L’INTRAMONTABILE MARTHA
Serata al Dal Veme e agli “Amici della musica di Ispra”
Venerdì sera al Dal Verme – data e luogo insoliti per la Società del Quartetto che di norma, come tutti sanno, svolge i suoi programmi il martedì al Conservatorio – in una sala gremita fino all’inverosimile abbiamo assistito ad uno dei più straordinari concerti della stagione milanese.
A quanto ci è dato da sapere, dai giornali e dal saluto affranto e costernato della Presidente Ilaria Borletti Buitoni, la sala Verdi del Conservatorio era stata dichiarata inagibile, la sera prima, improvvisamente, da una Commissione preposta alla sicurezza, a causa della mancanza di un certificato relativo al materiale utilizzato per una riparazione effettuata durante l’estate. Immaginate quanti salti mortali devono aver fatto il Quartetto, il Conservatorio, il Dal verme, il Comune e chissà chi altri per trovare, nel giro di pochissime ore, quella sala alternativa in cui accogliere l’intera orchestra, lo strumento – sul quale presumo avesse il giorno prima provato la pianista – e soprattutto il pubblico di oltre mille persone che aveva i posti già assegnati…da impazzire!
Ebbene, a dispetto dei santi, l’Orchestra della Svizzera Italiana, insieme al direttore Charles Dutoit e alla indiscussa regina del pianoforte Martha Argerich, tutti ospiti del concerto nato fuori programma e finito ancor più “fuori programma” – hanno regalato un’ora e mezza di musica indimenticabile a un pubblico perfettamente sistemato in una sala con la stessa capienza della sala Verdi (16 posti in più!). Un vero miracolo!
E così il novantenne direttore svizzero e la ottantacinquenne pianista argentina, con una intesa perfetta (furono sposati per un po’, ed ebbero anche una figlia…c’entrerà con l’intesa?) hanno eseguito il primo Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven (l’opera 15, nella solare tonalità del do maggiore) con una cura, un affetto, una sensibilità, che ci pareva di aver dimenticato, di non ascoltare da anni. È stato come mettere in evidenza e conclamare che sono scomparsi da tempo i grandi maestri e che ne è riapparsa una per puro miracolo, in una sera magica, accompagnata da un santo protettore! Insomma, un evento…mistico!
Dimenticata ogni forma di virtuosismo e di esibizionismo, forte invece di un’energia giovanile, di una concentrazione assoluta, di una freschezza sorprendente, l’intramontabile Martha – che in occasione delle sue ultime apparizioni a Milano e a Lugano avevamo trovato (e scritto) un po’ stanca o distratta – è rinata ed è riapparsa quell’eccellenza insuperabile ed insuperata che l’ha resa celebre.
L’intensità e la profondità del “Largo” del concerto beethoveniano ci hanno fatto ritrovare le atmosfere che solo Arturo Benedetti Michelangeli sapeva creare e che avevamo dimenticato; ed anche quell’attacco del successivo “Allegro scherzando” ci ha improvvisamente riportato alle grandi interpretazioni del passato. Impressionante ascoltare come tutte le ripetizioni, e così le note ribattute, fossero sempre una diversa dall’altra, ciascuna con il proprio significato, scavando e rivelando nel fraseggio il senso più profondo della scrittura musicale. È proprio così che la grande musica ci avvolge e ci trasforma in altri da noi.
L’Argerich, travolta dagli applausi, ha poi eseguito la celeberrima “Sonata K. 141 in sol maggiore” di Scarlatti, suo usuale bis questa volta quasi irriconoscibile per come ha unito una incredibile modernità interpretativa alla classicità del tocco clavicembalistico; la grande velocità, di solito associata al puro virtuosismo, era solo leggerezza e felicità. Sorprendente.
Molto interessante anche l’Orchestra e il direttore Dutoit, tutti rigorosamente svizzeri, tanto che si sarebbe potuto immaginarli vagamente rigidi, quasi algidi, e che invece han dato prova di autentica passione e di un evidente forte coinvolgimento. Prima di Beethoven hanno eseguito “Ma mère l’oye”, i cinque pezzi infantili di Ravel, offrendone una interpretazione dolcissima in cui Dutoit era palesemente immedesimato nel ruolo di tenero nonno che li raccontava ai nipotini.
Dopo il concerto di Beethoven è invece letteralmente esplosa la magnifica “quarta Sinfonia” – l’Italiana opera 90 in la maggiore – di Mendelssohn che aveva tutta l’aria di essere un omaggio al Paese che li ospitava. Dutoit e i professori dell’Orchestra hanno dimostrato di conoscerlo tanto bene (con il Saltarello finale eravamo proprio a Napoli!) che, avendo ben approfondito la nostra variegata musica popolare, ci hanno fatalmente ricordato i Grand Tour del sette/ottocento con cui l’Italia ispirava gli artisti d’Oltralpe.
Un gran concerto, di cui bisogna rendere merito alla Società del Quartetto prima per averlo voluto, e poi per essere riuscito a realizzarlo nonostante le avversità e gli imprevisti di cui abbiamo riferito.
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Il caso ha voluto che la sera dopo, il sabato, si sia svolto altrove un concerto del tutto diverso e tuttavia con qualche curiosa coincidenza.
In uno di quei preziosi Hauskonzert della benemerita ed amata associazione degli “Amici della musica di Ispra” erano seduti al pianoforte due altri giovanotti di novant’anni, Bruno Canino Antonio Ballista che, come si sa, formano un celeberrimo duo suonando insieme, a quattro mani o su due pianoforti, da circa tre quarti di secolo!
Curioso che il programma prevedesse proprio “Ma mère l’oye” di Ravel, ma per pianoforte a quattro mani, cioè nella versione originale pubblicata due anni prima di quella per orchestra, e credo che capiti ben raramente di ascoltare le due diverse versioni a distanza di meno di 24 ore l’una dall’altra, e per giunta entrambe eseguite da novantenni!
Il programma dell’Hauskonzert si completava poi con le “Variazioni” opera 35 di Schubert, tre “Danze slave” di Dvorak, e i Tre e i Cinque “Pezzi Facili” di Stravinsky. Un programma molto godibile eseguito in modo impeccabile dal Duo AB-BC non meno intramontabile della Argerich.
Viva, dunque, i novantenni (lasciatemelo dire … avendoli da poco compiuti anch’io)!
Paolo Viola
