LA GUERRA, MILANO, LO SPECCHIO

Alcune domande per una città che tira diritto, perché non si schianti

«A Malpensa ieri non ho caricato nessuno. Dopo sei ore e mezza sono tornato a casa. Non si son visti aerei dal Medio Oriente né da quei Paesi che ci danno lavoro». È un taxista che racconta l’improvvisa cappa di inedia calata su Milano al 4° giorno della guerra scatenata da Trump e da Netanyahu contro l’Iran. 

La città si appresta a pagare un prezzo salato sulle bollette e sui prezzi di tutti i beni, carrello della spesa in primis. Il costo del petrolio e del gas volano come in tutto Paese. In più, rispetto al resto d’Italia, Milano è costretta a guardarsi allo specchio, a porsi una qualche domanda. Il che potrebbe essere anche una salutare opportunità: fermarsi un attimo, riflettere, prendere coscienza di dove sta andando e delle conseguenze della direzione di marcia intrapresa.

Ad esempio, può interrogarsi sul futuro tutto concentrato su un’edilizia in stile Paesi del Golfo, sul mercato immobiliare, sui superricchi che acquisiscono qui la residenza, sulla mobilitazione per grandi eventi che impongono visibilità mondiali e standard di vita ma lasciano a terra, espellono, rendono scarti intere fasce di popolazione. Ci vuole niente: le vie dello shopping extra lusso, le grandi arterie del commercio, i ritrovi stellati possono svuotarsi in un battibaleno. 

A far saltare tutto bastano sconsideratezze, senso di onnipotenza, sfrontatezza di due guerrafondai autoproclamatisi padroni del mondo, che bombardando, uccidendo migliaia di civili, minacciando di farla pagare a chi non la pensa come loro, l’uno, Netanyahu, allontana processi per corruzione in Patria o per crimini di guerra al Tribunale Internazionale e l’altro, il tycoon, esorcizza la paura d’essere bocciato alle elezioni di metà mandato.  

Mentre si guarda allo specchio e s’interroga per sapere chi è la più bella tra le città italiane e le capitali del mondo, Milano vede pioverle addosso tanti altri segnali che consiglierebbero di frenare rispetto alla via intrapresa e cercar di invertire la rotta. 

E così, ad esempio, chi la governa si domandi a quali giovani intende passare il testimone, da che tipo di umanità vuole essere abitata, se crede ancora che la storia abbia un qualche significato, se Milano vuole essere ancora la città che accoglie energie e talenti indipendentemente dal censo da cui provengono, il luogo dove la categoria dell’ascensore sociale può abitare o va rottamata. 

Archiviate le Olimpiadi, il Villaggio olimpico andrà sì agli studenti universitari, come promesso e sbandierato, ma ormai è chiaro: gran parte delle stanze avranno prezzi non certo per i fuori sede meno abbienti e magari meritevoli. Nulla di nuovo, né di imprevisto per una città in cui si sono sfiorati i 40 mila euro al metro quadro in via Montenapoleone. Tutto da ripensare, invece, per la politica che deve decidere se ridursi a vigile urbano che supplisce al semaforo rotto e si limita a evitare (quando riesce) che l’indisciplinatezza di chi circola (i capitali) provochi incidenti, oppure riprendersi il ruolo di indirizzo della cosa pubblica, di contemperamento delle esigenze, di garanzia che i bisogni siano soddisfatti e diritti siano tutelati anche ai più fragili perché gli spetta se si vuole una città più giusta, non per mostrare poveri, pensionati, senza fissa dimora, migranti in fila per un piatto di minestra.

Ci si mettono anche eventi “straordinari” a suggerire una qualche inquietudine sulla coerenza tra la Milano dai mille lustrini e il tipo di governo a palazzo di Marino, dove, per chi avesse la memoria corta, siede una giunta di centro sinistra. I tram, simbolo pluricentenario della città, orgoglio di durata, efficienza, funzionalità, servizio pubblico in pochi giorni sono al centro di preoccupanti incidenti, mai accaduti in passato. 

I centenari tram della serie 1500 circolano ancora su e giù per San Francisco, insomma. Ci son scappati invece due morti da noi l’altra settimana, con il particolare anche increscioso scambio di nomi tra le vittime. Le cronache, alle prese con le tante domande suscitate da disastri e disagi, han confermato un dato: i mezzi pubblici, quelli di superficie e su rotaia in particolare, son roba da anziani, pensionati, immigrati ormai; dal punto di vista pratico poi, orami forniscono prestazioni a ritmi ridotti (attese interminabili alle fermate) e in quantità insufficienti.

Dicono che l’ATM non trova autisti. Si può capire. Si riaffacciano le domande su quale città stiamo costruendo. Milano non attrae lavoratori. Con quel che prendono a guidare un tram o un bus non dispongono di risorse per trovar casa, figuriamoci per pensare di metter su famiglia, e quindi andare a comporre e a incrementare quelle fasce di aristocrazia operaia che ha innervato Milano nella storia anche recente.  

A proposito di stipendi inadeguati e della Milano allo specchio, a dire il vero segnali arrivano in questi giorni di guerra proprio da Palazzo di Giustizia. Dai Magistrati che a sentir Meloni, in un comizio per l’occasione al Teatro Parenti, se vincono i No al referendum son lì per liberare stupratori, pedofili, drogati, immigrati irregolari, Magistrati “negligenti” per far carriera grazie alle correnti (il suo Ministro della Giustizia ha detto che al Csm, presieduto da Mattarella, vigerebbe un sistema para-mafioso) son venuti in questi giorni colpi duri e significativi alle aziende dei rider e alla politica. 

Già perché entrambe oggi, nella capitale della new economy nostra, si ignorano la redistribuzione delle risorse, l’equità sociale, il salario minimo; obiettivo questo, prima che delle opposizioni (peraltro incapaci di unirsi nel farne un’autentica battaglia di civiltà) della Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo (non è retorica ricordare questa verità storica, come il fatto che Milano è Medaglia d’oro per quanto diede allora). 

La Costituzione, sulla quale chi va al governo giura ma poi non mantiene l’impegno (anzi, se appena può, lo boicotta), all’articolo 36 stabilisce che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Insomma, era sfuggito all’attenzione della città in cui val la pena di vivere, più che a Venezia, Roma e Firenze, secondo il New York Times e a chi ne guida le sorti vantandosi di tale status, che i fattorini a migliaia sciamano su e giù per 12 ore, 7 giorni su 7, a portar pizze e spesa, per pochi spiccioli di euro, senza diritti, né tutele, né garanzie, comandati da un algoritmo fatto apposta per corrispondere alle nostre pigrizie, alle comodità indotte, alla crescente predisposizione all’isolamento, all’auto referenzialità da smartphone che sterilizzano le relazioni.

Per chi ha ancora memoria di alcune categorie fondanti le libertà costituzionali e la dialettica democratica il proletariato resta, anche se non ci sono più le tute blu (metalmeccanici) e bianche (chimici e gomma); le catene, messi i robot agli impianti di montaggio, sono quelle delle bici dei rider truccate per arrivare prima nelle consegne e non essere licenziati magari con un sms; il cottimo pure impera, anche se al posto di un cronometrista che misurava i pezzi c’è l’intelligenza artificiale.

Del resto, Milano non aveva visto negli anni scorsi i laboratori attivi nei paesi della cintura (non in qualche periferia del mondo). Imprenditori senza scrupoli e caporali schiavizzavano immigrati, per lo più clandestini, per produrre a poche decine di euro vestiti di marca e borse griffate che poi finivano nelle vetrine delle vie dello shopping di lusso a migliaia di euro, per il lucro d’un sistema scintillante all’esterno (ma opaco nella filiera produttiva) per le carte di credito di turisti e business men and women  clienti fissi di quell’aeroporto della Malpensa che adesso, con i venti di guerra, langue e lascia a piedi i taxisti.  

Anche nell’occasione dello sfruttamento di uomini e donne segregati in locali malsani, senza distinzione tra banco di lavoro, letto, servizi igienici (eufemismo) per confezionare abiti di lusso e oggetti pelli pregiate qualche Magistrato era intervenuto. 

A Palazzo di Giustizia avevano trovato il tempo per fare il proprio dovere: applicare la legge, commissariare aziende, interrompere comportamenti illeciti. Intanto di questi nessuno s’era accorto: non i rappresentati dei marchi del lusso, che si servivano di quei laboratori e ci tenevano, tanto da mandare propri tecnici a controllare la qualità dei materiali impiegati; non la politica (gli sfruttati oggi non sono quasi più elettori); non gli Uffici Pubblici preposti ai controlli. 

E al momento ha mostrato di non averne contezza la Premier, che proprio a Milano è venuta ad accusare i Magistrati d’essere dei fanigottoni, di pensare solo a carriere e correnti, di minare l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini liberando criminali d’ogni risma.   

Notava Marco Casteluovo su “Incoeu”, la newsletter quotidiana del Corriere della Sera, alla vigilia del comizio della Premier al Parenti: «Non è mai capitato in tre anni e mezzo ormai che [Meloni] venisse a Milano per incontrare Milano. Il Sindaco, gli imprenditori, i professionisti che qui vivono e lavorano. A me pare una cosa da matti». 

Non è mai nemmeno capitato, aggiungo io, a memoria di cronista che a Milano uno sconosciuto raggiungesse un Presidente del Consiglio che stava per incominciare il suo comizio, gli desse un libro e dicesse con voce che tutti potevano udire e le telecamere registrare «Adesso aspettiamo le dimissioni di Mattarella».  

Milano, forse frastornata dalla guerra e dalle sue pesanti conseguenze (un sussulto di pragmatismo ambrosiano che potrebbe affrancare la città dalle battaglie ideologiche della destra identitaria e post repubblichina), alle prese con lo specchio in cui ha incominciato a guardarsi e a riflettere, sembra aver sottovalutato un episodio così inquietante. Non s’è preoccupata, né indignata. A sinistra, in particolare: non pervenuta. Pd e alleati sono alla caccia d’un successore di Sala. Insomma, visti gruppi e sigle che più o meno gravitano attorno alla possibile maggioranza di centro sinistra siamo ai Sei personaggi in cerca d’autore. E di un’identità per il Pd medesimo. 

Del resto la stessa Meloni non s’è risentita all’udire l’evocazione delle “dimissioni di Mattarella”. Non ha ripreso l’intruso per l’impertinenza, l’indebita irruzione negli equilibri istituzionali, non l’ha cacciato a male parole, né ha chiamato la sicurezza perché identificasse l’individuo in potenziale flagranza di reato. La premier non ha evidentemente la tempra del suo sodale di tradizione e raggruppamento politico Ignazio La Russa. 

Il Presidente del Senato, e per il nostro sistema costituzionale seconda carica dello Stato, quindi vice di Mattarella, infatti, alla Scala il 7 dicembre 2023 intimò alla Digos di identificare lo spettatore che dal loggione aveva gridato «Viva l’Italia antifascista». Tanto meno risulta che Meloni abbia cercato di metterci una toppa con il Presidente della Repubblica, scusandosi pubblicamente per l’accaduto e facendo emettere da Palazzo Chigi un comunicato in cui si prendessero le distanze dall’improvvido fiancheggiatore.

Forse un po’ di cultura potrebbe essere utile in questo momento delicato a Milano per tenere la barra del timone dritta. Ma tutto sembra congiurare contro i destini aurei che molti hanno coltivato in questi anni per la città. 

Un altro sinistro segno di malaugurio potrebbe esser letto nella notizia che ha turbato non poco in questi giorni: i proprietari hanno deliberato la chiusura della Hoepli. Ma contro i profeti di sventura in questi stessi momenti va in scena al Piccolo Teatro Miracolo a Milano.

Quindi è possibile riprendersi? Scrivono dal Piccolo: «A settantacinque anni dalla sua prima comparsa sul grande schermo, Claudio Longhi e Lino Guanciale, con la complicità drammaturgica di Paolo Di Paolo, invitano il pubblico a far ritorno a questa indimenticabile “favola bella”, – «che ieri ci illuse, che oggi ci illude» – a ritrovare, nello specchio ossidato dagli anni di questa epopea fantastica in odor di realismo magico, i tratti più veri del nostro volto, le ragioni profonde del nostro sentire. Ma che cos’è un miracolo?». 

Miracolo, rispondo io, è la realtà quotidiana, quando ciascuno di noi capisce che il momento non è più rinviabile, si rimbocca le maniche e chiede a sé e agli altri «che cosa posso fare io?». E poi ci si mette veramente, si sporca le mani. Così Risorgeva Milano, con Antonio Greppi, dopo il 1945. Con quell’imperfetto che dal tempo mitico riporta al presente, al continuo, storico presente che contiene in sé il futuro, il risorgere di ogni mattina, col sole e con la tempesta, atmosferica o bellica. Se lo vogliamo e lo facciamo, per noi, per i figli e per i nipoti e pronipoti, per la città, magari poco smart, ma vera, autentica, nella quale vale la pena stare insieme. Alla maniera ambrosiana!

Marco Garzonio

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Patrizia toia
Patrizia toia
1 mese fa

Bellissimo L articolo di Marco garzonio

Mara Forghieri
Mara Forghieri
1 mese fa

Un disastro annunciato, che Marco Garzonio ha dipinto in modo magistrale. Poveri noi, recuperare la speranza diviene un mistero

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