MOZART, LA SCOPERTA DELL’AUDITORIUM

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Agli occhi di chi la segue con attenzione da anni, l’Orchestra Sinfonica di Milano si sta rivelando – se non sempre spesso – un prezioso centro di cultura musicale, una di quelle istituzioni che “fanno grande Milano”.  Qualche giorno fa la Fondazione che governa l’Orchestra si è resa protagonista di un vero e proprio colpo da maestri! Il suo management è venuto a sapere che un gruppo di ricercatori, mentre rovistava nella Staatsbibliothek di Lipsia lavorando alla revisione e all’aggiornamento del catalogo delle opere di Mozart (il famoso catalogo Köchel cui è dovuta quella K. che precede tutte le opere del grande musicista), si è imbattuto nella partitura, inedita e sconosciuta, di un’opera del giovanissimo Wolfgang sulla quale si sono fatte immediatamente molte supposizioni, compresa quella che si tratti di un lavoro fino ad oggi mai eseguito, almeno in pubblico.

I responsabili della Fondazione, nel giro di pochissimi giorni, sono riusciti ad entrare in possesso di quella partitura – un Trio per due violini e violoncello – e in altri pochissimi giorni sono riusciti ad organizzare un concerto per presentarla al pubblico milanese. Praticamente si è trattato di una prima esecuzione mondiale (anche se pare ci abbiano preceduto i tedeschi con una esecuzione del 19 settembre scorso, nei pochi giorni intercorsi fra il ritrovamento e l’esecuzione italiana!) che si è tenuta mercoledì 2 ottobre quando un piccolo mondo di fortunati – o meglio di attenti lettori delle mail dell’impeccabile responsabile dell’Ufficio Stampa dell’Orchestra, Damiano Afrifa – si è dato appuntamento al Teatro Gerolamo (il luogo più adatto in assoluto) per lo svelamento di quella chicca.

Dicono i ricercatori che l’hanno scoperto, che questo Trio dovrebbe datarsi intorno alla fine degli anni sessanta del settecento, di poco precedente il primo viaggio in Italia (1769)  di Mozart, che dunque l’avrebbe scritto avendo un’età compresa fra i nove e i tredici anni! 

Come per molte opere giovanili (per non dire infantili) di Mozart, si tratta di un lavoro che porta già i semi da cui germinerà la ricchissima produzione negli anni della maturità. Questo, in particolare, con il suo inusuale organico (due violini anziché violino e viola), e l’ancor più originale articolazione in ben 7 movimenti (Marcia, Allegro, Minuetto con trio, Polonaise, Adagio, altro Minuetto con trio, e Allegro finale) ha una originalità non scontata, esprime la voglia di scrivere liberamente, di chi non vuole sentirsi chiuso nelle rigide regole – dell’armonia e del contrappunto – della composizione haydniana ma cerca nuovi, stimolanti spazi di autonomia. 

Sul frontespizio del manoscritto (in realtà sembra essere una copia del 1780) il Trio porta il nome di “Serenata”, ma gli scopritori hanno motivo di ritenere che il titolo autentico fosse “Ganz kleine Nachtmusik” (“Piccolissima serenata notturna“) e così è stato presentato al pubblico italiano. Ora ha già un numero d’opera, il K. 648, prontamente introdotto nel più volte citato catalogo di Ludwig von Köchel che ne pubblicò la prima edizione nel 1862, dunque giusto un secolo dopo. Dovette passare un altro secolo e mezzo per accogliervi questa nuova scoperta!

La serata è stata arricchita da Angelo Foletto che, da par suo, ha tenuto una magnifica lezione non solo sull’analisi musicale dell’opera, ma anche sulla storia del catalogo Köchel e della sua evoluzione nel tempo – una lezione che meriterebbe di essere tradotta in un saggio e pubblicata (ci permette, Foletto, di incoraggiarlo?) – e si è poi conclusa con l’esecuzione del Quartetto per archi in sol maggiore K.156, sempre di Mozart, il terzo dei 23 (ora diventati 24!) che ci ha lasciato.

Molto significativo il cast che ha eseguito Trio e Quartetto, composto dalle prime parti dell’Orchestra Sinfonica di Milano: Luca Santaniello, lo storico primo violino (la “spalla” dell’Orchestra), Lycia Viganò che da vent’anni è la “spalla” dei secondi violini, Tobia Scarpolini il primo violoncellista e – aggiuntosi per l’esecuzione del Quartetto – Gabriele Mugnai prima viola dell’Orchestra di cui fa parte fin dalla sua fondazione. Insomma, la crème della Sinfonica che per l’occasione ha dato il meglio di sé pur avendo avuto ben poco tempo per provare. Una esecuzione ineccepibile che, prima ancora che perfetta, oserei definire tenera ed affettuosa, in sintonia con la straordinaria circostanza in cui si è svolta.

***

Vorrei aggiungere a questa nota due parole sul concerto che ha tenuto Beatrice Rana alla Scala pochi giorni dopo. Rana è indubbiamente una delle più note ed apprezzate pianiste italiane, una diva che riscuote ovunque successi clamorosi. Eppure….

Eppure l’altra sera, a dispetto di un programma molto attraente (cinque poetici brevi pezzi di Mendelssohn, la seconda Sonata di Brahms, il Gaspard de la nuit e La Valse di Ravel), è riuscita con una tecnica prodigiosa a sbalordire il pubblico, e ad essere travolta da un tripudio di applausi, senza aver creato quella atmosfera magica o quantomeno suggestiva che il palinsesto del concerto lasciava sperare. Una virtuosa straordinaria che avrebbe bisogno di sprofondare in un lungo periodo di meditazione per capire bene il significato di ciò che fa, che racconta, che esprime, e soprattutto quello che sente quando siede al pianoforte, per provocare nel suo pubblico non tanto e non solo sentimenti di ammirazione e di meraviglia ma piuttosto emozioni, e magari anche un po’ di commozione, e per accompagnarlo nella profondità delle partiture rivelandogli tutto ciò che in esse si cela. Il suo strabordante talento lo meriterebbe!

Paolo Viola

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