STRATEGIE ELETTORALI: INSICURI? GHE PENSI MI

Alcune considerazioni che arrivano dall’ultimo turno elettorale. Ogni elezione fa storia politica a sé, perfino quando se ne sovrappongono nella stessa giornata, negli stessi seggi e con gli stessi elettori individuali: in termini assoluti, è un segno di maturità democratica che paradossalmente sconcerta osservatori e protagonisti della politica che hanno sempre auspicato il verificarsi di questa situazione, ma sono sostanzialmente impreparati a coglierne il senso e a gestirne l’impatto.

Italian Deputy Premier and Interior Minister Matteo Salvini addresses a joint press conference in the Carmelite monastery of the prime minister's office in Budapest on May 2, 2019. - Salvini is on a one-day official visit to Hungary. (Photo by ATTILA KISBENEDEK / AFP)

Lo strano caso dei sindaci di sinistra eletti in Comuni dove la Lega quadruplica i voti alle Europee è proprio il risultato di una capacità, in passato inespressa, da parte dell’elettore di valutare proposte e candidati indipendentemente dalla generica consonanza politica di fondo.

La seconda lezione è che le elezioni si vincono e si perdono su singole “issie” e che i fattori di successo sono nell’ordine:

  1. individuare la “issue”, l’argomento, il tema che l’elettorato ritiene in quel momento determinante o, in alternativa, riuscire a far credere che i punti della propria agenda siano l’elemento determinate e più importante. E’ quello che ha fatto Salvini, imponendo il tema dell’emergenza sicurezza nel periodo della storia italiana nel quale i reati hanno raggiunto il livello minimo conosciuto;
  2. il successivo fattore è far credere che la propria volontà di risolvere il problema sia la miglior soluzione possibile in quel preciso momento, indipendentemente dalla competenza e dalla tecnica risolutiva applicata. Per continuare con l’esempio, ci si fida di Salvini che dice di voler risolvere il problema sicurezza, non perché lo si considera un esperto in materia.

Deriva da questo la terza lezione elettorale, ci si candida a risolvere il problema, non a essere leader politici a prescindere: Salvini, ancora lui, fa il pieno dei voti quando li chiede per fare il poliziotto cattivo o per “dirne quattro all’Europa”, non per fare il presidente del Consiglio italiano o il commissario Ue.

Mutare una tendenza di questo genere è possibile solo riarticolando la proposta negli ambiti nei quali questi temi possono essere affrontati concretamente e in tempi brevi: le istituzioni di governo del territorio, intendendosi quelle che formalmente esistono, in primis il Comune, e quelle che vengono pervicacemente negate e ignorate ma costituiscono la realtà odierna, come le Città Metropolitane e le Macroregioni (cinque o sei, non certo le venti assurde odierne…); e naturalmente l’Europa, a partire dall’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento europeo.

Attardarsi ancora a pensare che la rigenerazione della politica possa venire dal “rinnovamento” di partiti nazionali integrati verticalmente è, già oggi, pretendere di caricare i carri armati con la cavalleria e pensare di vincere, come successe ai polacchi invasi dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale.

Ultima – per ora – lezione: i candidati contano e sempre più spesso determinano in proprio l’esito elettorale. L’era del simbolo che “lava più bianco” è definitivamente tramontata, siamo piuttosto nell’epoca del simbolo “bacio della morte”: la proliferazione di candidati iscritti a partiti più o meno storici che si presentano alle elezioni con simboli civici dell’ultimo istante ne è la prova incontrovertibile.

Franco D’Alfonso

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carlo rinolfi
carlo rinolfi
6 anni fa

Ottima analisi dell’agire politico attuale.

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