IL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA

Le ragioni del Sì e del No tra testo e contesto

Si può fare la riforma della magistratura contro la magistratura?

Prima ed oltre il merito dei singoli quesiti, questa domanda pone la questione essenziale, politica ed istituzionale, per orientarsi verso per il SÌ o per il NO. Se la Costituzione del ’47 non è un totem intoccabile, neppure si può dimenticare che è, dovrebbe essere sempre, la Carta dei princìpi fondativi essenziali del nostro Paese dove tutte le parti in causa trovano un terreno comune di sintesi e di regolazione del confronto, il luogo, dove oltre le appartenenze, ci si riconosce come parte di un tutto condiviso.

Ed in effetti, il suo testo fu approvato dalla quasi totalità delle forze politiche di allora, non tanto per un calcolo politico, che potrà pure esserci stato, ma per la sincera adesione, nel generoso clima del secondo dopoguerra, ad una visione generale della società, dei diritti, delle istituzioni e dei principi generali, tra cui certamente era compreso, e non in second’ordine, quello della separazione dei poteri dello Stato, Principio che riconosce alla magistratura non solo l’autonomia nell’applicazione delle leggi, ma anche le necessarie guarentigie di autogoverno e regolazione della sua vita interna.

Solo l’estrema destra di allora non ne condivise criteri ordinatori ed impianto, generando una frattura che come un fiume carsico ha attraversato i decenni per giungere fino ad oggi, alimentata ed approfondita da forze sempre più distanti dal sentire democratico situato alla radice della Costituzione. Soprattutto sempre meno sensibili al tema fondativo della separazione dei poteri dello Stato, e sempre più affascinate dalla riproduzione del mito dell’equivalenza tra consenso popolare (finchè serve …) ed esercizio illimitato del potere.

L’indebolimento progressivo del senso del limite del potere politico, del resto, è tratto comune all’universo delle destre mondiali, insofferenti alle regole come ai diritti. In questo Meloni è come Orban, Salvini come Farage, la buonanima di Berlusconi come Trump: il voto popolare “legittima” ed autorizza l’azione di governo anche oltre il dettato costituzionale che ne definisce le forme dell’esercizio. Nell’avvicinare la riflessione sui quesiti referendari, la lettura del contesto in cui è maturata questa riforma dell’ordine giudiziario richiederebbe allora un’attenta e prudente valutazione delle possibili opzioni di voto alla luce dei suoi antefatti e soprattutto delle sue conseguenze.

Certo, i singoli passaggi della riforma potrebbero anche formare oggetto di una valutazione aperta al confronto delle diverse posizioni e perfino alla condivisione di alcuni aspetti.  Certo, nomi come Cassese, Zanon e Pisapia, si situano ad un livello ben distante dalle premesse di cui dicevo sopra, certo sarebbe accettabile in certe condizioni concentrarsi sul testo lasciando da parte il contesto, ma il punto dirimente è proprio la natura e la dinamica preoccupante del contesto che situa, disloca, i vari passaggi del testo di riforma su crinali delicatissimi ed ormai critici dei rapporti politico istituzionali, tra gli ordini dello Stato e tra le forze politiche.

In sé e per sè, che il principio della “separazione delle carriere” possa trovare applicazione  non è cosa fuori dal mondo, già di fatto introdotta con la Riforma Cartabia (*), che il sorteggio dei membri togati dei nuovi organi di autogoverno della magistratura possa essere un rimedio non del tutto astruso alla deriva correntizia che ne condiziona pesantemente la vita interna è da considerare senza scandalo, e che la loro composizione riproduca nelle proporzioni quelle ex ante è un fatto, ma quando la capo gabinetto del Ministero della Giustizia dichiara apertis verbis che con la maggioranza del SI si potrà finalmente “far fuori la magistratura” e quando Meloni in prima persona avverte che in caso contrario si consegna il Paese a stupratori, pedofili e delinquenti, lo spazio per un confronto libero,  dialettico e tecnico,  sui diversi articolati della riforma si azzera.

Si annulla stupidamente per mano degli stessi promotori della riforma, ma si sa “gli dei accecano la mente di quelli che vogliono perdere”, mentre quanti anche a sinistra erano pur aperti al confronto restano basiti e preoccupati, estremamente preoccupati, dalla deriva impressa al pubblico dibattito. Poichè se queste sono le intenzioni, se questi i promotori e queste le motivazioni pubblicamente espresse, ci si chiede come si possa dimenticare il “contesto” per concentrarsi sul “testo”. Per non dire poi della usuale falsità intera propagandata dai “riformatori” che attribuiscono tutti i mali della giustizia ai giudici, evidentemente pigri, debosciati o sovversivi, sottacendo la carenza paralizzante di risorse che neppure il Ministro Nordio ha saputo, potuto o voluto, non si dice risolvere ma almeno contrastare e ridurre.

E qui è opportuno tornare alla domanda iniziale. Se la Carta Costituzionale è la casa di tutti gli italiani, e se giustizia e politica devono essere ordini reciprocamente rispettosi, come può trovare legittimazione politica, sostanziale, una riforma che fin dal primo momento è stata fieramente avversata dall’Associazione Nazionale Magistrati, cui aderisce il 90% dei giudici? E come potrà formare terreno di vita comune nel Paese se non ha trovato nelle forze di opposizione un minimo di consenso, sia pure su singoli passaggi?

Certamente, si potrà opporre che la magistratura finora non ha saputo autonomamente trovare correttivi alla deriva correntizia che ne mina la gestione, e certamente si potrà dire che PD e 5Stelle cercano sempre motivi di polemica, ma resta il fatto che la destra postfascista al governo, cui toccavano obbligo e responsabilità, non ha neppure provato a cercare un minimo di mediazione, preferendo procedere ad una sostanziale “forzatura” del procedimento costituzionale, evocando un tema, la malagiustizia, su cui, se convergono sentimenti popolari diffusi ed altalenanti, soprattutto trovano astuto riparo strutturati e permanenti interessi politici volti alla eliminazione in radice delle voci contrarie agli atti di governo.

E sarà pure un pregiudizio, sarà pure un processo alle intenzioni, ma dedurre la sostanza politica della riforma costituzionale della giustizia dal profilo delle forze della destra italiana e dei suoi leader non pare allora fuorviante: un partito postfascista diretto da chi non ha mai ripudiato il fascismo e la sua ideologia statolatrica, un partito modellato attorno agli interessi di un pregiudicato egoarca mediatico, ed infine un partito populista privo di qualsiasi stella polare che non sia l’opportunistico cavalcare un qualsiasi malessere popolare. Insomma se nel ’60 si diceva di Nixon “comprereste un’auto usata da quest’uomo”, oggi potremmo chiederci se “voteremmo una riforma della giustizia proposta da Meloni, Tajani e Salvini?”.

Fra qualche giorno sapremo se, con il trionfo del SÌ, la Destra potrà incassare il dividendo referendario, e, con in tasca la “maggioranza della minoranza” dei votanti, potrà attaccare senza più remore l’autonomia dell’ordine giudiziario, a partire dalla revisione del Codice di Procedura Penale. Se prevarranno i NO, e l’astuta Meloni ha già avvisato i “naviganti” che non farà come il povero Renzi, l’opposizione riceverà una grande spinta verso le prossime elezioni politiche, ma farebbe un grande torto a sé stessa se ignorasse le ragioni del malessere giudiziario.

Wait and see, ma votiamo bene.

Giuseppe Ucciero

(*) La Riforma della Guardasigilli Cartabia ha stabilito nel 2022 che si può transitare solo una volta tra le funzioni requirenti (P.M.)  e giudicanti (Giudice).

(**) Dai “resort” per extracomunitari in Albania, alla contestazione della Corte dei Conti sul Ponte di Messina, alle scellerate politiche contro il salvataggio dei migranti in mare, fino ad arrivare, sempre Salvini tocca il fondo, alla “famiglia nel bosco”.

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Pietro Vismara
Pietro Vismara
23 giorni fa

Tutto corretto. Per fortuna è andata bene :-)

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