ALBERI E METROPOLITANE

Il caso Baggio. Una burocrazia arrogante e lenta

Settimana scorsa, a Baggio, solerti maestranze hanno velocemente segato diverse centinaia di alberi e cespugli in ottima salute, tra la via Valsesia e viale Ferruccio Parri. Erano stati messi a dimora una trentina d’anni fa dallo stesso Comune e pare fosse necessario toglierli di mezzo, perché intralcerebbero il nuovo cantiere della metropolitana, i cui lavori sono iniziati proprio con la loro eliminazione.

Pare che nel corso di un recente incontro di presentazione a Baggio, qualcuno avesse assicurato che almeno una cinquantina di quegli alberi non sarebbero stati abbattuti, ma trapiantati. Non so chi fosse l’oratore, ma immagino che non sapesse che il trapianto di un albero di trent’anni è un’operazione difficile, complicata e dall’esito molto incerto. 

Per assicurarsi una probabilità di sopravvivenza prossima al 50%, bisogna iniziare a preparare la pianta almeno un anno prima del suo trapianto, riducendone drasticamente l’apparato radicale e quello aereo, in modo da “abituarla” a sopravvivere con una dimensione ridottissima, necessaria a permetterne il trasporto. La sopravvivenza al trapianto resta, comunque, molto dubbia e la pianta trapiantata, se non muore subito, muore spesso nel giro di alcuni anni; nel caso di successo del trapianto, l’albero impiega molto tempo per riprendersi da quelle drastiche amputazioni dei suoi apparati vitali.

Proprio per questa ragione i trapianti di alberi adulti, che sono sempre operazioni piuttosto lunghe e decisamente costose, vengono fatti per accontentare chi protesta, piuttosto che per salvare veramente piante spesso destinata a non sopravvivere. L’abbiamo già visto e, purtroppo, capitò anche a me, proprio a Baggio, nei primi anni ’90 del secolo scorso, quando fui chiamato a progettare e dirigere le opere di urbanizzazione di uno degli ultimi interventi realizzati coi fondi per l’edilizia popolare: il lotto CIMEP 212 di via Budrio, una stradina un tempo campestre che si trova dietro il cimitero di Baggio. 

La prima cosa che feci fu di andare a passare una giornata a Baggio, che già conoscevo, girare per conoscere le condizioni dell’area, seguire il percorso dei vecchi fontanili, delle rogge e delle strade campestri, visitandone i dintorni fino a Settimo Milanese; chiacchierando con qualche abitante disponibile e fotografando lo stato dei luoghi. Dove feci una scoperta imbarazzante: esattamente nella posizione di due degli edifici di edilizia sovvenzionata da costruire, sorgeva un bel bosco rigoglioso, fatto da centinaia e centinaia di alberi, bellissimi e sanissimi. 

Com’era possibile?

Evidentemente qualche tempo prima, all’ufficio urbanistico del Comune, quello che immagino fosse un giovane urbanista del gruppo di neolaureati appena assunti che comprendeva anche l’allora giovanissimo architetto Tancredi, era stato incaricato di redigere il progetto urbanistico di quell’area, destinata a Edilizia Residenziale Pubblica. 

Costui, avendo a disposizione una ventina di ettari di suolo prezioso della città che, sulle sue carte, apparivano come una serie di prati, aveva incollato sulla tavola che rappresentava lo spazio tra il cimitero di Baggio e la via Budrio un piccolo retino, di circa 5 cm x 5 cm, che indicava dove andavano costruiti i nuovi edifici. 

Avrà pensato: “Bene! Do il mio contributo alla costruzione di nuove case per i lavoratori!” cercando di fare del suo meglio, e previde un piccolo complesso di edifici che ricuciva un precedente edificio di ERP al resto del quartiere, con una nuova strada di accesso; organizzando gli edifici attorno a una nuova piazza porticata, nuovi negozi di vicinato, un centro di aggregazione e del verde attrezzato.

Purtroppo, quell’inconsapevole giovane urbanista, che immagino entusiasta e pieno di buona volontà, non doveva mai essersi mosso dal suo ufficio in via Melchiorre Gioia, altrimenti avrebbe visto quello che stavo vedendo io quel giorno: proprio sul terreno dove, a tavolino, aveva disegnato la piazza con i portici e i negozi sotto le case, c’era quel bellissimo bosco, con centinaia di alberi e cespugli ornamentali in ottima salute. Li aveva piantati una ventina d’anni prima il Settore Parchi e Giardini dello stesso Comune dove, come sapete, vige da sempre una ferrea legge non scritta, che stabilisce che nessun ufficio di un settore – per esempio: urbanistica – parli mai con un ufficio di un altro settore: per esempio, Parchi e Giardini. 

In Comune di Milano, evangelicamente, la mano destra non ha proprio mai saputo cosa facesse la mano sinistra. 

Sarebbe stato un vero peccato che il Comune abbattesse un vero bosco urbano e pubblico, da lui stesso creato, per costruirci sopra una piazza e un paio di condomini, e lo segnalai subito alla responsabile dell’ufficio urbanistico. C’era tantissimo spazio a disposizione, dove costruire, e per rimediare sarebbe bastato correggere un’unica tavola, in scala 1:5.000.

A me, come a molti di voi privi di una grande esperienza di amministrazioni pubbliche, sembrava allora che sarebbe stato assai più semplice e rapido staccare un pezzetto di retino e spostarlo quel tanto che bastava sul disegno. 

Meglio ancora. Quel bosco inaspettato trasformava un imprevisto in una meravigliosa opportunità: gli abitanti di un intervento di edilizia residenziale a basso costo avrebbero goduto, gratis, di un vero bosco nel cuore vivo del nuovo quartiere, proprio come i facoltosi abitanti del Bosco Verticale, e proprio come stanno facendo in tante città europee: una novità rivoluzionaria per quei tempi a Milano e, vedendo gli interventi urbanistici più recenti, direi anche per oggi.  

Telefonai all’ufficio urbanistico, incontrai la responsabile, le dissi che si era ancora in tempo per salvare quel bosco, che il problema si poteva risolvere in poche settimane e a costo zero: bastavano dieci minuti di tempo e una lametta, per spostare un pezzetto di retino sul disegno, più il tempo necessario per correggere e ri-approvare la delibera urbanistica: si poteva risolvere in qualche settimana, al massimo qualche mese. 

Bello, gratis e migliorativo del progetto e del nuovo piccolo quartiere. 

Già: troppo bello. 

Come spesso ho visto fare ai tecnici quando sbagliano, la responsabile dell’ufficio urbanistico s’impuntò. Escluse categoricamente che si potesse correggere l’errore. Quello anzi, non era un errore, perciò era così, e così doveva restare. La soluzione che prospettò era semplicissima: si spostava il bosco. 

Sì. Avete letto bene.  

Impose che venisse fatto un rilievo di tutti gli alberi del bosco, e che l’intero bosco venisse trapiantato.  Ovviamente a spese delle cooperative di abitazione, ovvero delle famiglie di lavoratori a basso reddito che avevano i titoli per accedere ad abitazioni sovvenzionate. Un onere assurdo e ingiusto. Non giustificò mai la sua decisione. Perché di spostare un bosco non si doveva occupare il suo ufficio, naturalmente. Per non ammettere una solenne leggerezza. Per un puntiglio, insomma.

Alla fine, dopo lunghe trattative, un ritardo di un anno sull’avvio previsto dei lavori e un aggravio dei costi di realizzazione dell’intervento di oltre 150.000 euro, 157 alberi d’alto fusto furono trapiantati a poche decine di metri da dove stavano. 

Dato che nessuno in Italia aveva le attrezzature necessarie per trapiantare alberi di quelle dimensioni, fu necessario far arrivare appositamente dalla Germania con un trasporto eccezionale una enorme macchina per tagliare le radici, creare il pane di terra, sollevare, impacchettare, trasportare e rimettere in terra ogni albero. 

Il trapianto costò mille euro per ogni albero. Com’era da prevedersi, morirono tutti nel giro di qualche anno. Tutti: di 157 non ne rimase vivo neppure uno. 150.000 euro buttati in legna da ardere. Nessuno mosse un ciglio, all’urbanistica, nessuno fu neppure rimproverato. La burocrazia non sbaglia e non chiede scusa.

Per questo credo che chi, nel corso di un recente incontro coi cittadini di Baggio, li ha illusi con la promessa di trapiantare una cinquantina degli alberi: o non sa nulla di alberi; o aveva il potere di mettere in budget un sacco di soldi non previsti (il che è improbabile); oppure era consapevole di mentire e li stava solo illudendo. 

Spesso, quando si tratta di interventi sulle piante e, in particolare, sul verde pubblico, evitare danni costa molto poco, anzi, nulla: ma ci vuole sensibilità, cultura e capacità di amarlo, prevederne il mantenimento anziché l’abbattimento. Magari, spostare di qualche metro il recinto di un cantiere. A volte servirebbe il coraggio di ammettere di aver sbagliato e correggere quel retino sul disegno, se è messo nel posto sbagliato. O aggiungere una piccola voce di spesa al budget. Ci vuole – ci vorrebbe – sensibilità; e testa. 

Ma di teste consapevoli, quando si decide del verde – e purtroppo raramente decide chi ne avrebbe la competenza e la sensibilità – ne vedo molto poche in giro.

Se penso alle piazze e agli spazi recentemente aperti sopra le stazioni della linea M4, che sembrano fatti apposta per accumulare e riflettere il calore estivo sui malcapitati passanti; spazi in cui il verde è ridotto al minimo, e i pochi alberi sono circondati da ampie pavimentazioni in granito, ho la certezza che gli ingegneri di MM sappiano probabilmente tutto di gallerie, binari, mezzanini, cementi armati e tubi, ma non sappiano proprio un tubo di microclima urbano, calore radiante,  ombreggiamento, umidità relativa e dell’importanza degli alberi per la salute e il paesaggio urbano. 

E questo avviene con una giunta che ha un assessore al verde, un sindaco che si era iscritto ai verdi e diversi consiglieri e presidenti di Municipio del medesimo partito. Forse, qualcuno dovrebbe fargli un corso base di ecologia urbana – ammesso che gliene sia mai importato nulla…

Luca Bergo

Share

NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra newsletter
Iscriviti
Notificami
guest

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

2 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
Pietro Vismara
Pietro Vismara
18 giorni fa

Ma quella responsabile dell’ ufficio urbanistica (ne vogliamo ricordare il nome?) era particolarmente demente. Non è l’ unica che ha combinato, ce ne sarebbero tante altre…

Andrea Giorcelli
Andrea Giorcelli
17 giorni fa
Rispondi a  Pietro Vismara

Castelli per caso?

2
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x