IL TERZO GALA FRACCI, E IL “BOLLE GATE”?

foto_1_Roberto Bolle in «In Your Black Eyes»

Quando si pensa a Carla Fracci, che tra pochi giorni compie il terzo anniversario della scomparsa, si pensa senz’altro ai suoi abiti spesso sui toni del bianco, alle sue collane di pietre dure, ai suoi Degas e alle sue interpretazioni più iconiche, le “tre G: Gelsomina, Giulietta e Giselle”, rispettivamente dai balletti La strada di Mario Pistoni (1967), Romeo e Giulietta di John Cranko (1958 e 1959 per la Scala con Fracci; 1962 per lo Stuttgarter Ballett) e Giselle (1969 con Erik Bruhn all’American Ballet Theatre).

Si pensa anche al fortissimo e spesso contrastato legame con il Teatro alla Scala di Milano, che proprio nel gennaio 2021 ha ospitato la grande artista per una masterclass su Giselle con i danzatori e le danzatrici della Compagnia, e soprattutto le prime ballerine. Da allora, il direttore Manuel Legris ha inserito nel cartellone una recita gala dedicata a Carla Fracci, che lo scorso 19 aprile è arrivata alla sua terza edizione.

Il Gala Fracci 2024 si è configurato come un mix tra la ripresa di coreografie rappresentative dell’artista Fracci, come il pas de deux del secondo atto della Sylphide di August Bournonville, che Fracci ha ballato a lungo in questa versione coreografica con Bruhn e Nureyev, il Pipistrello di Roland Petit, il divertissement con adagio e coda di Paquita, e altre in diverse versioni coreografiche, come l’adagio del cigno bianco con María Celeste Losa e Timofej Andriašenko (Nureyev), il grand pas de deux della Bella addormentata (versione del Royal Opera House rivisitata a momenti alterni da Ashton, Dowell e Wheeldon), quasi l’intero atto III della recente «Coppélia» di Alexei Ratmansky.

foto_2_Navrin Turnbull, Domenico Di Cristo, Linda Giubelli in «Luce»

C’è stato, poi, anche il tempo per nuovi debutti, nuove creazioni, interpretazioni di balletti neoclassici e contemporanei: si tratta della Luna di Maurice Béjart interpretata per la prima volta dall’étoile scaligera Nicoletta Manni sotto la guida della grande artista Luciana Savignano (che ho avuto l’onore e il piacere di intervistare per «La Scala Magazine» di aprile 2021). Si sono quindi viste le nuove creazioni il passo a tre Luce di Andrea Crescenzi, danzatore della Compagnia e coreografo emergente, il solo In Your Black Eyes di Patrick de Bana e il passo a due Árbakkinn di Simone Valastro già presentato nella scorsa stagione scaligera. Infine, i neoclassici Donizetti Pas de Deux di Manuel Legris e l’adagio dai «Diamanti» di George Balanchine. Programma densissimo di una serata molto lunga, per i miei gusti troppo lunga, per questo motivo mi limiterò a commentare solo alcuni momenti significativi per le riflessioni più ampie di quest’articolo sull’Arte.

Per quello che Carla Fracci rappresenta in merito al senso autentico dell’arte, voglio evidenziare il  pas de deux di Vittoria Valerio e di Claudio Coviello, che si sono esibiti nella tecnica danese della Sylphide. I gala, si sa, con i numerosi spettacoli diversi che scorrono come réclame, rispettive prove, spesso con presenza di ospiti, non offrono mai le migliori presentazioni degli interpreti, né al pubblico la possibilità di immergersi emotivamente e totalmente. Eppure, con Claudio e Vittoria qualcosa crea come un incantesimo: sono due artisti che sulla scena portano la propria anima, i propri sentimenti reciproci, la propria tecnica e il propria professionalità per emozionare ed emozionarsi, soprattutto in balletti romantici e ottocenteschi (come anche «Giselle» e il «Lago dei cigni») che tanto rispecchiano le loro anime.

foto_3_Vittoria Valerio e Claudio Coviello in «La Sylphide» (1)

foto_4_Virna Toppi e Christian Fagetti nel «Pipistrello»

Virna Toppi, Christian Fagetti e Luana Saullo hanno regalato al pubblico il momento più divertente e ‘leggero’ con il Pipistrello di Petit, suscitando attraverso la recita un’autentica ilarità, che deriva anche da reali attitudini caratteriali dei tre, in un pezzo che a tratti può apparire stucchevole e lontano dalla sensibilità contemporanea, eppure reso da loro frizzante e naturale, la perfetta occasione per Saullo di salutare le scene dopo anni di carriera sul palco della Scala.

Luciana Savignano è stata chiamata sul palco scaligero per aver rimontato la Luna di Béjart con Nicoletta Manni. Savignano è stata étoile del Teatro alla Scala, un’interprete intensa e appassionata, come la Luna e la Lupa, anima forte e sensibile come Bhakti – a lei mi ha legato umanamente la comune amicizia con Bruno Vescovo, tragicamente scomparso nel 2022, cui va il mio pensiero in questo articolo dedicato all’Arte. La Luna non tornava alla Scala dal 2015, quando l’allieva del settimo corso Martina Dalla Mora la portò per lo spettacolo della scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala (ne parlai su «Dreamtime Magazine» il 30.03.2015). Dopo Savignano solo Sylvie Guillem lo ha danzato e portò Luna al concorso di Varna del 1983 a diciannove anni. L’interpretazione allora era stata affidata per la prima volta a una ballerina giovanissima, al contrario di Savignano, che danzò già con una grande esperienza alle spalle. Nicoletta Manni ha danzato con un accademico sbracciato proprio come Savignano nel 1976, ha reso una Luna tecnicamente solida, che mi è piaciuta perché un po’ timida e un po’ seria, e che in futuro personalizzerà maggiormente, con le braccia arrotondate a cornice nello stile italiano che è quello di Savignano.

foto_5_Nicoletta Manni nella «Luna»

Il trio di Luce di Crescenzi consiste di Linda Giubelli, Navrin Turnbull e Domenico Di Cristo, un trio già ben consolidato, è giocato appunto sui contrasti di luci, ombre e controluci, con dei bellissimi costumi (tute accademiche di pizzo e trasparenze) che azzerano le differenze di genere per dare la massima espressività di silhouette e sagome. La coreografia ha un’accurata geometria dello spazio con figure che tagliano la scena in modo non canonico, i movimenti si configurano per la circolarità del floor work (lavoro a terra) e la linea spezzata dei lift (prese e sollevamenti).

Per quanto riguarda gli ospiti della serata Fracci, sono stati invitati Marianela Núñez e Vadim Muntagirov da Royal di Londra con il passo a due del terzo atto della Bella, che ha creato un momento molto ‘classico’ e caratterizzato dalla tecnica e personalità prorompente dei due interpreti, tra virtuosismi e giochi di spazi, eleganza nello stile e divertimento. Poi dall’Het Nationale Ballet di Amsterdam sono arrivati i primi ballerini Ol’ga Smirnova e Jacopo Tissi, noti per aver lasciato le carriere al Teatro Bol’šoj di Mosca con l’inizio della guerra in Ucraina come messaggio di opposizione al conflitto. 

foto_6_Vadim Muntagirov e Marianela Núñez nella «Bella addormentata nel bosco»

Purtroppo, per il mio gusto e la mia conoscenza di Balanchine ho trovato l’adagio di Diamonds, il terzo movimento del balletto Jewels, lontano dal suo stile e anche noioso. È un balletto che adoro, che ho avuto modo di vedere dal vivo e a video con tanti interpreti diversi, al New York City Ballet, alla Scala diverse volte, con Smirnova stessa e Semën Čudin del Bol’šoj, sempre mi sono trovato attratto e catturato dall’interpretazione. La stessa sensazione di noia l’ho provata per In Your Black Eyes di Patrick de Bana, solo per e di Roberto Bolle, un’interpretazione che non mi ha colpito in una coreografia che non mi raccontava nulla, con la scena dei coni di luce e il costume (torso nudo, pantalone e mezze nere) già visti in un’altra coreografia di de Bana, The Labyrinth of Solitude (2015) per Ivan Vasiliev, portato anche alla Scala nella stagione 2020/21 con Mattia Semperboni e Domenico Di Cristo.

Proprio dalla noia voglio partire per la seconda parte del mio articolo con una riflessione sull’Arte e su quello che nel titolo chiamo scherzosamente “Bolle Gate”, la discussione che in queste settimane si è mossa intorno al programma Viva la danza! in onda su Rai Uno lo scorso 29 aprile e all’intervista di lancio del programma da parte di Alberto Matano alla Vita in diretta e all’intervista di Claudia Rossi e Andrea Conti su FQLife del 29 aprile stesso. 

foto_7_Il corpo di ballo nel «Lago dei cigni»

Vorrei ripartire dall’inizio di questo articolo. Quando si pensa a Carla Fracci, si pensa alla visione romanticizzata dell’artista, ma Carla Fracci e il marito sono anche stati grandi imprenditori di sé stessi e dell’immagine di Fracci e dell’Italia del mondo. Hanno portato la danza dappertutto, nella sua autobiografia Fracci ammette di gradire molto quando la gente fermandola le ricordasse di averla vista danzare magari in un piccolo teatro del Centro Italia o in un festival locale al Sud, non soltanto quando danzasse all’American Ballet Theatre, al London Festival (oggi English National Ballet) o alla Scala di Milano. Ecco, per fare questo Fracci ha brandizzato sé stessa, inevitabilmente. Niente di diverso hanno fatto Rudolf Nureyev, Luciano Pavarotti e Roberto Bolle con i format di spettacolo “Sé stessi & Friends”, e tutto questo con i mezzi comunicativi, manageriali e imprenditoriali a disposizione a seconda dei tempi.

Qui avviene il punto più divisivo della questione, che è fortemente ideologico. Può l’arte essere brandizzata e restare Arte? Si era posto il problema già agli inizi del XX secolo in piena Belle Époque con l’arte preraffaellita e lo stile liberty, che inseriva l’arte nel clima di rivoluzione industriale figlia del positivismo e arriva alle considerazioni di No Logo! di Naomi Klein (2000), incredibilmente profetiche oggi nel primo quarto del XXI secolo.

Per quanto riguarda Bolle, la divisione nasce da un dato di fatto e da uno soggettivo. Parto dalla mia esperienza personale, perché negli anni ho visto atteggiamenti diversi riguardo Bolle all’interno degli ambienti legati alla danza e al teatro, che si può banalizzare in modo impreciso ed estremo, ma che rende l’idea con questa dicotomia: gli intenditori di danza ‘di qualità’ tendono a non amare Roberto Bolle, mentre gli appassionati tendono ad amarlo se non addirittura a osannarlo. 

foto_8_Jacopo Tissi e Ol’ga Smirnova nei «Diamanti» di Balanachine

Anch’io sono caduto in questo tranello, che un po’ stava tra lo snobismo culturale e il consumismo, solo perché Bolle difficilmente mi trasmette un’emozione ‘positiva’ – mi è anzi capitato di criticare senza mezzi termini alcune scelte artistiche che ho trovato inappropriate per la mia concezione del balletto in questione, per esempio in una «Giselle» con Svetlana Zacharova nel 2016. Eppure, io che mi ritenevo al di fuori, ero perfettamente inserito in un gioco del capitalismo, la cui logica vuole che siccome ho usufruito di un bene (lo spettacolo) di cui non sono rimasto soddisfatto, allora non valeva la pena usufruirne. 

Qui il discorso sulle emozioni ‘positive’ e lo stesso vale per la mancata comprensione di un balletto contemporaneo. L’Arte non è un servizio, di cui si può essere soddisfatti o no; non è neanche un libretto delle istruzioni, che vada per forza capito. L’Arte va esperita. E come le esperienze non si distinguono tra positive e negative, perché ognuna ha offerto un’occasione di crescita personale e consapevolezza di sé, così l’Arte può piacere e no, può comunicare qualcosa e no, ma in ogni caso dà a chiunque l’occasione di capire qualche tratto di sé stessi e di entrare più intimamente in connessione con la propria interiorità, indipendentemente dal grado di cultura e di ‘intendimento’ dell’arte stessa.

Questa è senza dubbio per me la più grande rivoluzione che ho vissuto nel vivere l’Arte, dopo tanti anni di frequentazione: l’Arte come specchio per riflettere (sul)la mia anima. Dov’è che sento una frizione e una contraddizione? Quando l’Arte viene strumentalizzata e diventa mezzo di propaganda e pubblicità della persona, cioè la brandizzazione.

foto_9_Antonella Albano e Massimo Garon in «Árbakkin»

Viviamo in un mondo regolato dal capitalismo, sarebbe utopistico volere l’Arte svincolata da tutto, perché non è così. L’Arte e la Cultura devono contribuire all’economia anche materiale, non solo come beni intangibili. Ma quando diventa solo un prodotto? Quando l’artista pensa al fine e non si preoccupa o si preoccupa limitatamente del processo creativo in sé, il come. La parola “arte” viene da un’antica radice proto-indoeuropea che vuol dire ‘mettere insieme, assemblare’, perciò l’arte è tutto il processo creativo che inizia dalla sala prove e continua con gli spettacoli e si rimette in discussione a ogni prova e ogni ripresentazione. Un processo di infinito apprendimento.

Sicuramente, l’eredità più importante di Carla Fracci è questa continua ricerca, questo continuo processo di miglioramento, che l’ha portata pur nella consapevolezza del proprio valore a essere sempre a servizio della danza e dell’Arte. Il XXI secolo ha reso un valore quello che Nikita S. Chruščëv nel famoso discorso del 1956 ha definito la causa della degenerazione del comunismo, cioè il culto della personalità di Stalin. La personalità del testimonial, il marchio rappresentano il fine, non più il processo creativo, ma il prodotto griffato (la parola è infatti un participio passato, l’azione è conclusa).

foto_10_Nicola Del Freo e Alice Mariani in «Doninzetti Pas de Deux»

Si perde, dunque – e sembra si voglia perdere –, la capacità di giudizio personale in merito all’Arte: le scuole private, e locali, di danza si affannano ad accaparrarsi il ballerino ‘famoso’ di turno perché appartenente al marchio altrettanto ‘famoso’ del talent show in voga, secondo un’equazione estremamente capitalistica di “famoso”, cioè ‘acclamato’ = “più bravo”, ma purtroppo ci si dimentica che il “più” costruisce il grado comparativo dell’aggettivo, che per essere tale necessita un secondo termine di paragone, per lo più mancante in questi contesti. Allora, che cosa succede? Succede un altro processo ben descritto da Klein nel suo saggio, quello dell’assolutizzazione e della monopolizzazione, che porta a un’altra equazione sbagliata che ottunde il pensiero critico: “famoso” = “il più bravo”, quindi ‘intoccabile da qualunque critica’.

La brandizzazione di Roberto Bolle, il logo Bolle, sembra quasi dirigersi in questa direzione: ha il merito di rendere la danza dei teatri d’opera, cioè il balletto classico, neoclassico e contemporaneo, accessibile al più vasto pubblico della televisione, anche attraverso la fusione con lo spettacolo più tipico della televisione, come la musica pop e la commedia; la sua fisicità ha il merito di aver avvicinato anche molti ragazzi e ragazzini, appianando la disparità di genere soprattutto nelle scuole private e locali; porta letteralmente la danza in piazza, quella del Duomo di Milano, con il festival OnDance – Accendiamo la Danza a inizio settembre che quest’anno arriva alla sua quinta edizione. 

foto_11_Marco Agostino, Martina Arduino e le soliste in «Paquita»

Il culmine arriva con le interviste alla Vita in diretta e a FQLife sulla direzione del ballo al Teatro alla Scala, allo scadere dei mandati del Sovrintendente Dominique Meyer e dell’attuale Direttore del ballo Manuel Legris. Bolle è stato fortemente cauto esprimendo la propria disponibilità a ricoprire il ruolo di direttore artistico della compagnia di balletto della Scala, se gli venisse ufficialmente proposta dalla nuova sovrintendenza. Può essere l’espressione di un desiderio? può essere l’indirizzamento propagandistico di una scelta? Non si possono processare le intenzioni: non è giornalismo. Avviene però da un paio di settimane un altro figlio del capitalismo: il malumore. Spesso giornali titolano a effetto come se la Direzione del balletto scaligero a Bolle sia pressoché certa, i social che non sono certo il luogo ove meglio si verificano le notizie sono diventate un campo di tifoseria e prese di posizione al di là di ogni argomentazione, in caos entro cui cresce un ingiustificato malumore. 

Chi ne fa le spese? L’Arte. Infatti, l’Arte non si fonda sul principio del capitalismo che vive di grafici che mostrano l’andamento (il fatturato) passato e gli obiettivi del futuro. L’Arte, soprattutto quella intangibile come la danza, è “qui e ora”, è un eterno presente che muta avanzando come le acque di un fiume. Bisogna cambiare la prospettiva di approccio e analisi dell’Arte, perché fare esperienza di questo presente è quello che io definisco come autenticamente “vivere”: ecco perché per me l’Arte è Vita. Questa è l’unica equazione che trovo matematicamente e concretamente priva di errori.

foto_12_Saluti di chiusura Gala Fracci

Domenico Giuseppe Muscianisi

Foto di Marco Brescia e Rudy Amisano © Teatro alla Scala: 1. Roberto Bolle in «In Your Black Eyes»; 2. Navrin Turnbull, Domenico Di Cristo, Linda Giubelli in «Luce»; 3. Vittoria Valerio e Claudio Coviello in «La Sylphide»; 4. Virna Toppi e Christian Fagetti nel «Pipistrello»; 5. Nicoletta Manni nella «Luna»; 6. Vadim Muntagirov e Marianela Núñez nella «Bella addormentata nel bosco»; 7. Il corpo di ballo nel «Lago dei cigni»; 8. Jacopo Tissi e Ol’ga Smirnova nei «Diamanti» di Balanchine; 9. Antonella Albano e Massimo Garon in «Árbakkin»; 10. Nicola Del Freo e Alice Mariani in «Doninzetti Pas de Deux»; 11. Marco Agostino, Martina Arduino e le soliste in «Paquita»; 12. Saluti di chiusura Gala Fracci.

 

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