ARCIPELAGOMILANO

Milano, arcipelago

In questa ennesima transizione Milano rimane arcipelago di gruppi comunità e persone, terra di mezzo anche nell’apparente universo della pseudo-relazionalità elettronica, in cui all’alba degli anni 1990 un sociologo milanese intravide l’alba della democrazia diretta, ma dall’alto verso il basso a tenerlo basso e dipendente, allora già operante ma artigianalmente, con base a Milano nella tv berlusconiana.

Sembrerebbe così confermato che il messaggio è il mezzo, non fosse che persone e problemi sono sempre più concreti e ‘banali’ nella loro domanda di orientamento e prospettiva, di speranza e fiducia mentre guerra e violenza stanno invadendo il mondo e la nostra vita quotidiana, anche se morte e distruzione riguardano aree ancora limitate, ma in espansione e a noi sempre più vicine.

In questo contesto i giornali danno notizia delle prime mosse per l’elezione del sindaco e del Consiglio Comunale di Milano.

Tra le prime mosse trova ampio riscontro sulla stampa la proposta di Letizia Moratti, in un evento organizzato da Forza Italia, di individuare il candidato sindaco tra i rettori delle università milanesi invitati e presenti all’incontro. La proposta ha incontrato il cortese e motivato rifiuto dei rettori, che hanno la fondamentale responsabilità di assicurare un’educazione, non solo né primariamente tecnica, all’altezza delle priorità chiarite nel 1962 da Carlo M. Cipolla, economista di Berkeley: «Nel passato l’uomo ha dovuto abbandonare il punto di vista cittadino o regionale per acquisirne uno nazionale. Oggi dobbiamo uniformare noi stessi ad un punto di vista globale». «Mentre insegniamo le tecniche dobbiamo anche insegnare il rispetto per la dignità e il valore e il carattere sacro della personalità umana. Se non vogliamo che la fine sia peggiore dell’inizio, è necessario intraprendere un’azione urgente» [tr.it. Uomini Tecniche Economie, Milano 1990, p. 138, 4 ed.]. Oggi sempre più urgente e con la sua prima linea nella Milano delle scuole, delle università, della cultura.

Milano capitale finanziaria è alle prese con l’altro corno del toro scatenato che ci minaccia, il “denaro impazzito” diagnosticato nel 1998 da Susan Strange, economista della London School of Economics. Denaro sottratto, ora anche nel formato bitcoin, alla responsabilità di governi e banche centrali in una regressione secolare che rinvia agli anni 1920, quando nella Grande Crisi inflazione e disoccupazione colpirono molto duramente e per lunghi anni il mondo intero, ma in modo particolarmente grave la Germania sconfitta nella prima guerra mondiale, consegnandola al nazismo e aprendo la via alla seconda guerra mondiale e a tutti i suoi orrori, campi di sterminio e bomba atomica inclusi.

Grazie a Keynes, nel dopoguerra i governi cominciarono a capire che l’economia di mercato dipende da politiche pubbliche statali e globali responsabili di preservare il valore delle monete governandone l’equilibrio tra denaro circolante e tassazione, unico argine a inflazioni comunque e sempre disastrose, con il denaro ridotto al ruolo di fiche nel mondo-casino diagnosticato per questi nostri tempi da Susan Strange. Il frutto ne furono i Trenta Gloriosi anni di sviluppo economico e sociale e quindi politico dei Trenta Gloriosi anni di sviluppo senza precedenti, nella cattolica Italia il cosiddetto “miracolo economico” imperniato sul ‘triangolo industriale’ Milano-Torino-Genova.

Anche nell’età della globalizzazione e della informatizzazione il denaro è un mezzo, non un fine e per fare il suo lavoro ha bisogno di governi e parlamenti democratici e di banche centrali responsabili 

Massimiliano Mingoia (“Comunali, l’analisi del sondaggista: ‘Siamo in una nuova fase per la città. Si parte da 0-0, sorprese possibili’, Giorno Milano Metropoli, 9/3/26, p. 699). «Il tema dei temi è che Milano deve ritrovare un’anima, perché in questo momento è un palcoscenico di grattacieli, di eventi, di milionari che si sono trasferiti in questa città. È un non luogo del turbocapitalismo edilizio-finanziario, per usare un’iperbole. E la città soffre di essere diventata un non-luogo». «La città, dunque, deve ritrovare uno spirito che faccia sentire tutti parte di un progetto. Poi ci sono i temi più concreti, quelli su cui costruire un programma elettorale. Sicurezza, mobilità, traffico e casa». «Discontinuità, anche rispetto a quello che dicevo prima, è una parola-chiave. Per una fase nuova servono personaggi e progetti nuovi». Ma a Milano con radici antiche.

Milano, ancora una volta, ha la grande risorsa delle radici ambrosiane e europee, ci ha ricordato già trent’anni fa Carlo Maria Martini, allora Arcivescovo di Milano. Lo conferma e promette la scena davanti all’ingresso della Basilica di Sant’Ambrogio, che già ho ricordato su queste pagine, di un papà impegnato al cellulare mentre il suo bimbo contemplava e ascoltava, assorto, le campane – vere, non registrate – che chiamavano all’incontro.

Appuntamento già fissato con il futuro, e già registrato nelle fondamenta di Milano, da onorare. Nel nostro interesse. L’Unione Europea è la sola istituzione di governo di rilievo e responsabilità globali a disporre degli strumenti – va da sé da completare e potenziare: parlamento, esecutivo, banca centrale – del calibro necessario per navigare anche come città e stati europei nelle acque sempre più tempestose di una globalizzazione sempre più alla mercé di appetiti e crisi imperiali, e criminali.

Che ruolo deve, può e vuole (impegnarsi a) svolgere Milano?

In proposito, una parola sulla chiusura della Libreria Hoepli – caposaldo della cultura milanese anche come editore – sarebbe pertinente, anzi dovuta.

Giuseppe Gario

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