetti@gmail.com) vi mando il testo del “Manifesto per Gaza” approvato dal Direttivo Nazionale di INU, e un mio articolo di commento. L’INU non dispone di “divisioni armate”, come aveva sottolineato Stalin riferendosi al Papa nell’ultima guerra mondiale, ma crede nella forza propositiva della cultura.
Illusione? Forse, comunque meglio del silenzio o delle urla indignate e inutili oltretutto a fianco di Hamas.
Ci sono come sempre alcuni gravi errori di impostazione della questione. Gli ebrei abitavano (assieme ai palestinesi, i Filistei nominati dalla Bibbia) la Palestina romana fino alla diaspora. All’ inizio del Novecento erano una piccola, molto piccola percentuale della popolazione. Non c’ è quindi continuità “da cinquemila anni” come dice lei. Gli ebrei poi non sono un’ etnia, ma una religione (tollerata negli stati islamici) per cui dire che alcuni palestinesi siano ebrei convertiti è senza senso (l’ etnia originaria verosimilmente è la medesima, come probabilmente lei sa la continuità matrilineare non è provata nel periodo fra la caduta dell’ impero romano e il medioevo). Quindi l’ immigrazione ebraica dall’ Europa inizia dopo la prima guerra mondiale, favorita dal mandatario inglese. Ovviamente quando si parlava di espropri ci si riferiva al post ’48, fra le due guerre gli acquisti avvengono in ragione della pesante situazione debitoria dei palestinesi, generata dalla tassazione coloniale: questo porta alle rivolte arabe del 1936-39, represse nel sangue dagli inglesi con l’ aiuto di forze paramilitari ebraiche; tutto ovviamente in spregio alle promesse di autodeterminazione della popolazione locale che aveva sperato nella libertà a seguito del crollo dell’ impero ottomano. La decisione ONU di formare lo stato israeliano è quindi del tutto lesiva dei diritti della popolazione che era insediata con continuità in Palestina da migliaia di anni, a favore di profughi europei. La natura colonialista del sionismo è quindi del tutto evidente. Dopo la separazione forzata della Palestina sono seguiti assassinii, stupri, vendite forzate sotto la minaccia dei mitra: tutte cose ampiamente dimostrate e indubitabili. Il sionismo si è imposto con la violenza sulla popolazione civile. Da allora i palestinesi rimasti vivono senza diritti: negli insediamenti non ebrei non ci sono servizi, nulla viene garantito. Il sionismo è anche razzista e segregazionista (hanno perfino sostenuto l’ apartheid in Sudafrica, si informi). Cosa tutto ciò (colonialismo, razzismo, violenza terrorista, integralismo religioso) c’ entri con i valori della sinistra, è una domanda che mi chiedo perché non si ponga. Ma la parte peggiore e inaccettabile del suo ragionamento è: sia ben chiaro che se viene messa in discussione il diritto all’ esistenza di Israele allora la discussione è chiusa. Israele è un non-stato, una finzione storica, un prodotto di laboratorio ideologico.
Che gli ebrei abbiano diritto di vivere e prosperare senza soprusi, non c’ è dubbio. Ma non alle spalle di altri a cui hanno rubato la patria. E nemmeno richiamando un’ipotetica assegnazione divina o una continuità storica del tutto assente. Scusi il paragone provocatorio, ma se tornassero gli autoproclamati discendenti degli Etruschi, avrebbero diritto alla Toscana? Il sionismo è intrinsecamente una follia (e una follia assassina, come molte follie), questo è il punto. La soluzione dei due stati non risolve nulla. L’ unica soluzione ragionevole sarebbe stato uno stato solo, chiamato Palestina, dove giustamente gli ebrei avrebbero potuto essere pacificamente accolti, se armati di buone intenzioni. E non di mitra.
Aggiungo qualcosa (visto che sono stata chiamata in causa). L’argomento che spesso viene usato è: Israele esiste, indietro non si torna. Ma anche l’URSS esisteva. Chi poteva immaginare nel 1980 che malgrado la sua potenza militare, le nazioni assoggettate, la polizia, eccetera eccetera, l’URSS sarebbe finita nel giro di dieci anni? Eppure è andata così, perché erano finite le ragioni della sua esistenza, il suo collante ideologico: “viveva nella menzogna”, secondo al fulminante definizione di Solzenicyn. E non è l’unico caso: lo sa che Speer (e addirittura Himmler!) pensavano che finita la seconda guerra mondiale, sarebbero stati chiamati a governare la Germania sconfitta? Pensavano: indietro non si torna. E invece…
Che la nazioni si possano affermare solo con la potenza militare è un pensiero che forse era valido ai tempi degli Assiro-Babilonesi, degli Ittiti o cosa simile (ai tempi dell’Antico Testamento, verrebbe da dire…). Ora non è più così. Israele con le immani e disgustose crudeltà esibite (quasi esibite apposta si direbbe, come un bullo del paese che picchia i più deboli davanti a tutti per dimostrare che può farlo senza che nessuno dica niente) ha macchiato la sua immagine per sempre e insultato le vittime dell’Olocausto. Israele tutta: e non solo l’attuale governo, perché le mostruosità avvenivano da ben prima. E le comunità ebraiche di tutto il mondo che non pensano a distinguersi in nessun modo… be’ stanno commettendo un grave errore a mio parere. Non può che esserci condanna per certi comportamenti, condanna che inevitabilmente riguarda più uno stato “amico”, ovvero più prossimo a noi per istituzioni e per cultura, piuttosto che le organizzazioni disperate delle vittime, organizzazioni per le quali nessuno ha simpatia, e che non devono diventare ridicolo pretesto per chiudere gli occhi sulle vere responsabilità. Saluti
C’è un bellissimo aneddoto (di un tipico wiz ebraico) su alcuni che furono inviati a suo tempo da Hertzl in Palestina per esaminare la situazione. Il loro rapporto fu: “la ragazza è bella, ma è già sposata”. Altro che “terra senza popolo” come dicevano i sionisti! Questo il problema. Non puoi ammazzare lo sposo e pensare che lei ti ami.
Chiedo scusa: “witz” (prima che qualcuno mi riprenda…)
La domanda da farsi credo che sia quale sia il futuro che vede per sé Israele fra cent’anni. Asserragliata a continuare a bombardare i vicini? Dominatrice di popoli asserviti in base alla potenza militare? O attorno a sé il deserto, perché li hanno sterminati tutti? Il problema del sionismo non è solo il colonialismo, il razzismo, l’ integralismo: è il nazionalismo: naz- : fonte di tutti i mali del Novecento. L’ unica è ammainare la bandiera (senza ulteriori bagni di sangue se possibile).
Right or wrong, my country: è questo lo sciagurato slogan origine di tutti i mali. Prima si decide da che parte stare, poi si usano gli argomenti (pretestuosi). Stiamo per Israele? Ma sta lottando per la sicurezza, cosa vuoi che siano qualche bombardamento sui civili o qualche omicidio mirato… My country!
Ovvero: prima si decide da che parte stare, poi si esaminano (fintamente) ragioni e torti. È il ragionamento dei miserabili, che inevitabilmente porta alla fine sempre e solo a una stessa cosa: la misura della forza. Buttando nell’ immondizia secoli di civiltà senza darne conto.
Dimenticavo: certamente il massacro dei nativi americani (oltre allo schiavismo) è un peccato originario degli Stati Uniti. Non a caso Trump ama Jackson, il presidente che stracciò i trattati e dissolse la popolazione indigena. Ma quel peccato originale si vede ancora: si chieda perché sono odiati nel mondo intero. Come dicono i cinesi: sono civiltà recenti, aspettiamo a vedere come va…
Risposta alla risposta
10.4.2026
Mi rivolgo a chi ha partecipato alla discussione sul blog di ArcipelagoMilano come mia controparte.
Vedo che l’invito a non ridiscutere la storia è caduto nel vuoto. Lo studio della storia è fondamentale e proprio per questo va affrontato con metodi e atteggiamenti non compatibili, a mio avviso, con una discussione su un blog. Potrei ribattere punto su punto alle argomentazioni di Chiara Vogliatto; per esempio i Palestinesi non hanno mai avuto uno Stato, quindi una “Patria”, perché sono stati governati prima dall’Impero Ottomano poi sulla base del mandato britannico. E allora secondo me non avrebbero diritto ad un loro stato? Certo che ne hanno diritto, hanno sempre abitato quei territori. Infatti la risoluzione dell’ONU prevedeva lo stato Palestinese che però fu rifiutato dai palestinesi e da tutti i paesi arabi (allora). I Palestinesi sono comunque privi di colpe? Nel 1939 il Gran Mufti di Gerusalemme organizzò un corpo di SS palestinesi. Penso quindi che i palestinesi siano tutti nazisti che avrebbero perso ogni diritto con la sconfitta del nazifascismo nell’ultima guerra mondiale. Certo che NO. E via citando e interloquendo.
Il mio invito era di discutere sulle possibili soluzioni oggi, dal punto di vista della sinistra. Si può anche sostenere che la soluzione dei due Stati non sia più praticabile (la Gran Bretagna si astenne dal voto ONU del 1948 proprio perché la riteneva una soluzione sbagliata) e che sarebbe meglio una soluzione che so di un unico stato federale. Naturalmente bisogna valutare le concrete possibilità e le disponibilità reciproche. In Israele gli arabi residenti eleggono i loro deputati e coprono cariche pubbliche anche di rilievo. Non mi risulta che avvenga altrettanto per gli ebrei nei paesi arabi o che so, in Iran. La soluzione di un unico Stato federale oggi è impraticabile, ancora più difficile dei due Stati. Allora gli “antisionisti” cosa propongono? un unico stato ma palestinese? Uno sfogo emotivo che lascia assolutamente inalterata la situazione.
Penso che questa insistenza sulla storia a senso unico, abbia un solo scopo. Condannare il “sionismo”, ignorando storia e ideali di quel movimento e chiedere la soppressione di Israele, che sarebbe uno stato inventato, fonte di tutti i mali. Solo Israele però. In realtà molti altri stati sono stati inventati come frutto dei rapporti di potere prodotti dal colonialismo e dalle guerre (è triste ma questa è la condizione umana). Ma solo Israele va soppressa. Una posizione che è il contraltare, opposto e sostanzialmente uguale dell’ideologia di Netanyahu. Anzi dei fondamentalisti messianici dell’estrema destra israeliana che rivendicano la Grande Israele perché quella terra gliel’ha data Dio! (penso che Netanyahu non ci creda; è solo un letale opportunista).
Qualsiasi altra interpretazione della storia è “errore” da condannare! “Ci sono come sempre alcuni gravi errori di impostazione della questione” (Vogliatto) Ogni altra proposta che non sia l’eliminazione dello stato sionista, è tradimento! Per questo marciare a fianco dei terroristi e fondamentalisti islamici di Hamas si può fare!
L’idea modesta ma concreta, come il “Manifesto per Gaza”, che potrebbe contribuire a prospettare soluzioni politiche di un conflitto infinito a fronte del quale la politica europea e nazionale appare afona, che vi avevo sottoposta, non l’avete neppure presa in considerazione, totalmente ignorata.
Per voi è necessario rivedere la storia, sistemare tutte le ingiustizie del passato e costruire un nuovo mondo! Auguri! Altri ci hanno provato, con pessimi risultati.
Penso che a questo punto il confronto non sia più utile: siamo su “parallele divergenti”, avrebbe detto Moro.
Saluti senza alcun risentimento da parte mia.
Studiare la storia serve a capire le cose. Come la vicenda del gran Muftì, sempre tirata fuori a sproposito in modo pretestuoso. Negli anni ’30, vedendo che gli inglesi favorivano spudoratamente gli ebrei e temendo per il suo popolo la fine che poi effettivamente arrivò, il gran Muftì prese contatti con i nazisti nella logica “il nemico del mio nemico può essere il mio amico”. Nulla di strano, in funzione antinglese ci furono persino contatti fra Gandhi e Hitler (! difficile immaginare personaggi più diversi) e fra la banda Stern (con cui aveva contatti il futuro premier Itzakh Shamir) e i nazisti stessi, il funzione proprio dell’ espatrio degli ebrei dalla Germania. Insomma la politica prevede contatti con tutti e parlare sempre e solo del Muftì è fuorviante. E le soluzioni vanno guardate nel lungo periodo sempre guardando il lato corretto della storia: cosa è rimasto dei riformisti del bolscevismo, che dopo i gulag teorizzavano il “socialismo dal volto umano”? Non c’ è sionismo che tenga, è sbagliato alla radice. E nessuno chiede la soppressione di Israele, alla lunga scomparirà da sola. Sperando che alla fine ci sia la convivenza fra i popoli in un’ unica regione, unico possibile e ragionevole obiettivo.
Dimenticavo: anch’io ho visto i deputati palestinesi alla Knesset. Insultati, derisi e zittiti prima ancora di parlare. È un’ ipocrita finzione, non parliamone neanche. La convivenza deve basarsi sul rispetto: il nome del paese non può fare riferimento a solo una delle due parti. E ci deve essere il diritto al ritorno di chi è stato scacciato con le armi. E magari la restituzione dei beni espropriati con le minacce. Queste mi sembrano le condizioni minime per una pace. Il resto sono palliativi (o meglio, prese in giro)