sipario – DIETRO LE QUINTE, GLI IDIOT SAVANT

Questa settimana Sipario incontra Filippo Renda, giovane regista teatrale fondatore nel 2011 (insieme ai suoi colleghi della scuola del Piccolo Teatro di Milano: Mauro Lamantia, Mattia Sartoni e Simone Tangolo) della compagnia Idiot Savant, particolarmente attenta alla nuova drammaturgia, e impegnata nella riscrittura dei classici e nel teatro per ragazzi.
Da un anno fa parte, insieme alle compagnie Eco di Fondo, Ludwig, Maniaci d’Amore, Teatro Ma, del progetto Melting Teatro, finanziato dal Ministero dei Beni e le AttivitĆ  Culturali e il Turismo, per il triennio 2015/2017.

sipario27FBIdiot Savant (ā€œl’idiota sapienteā€) ĆØ il nome di una rara sindrome di cui sono affette alcune persone con disturbi mentali, autistiche o schizofreniche, ma dotate di abilitĆ  eccezionali in specifici ambiti (spesso l’arte o i numeri) e di una spiccata inclinazione a concentrarsi sui particolari. Chiamarsi cosƬ ĆØ un’ammissione di ā€œfollia creativaā€ o una dichiarazione dell’intento di non rinunciare al proprio spazio espressivo?…. L’arte (il teatro) ĆØ un rifugio, un’alternativa o un rimedio alla realtĆ ?
Abbiamo cominciato a fare teatro quando abbiamo capito che era l’unica cosa che eravamo in grado di fare: non quella che sapessimo fare meglio, ma proprio l’unica! La nostra arte ĆØ dunque stata la conseguenza necessaria della scoperta di non avere alternative praticabili e il nome che ci siamo dati ĆØ un tributo a quellā€™ā€œinabilitĆ ā€ sulla quale abbiamo cercato di intervenire in modo creativo. La figura dell’Idiot Savant, ĆØ quindi per noi una grande ispirazione: un individuo completamente puro che trova il genio nei propri vuoti. E anche se noi non arriveremo mai a saper operare una lettura tanto approfondita di noi stessi, perchĆ© (purtroppo) non siamo abbastanza ā€œfolliā€ da restare ā€œpuriā€, abbiamo scelto l’arte come antidoto alla normalitĆ  impostaci dalle sovrastrutture sociali. Un rimedio mai totalmente funzionante, che crea dipendenza e genere tutta una serie di effetti collaterali.

In diverse occasioni avete detto che a voi piace ā€œnon fare le cose per beneā€, cioĆØ in maniera accademica, e che di tutti i vostri progetti sapete da quale scelta precisa nascono ma non dove vi porteranno. Vi piace Ā«fare le cose in maniera estremaĀ», assumervi dei rischi, lasciarvi sorprendere dagli esiti della vostra eresia e accettare le crisi Ā«in senso etimologicoĀ», come periodi positivi di ripensamento e di nuove decisioni. Quali sono le decisioni imprescindibili su cui si fonda il vostro modo di fare teatro e la vostra esistenza come compagnia?
La scelta imprescindibile ĆØ partire sempre dal proprio mondo interiore, da un’autonarrazione spudorata e scostumata, possibilmente scandalosa. Partiamo sempre dal presupposto che sia, per usare un eufemismo, veramente molto difficile raccontare una storia che non sia la propria; quello che cerchiamo di fare ĆØ narrarla senza trucchi e senza censure. L’operazione ĆØ ovviamente utopica, quindi la definirei una ā€œvocazioneā€. Proprio per questo cerchiamo di evitare sempre di ā€œfare beneā€, perchĆ© fare bene significa seguire una regola oggettiva; noi invece percorriamo il nostro caos personale, di cui non conosciamo nĆ© la reale origine, nĆ© le estreme conseguenze. Riusciamo a coglierne a malapena qualche punto sparso, e da esso partiamo per costruire un’opera, operando sempre delle manipolazioni sostanziali ai testi altrui che decidiamo di mettere in scena, e divenendone sempre a tutti gli effetti secondi autori.

Melting ĆØ un sodalizio artistico e progettuale, basato sullo scambio di idee e ed energie da parte di giovani lavoratori dello spettacolo, che condividono risorse ed obbiettivi, sostenendo a vicenda creazioni individuali o collaborando a progetti comuni. Quali sono i vantaggi e i rischi di lavorare ā€œcomunitariamenteā€ inserendo il proprio stile in una ā€œsovrastrutturaā€?
Melting ĆØ un’avventura a dir poco coraggiosa per tanti motivi: innanzitutto perchĆØ si tratta di un esperimento atipico, che abbiamo iniziato senza avere alcun modello precedente a cui fare riferimento. Inoltre il progetto nasce dall’incontro di identitĆ  artistiche molto differenti tra loro, non con lo scopo di fondarle un’unica compagnia, nĆ© di uniformarne stili e linguaggi, ma con l’intento di trasformare la diversitĆ  in un valore artistico.. Ciò ĆØ possibile solo attraverso instaurando un percorso lavorativo dialogico, un tavolo perenne di confronto, scambio e sostegno reciproco, in cui siedono artisti he condividono il gusto ossessivo per la ricerca e l’attenzione al dettaglio. Il rischio maggiore ĆØ quello di abituarsi ad un contesto rassicurante, e di lasciarsi assordire passivamente dai suoi meccanismi, invece di provocarli attivamente.

Riproporre i classici in maniera originale significa rinunciare al principio di autoritĆ , saper trasgredire. Ma per farlo bisogna conoscere a fondo testi e autori, capirli e cogliene i ā€œmessaggi subliminaliā€ che possono essere interessanti ancora oggi, per il ā€œnuovo pubblicoā€ del teatro. Come si fa a non sentirsi schiacciati dal peso dei giganti della tradizione? Esiste una tradizione a cui i testi appartengono in modo stabile e immutabile? O piuttosto divengono via via possesso di chi riflette e lavora su di essi nel corso delle epoche?
Per essere artisti oggi, per essere originali, bisogna continuamente confrontarsi con i classici. L’importante ĆØ dialogare con essi, non rimanendone umili servitori, ma aspirando continuamente aa assimilarli e superarli, coniugando reverenza e sincera strafottenza. Giornalmente ci si sente schiacciati e giornalmente si attua un nuovo tentativo di rivolta: di solito si fallisce ma ā€œla vita ĆØ lotta, lotta senza quartiere, ed ĆØ un bene che sia cosĆ¬ā€. Purtroppo o per fortuna, un ā€œclassicoā€ non diventa tale per una presa di coscienza comunitaria, bensƬ grazie a una guida verticale dei pareri che segue spesso criteri artistici e culturali, altre volte politici o economici. Questo nel teatro, come nelle altre arti. Ecco perchĆ© ĆØ importante ā€œinsegnareā€ i classici, anche proponendoli in forme nuove, che il pubblico contemporaneo possa capire e apprezzare.

Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler ĆØ una riflessione sull’arte contemporanea, sul ruolo dell’artista e sull’opera, intesa come prodotto ā€œaltamente intellettuale e allo stesso tempo ignoranteā€, capace di rivelare tutta l’enormitĆ  e la pochezza della cultura che la produce e la interpreta. In un’epoca che trasforma la vita comune in arte e viceversa, qual ĆØ il posto riservato al teatro? Come si pone rispetto all’esistenza quotidiana e alle altre forme di espressione artistica? Quali sono i suoi ā€œlimitiā€? Chi ĆØ il nuovo pubblico e che caratteristiche ha? Quanto conta la ā€œculturaā€ per capire il teatro?
In quest’epoca, nel nostro Paese, non c’è più spazio per il Teatro: ĆØ un mezzo obiettivamente vetusto sorpassato e che ĆØ sempre più lento ad aggiornarsi, soprattutto a livello tecnico. Questa situazione ĆØ generata e genera a sua volta un circolo vizioso che porta a un disinteresse generale, che riduce il teatro a un luogo per addetti ai lavori e per qualche sempre più sparuto appassionato. E’ obiettivamente un grave problema che mette a repentaglio l’esistenza stessa del teatro nelle nostre cittĆ , ma ĆØ anche la condizione che garantisce una certa libertĆ  agli artisti, sottraendoli a pressioni politiche o economiche. Sinceramente non sono dell’idea che il teatro sia necessario all’uomo, credo invece che il teatro e l’arte debbano essere inseguite solo da chi ne ha un reale desiderio intimo e che non servano assolutamente basi culturali per accedervi: l’unica chiave necessaria ĆØ la passione, talvolta spinta fino allā€™ā€œossessioneā€, alla vera e propria ā€œschizofreniaā€.
Chiara Di Paola

 

DIETRO LE QUINTE
COMPAGNIA LUMEN. PROGETTI, ARTI, TEATRO 03/05/2016
INTERVISTA A LIVIA FERRACCHIATIĀ 05/04/2016
INTERVISTA (BIS) A ā€œGENERAZIONE DISAGIOā€Ā 24/02/2016

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