1946 L’ANNO DELLE ELEZIONI COMUNALI
Anno della svolta e della vittoria di Greppi
Cento anni fa veniva commissariato il comune di Milano e nell’agosto veniva nominato il commissario prefettizio nella persona di Ernesto Belloni che a dicembre, dopo l’emanazione del decreto-legge n 1910 che sopprimeva gli organi elettivi in tutti gli enti locali diventava il primo podestà fascista.
Vent’anni dopo, ottant’anni fa, il 7 aprile 1946, si svolsero a Milano le prime elezioni amministrative completamente democratiche della storia: per la prima volta poterono votare ed essere elette anche le donne.
Le elezioni amministrative si tennero poche settimane prima del referendum costituzionale e secondo Dino Messina giocarono un ruolo nel successo repubblicano: “Che cosa c’entrano, qualcuno penserà, le comunali con le politiche? Il nesso è presto detto. Dopo che la sinistra aveva ceduto su tutti i fronti alla scaltra strategia di Alcide De Gasperi (Costituente debole, senza il potere di scegliere la forma istituzionale, prerogativa che veniva demandata al popolo), il ministro degli Interni, il socialista Giuseppe Romita aveva ottenuto che le amministrative si svolgessero prima nei comuni del centro-nord, dove era più probabile un’affermazione dei partiti di ispirazione repubblicana. I cittadini di Roma e dei grandi centri del Sud, che si sarebbero schierati per la monarchia, avrebbero votato in autunno. Far votare prima i Comuni del Nord fu dunque una scelta che favorì la repubblica”.
Il sistema elettorale amministrativo era proporzionale con metodo d’Hont approvato con decreto legislativo luogotenenziale nº1 del 1946; nella scheda erano segnate tutte le liste con tutti i nomi dei candidati e con lo specifico contrassegno: falce e martello con stella per i comunisti, falce e martello con libro per i socialisti, scudo crociato con la scritta libertas per i democristiani, testa di Mazzini per azionisti e repubblicani, madonnina per la lista civica e liberale, sagoma del duomo per la lista degli esercenti. Per Milano i consiglieri comunali erano 80.
Per la prima volta fece la sua comparsa il voto di preferenza, allora se ne potevano dare cinque, esprimibili anche attraverso la cancellazione dei 75 candidati non voluti, questa prassi barocca fu poi abolita.
Per le oltre 800 sezioni elettorali cittadine si dovettero anche recuperare le urne, superstiti di lontane battaglie elettorali, che erano state utilizzate fondamentalmente per riporre al sicuro il materiale dei musei.
Sindaco in carica è Antonio Greppi, avvocato, socialista, riformista, cattolico indicato dal Comitato di liberazione nazionale alta Italia, la sua candidatura era stata caldeggiata, oltreché dai socialisti, da Alfredo Pizzoni (di formazione liberale, ma senza tessere di partito) presidente del CLNAI (e poi del Credito Italiano) galantuomo che conosceva Greppi e lo considerava uomo capace di stare al di sopra delle contrapposizioni esistenti tra le forze politiche del Comitato di Liberazione.
Il primo atto politico di Greppi nel messaggio radio del 27 aprile 1945 fu quello di richiamarsi ai due sindaci socialisti dell’anteguerra Caldara e Filippetti, sanando il vulnus dello scioglimento del consiglio comunale deciso nell’agosto 1922 dai fascisti, il discorso si concludeva così: “il destino non tradisce i giusti”.
Contemporaneamente lanciò un appello perché “cessino le uccisioni per vendetta” che si registrano alla fine della guerra civile e organizzò una squadra di vigili (sapendo che gli appelli non bastano) per prevenire queste forme di giustizia sommaria e individuale.
La nomina ufficiale a sindaco verrà fatta dal generale Erskine Hume il 14 maggio.
Come scrive il suo successore Tognoli: “parte il grande lavoro di ricostruzione morale e materiale della città nel quale l’avvocato ‘dei poveri’ ha una parte determinante. Ci sono un milione e mezzo di metri cubi di macerie da rimuovere (nasce la ‘montagnetta’ di S. Siro). I locali sinistrati sono 450.000, quelli completamente distrutti sono 160.000. (…) Greppi interviene a favore dei senza tetto chiedendo a chi ha la possibilità di ospitare di farlo transitoriamente, vincendo gli egoismi.
Provvede all’alimentazione della popolazione anche attraverso mense collettive e ristoranti del popolo; rimette in sesto i servizi di assistenza sociale e sanitaria del Comune; fa partire la ricostruzione delle scuole; fa fronte al drammatico problema degli alloggi; procura i combustibili necessari alla cittadinanza e ripristina l’illuminazione pubblica; affida a Mario Borsa il fondo per l’acquisto della penicillina e poco dopo provvede per la streptomicina.
Accanto a questo, sia pure con le immaginabili difficoltà, fa riaprire, dove possibile, musei e biblioteche e fa proseguire alacremente i lavori al cantiere della Scala, iniziati poco dopo il bombardamento del 1943. Sono avviati gli studi per il Piano Regolatore.
Un anno dopo, il sindaco in una cerimonia con l’intervento degli assessori, del Prefetto, delle altre autorità cittadine restituisce al CLN cittadino presente al completo con il suo presidente avv. Meda, il mandato di amministratore della città che gli era stato affidato nel periodo insurrezionale e svolge un’ampia relazione sull’attività svolta.
Le elezioni costituiscono un giudizio inappellabile del suo operato e il successo fu clamoroso.
Primo partito il socialista, con Greppi capolista, con 225281 voti pari al 36,1%, seguito da Democrazia Cristiana 167311 26,8%, Partito Comunista 155135 24,9%, Lista Madonnina 45680 7,3%, Alleanza Repubblicana 19164 3%, Esercenti 9937 1,5%.
Percentuali che per i tre partiti maggiori sono molto simili a quelle per le elezioni della costituente il 2 giugno successivo, mentre al referendum monarchia repubblica i milanesi votarono repubblica con il 67,77%.
Solo 2 anni dopo la democrazia cristiana ottenne il 44,31% e il fronte democratico popolare ebbe percentualmente meno voti del solo partito socialista che aveva perso i riformisti presentatisi con il simbolo Unità socialista forti del 15,5%.
Tra i 29 eletti socialisti numerosi erano i nomi che rimandavano alle giunte socialiste dell’anteguerra in primis la figlia di Caldara Maria ma anche molti ex parlamentari, assessori e consiglieri comunali soprattutto riformisti Ludovico D’aragona, Ezio Vigorelli, Gino Boriosi, Luigi Repossi, Ferdinando Targetti, Ugo Guido Mondolfo, Virgilio Ferrari e protagonisti dell’antifascismo milanese Roberto Tremelloni, Guido Mazzali, Alcide Malagugini
Il comizio di chiusura socialista in piazza Duomo con gli interventi di Greppi e Saragat fu aperto, fatto abbastanza clamoroso da una donna Rosa Menni Giolli artista poliedrica e innovativa ma anche militante antifascista più volte arrestata (il marito morì in campo di concentramento e un figlio fu fucilato), peraltro inaugurando la mai finita battaglia fratricida delle preferenze la Menni non fu eletta
La conferma della Milano socialista corrispose ad un successo democristiano in altre città lombarde (non si votò ovunque nello stesso giorno): Bergamo DC al 53,7%, Brescia 43,6%, Como 41,1%, Pavia 32,8%, Sondrio 44%, Varese 42,7%. I comunisti furono primi solo a Mantova con il 34,1%
La DC ebbe 22 eletti tra questi Carlo Perini cui è intestato un noto circolo, Giovan Battista Migliori, Ugo Zanchetta, Piero Malvestiti, Giuseppe Lazzati (Venerabile Servo di Dio dal 2013), Cornaggia Medici, Tommaso Zerbi
Il PCI 20 eletti tra cui Piero Motagnani, Antonio Banfi, Sante Massarenti, Giuseppe Alberganti, Raffaele De Grada, Antonio Sanna, Gian Carlo Paietta.
2 gli eletti di alleanza repubblicana (con gli azionisti) Re ed Usuelli.
Ben 6 gli eletti per il Fronte democratico più conosciuto come lista Madonnina. Non poche polemiche vi furono per l’uso del simbolo religioso in una lista caratterizzata da una forte componente laica capeggiata dall’insigne giurista Francesco Messineo che sarà in lista alla costituente nell’Unione democratica nazionale di Benedetto Croce. La Madonnina fu la prima civica della storia cittadina ed aveva alle spalle i liberali; il capolista era Camillo Giussani presidente COMIT tra gli eletti Ugo Caprara, Luigi degli Occhi, degno di nota che il comizio di chiusura fosse tenuto da Edgardo Sogno.
Un solo eletto Italo Cattaneo, per la seconda lista civica, quella degli esercenti.
Vengono elette 4 donne Maria Caldara socialista, Adele Capelli Vegni democristiana, Giovanna Boccolini Barcellona e Maria Carnevale (partigiana, presidente UDI e consigliere provinciale) comuniste.
L’esperimento delle liste civiche verrà copiato dalle sinistre alle successive comunali quando i socialcomunisti presentarono una lista Associazione per la difesa del contribuente che però ottenne solo lo 0,36%.
Con 69 voti Greppi viene rieletto sindaco il 15 maggio, le sedute del consiglio si tenevano al castello perché la sala Alessi era ancora inagibile (bisognerà attendere il 1954.
La nuova giunta, 6 socialisti, sei democristiani, 6 comunisti risultò così composta: assessore anziano in pratica vicesindaco Pietro Montagnani comunista, personale Vincenzo Rigamonti comunista, economato Giuseppe Roda socialista, stato civile Luigi Meda democristiano, finanze Sante Massarenti comunista, ragioneria Ersilio Confalonieri democristiano, educazione Gino Boriosi socialista, arte spettacolo sport Lamberto Jori socialista, assistenza e beneficenza Carlo Vallardi democristiano, igiene Camillo Ferrari (futuro sindaco), lavoro e statistica Carlo Corti democristiano, annona Enrico Giani socialista, lavori pubblici Agostino Giambelli democristiano, piano regolatore Mario Venanzi comunista, edilizia privata Ugo Zanchetta democristiano, polizia urbana Antonio Sanna comunista, due le donne Maria Caldara socialista al legale e Giovanna Boccalini in Barcellona all’infanzia.
La lista Madonnina si astenne dal dare indicazioni di voto per il sindaco così come gli esercenti.
La vittoria di socialisti scrive il corriere d’informazione (il nome corriere della sera non era stato ancora sdoganato), è dovuta “al buonsenso di Milano che in fondo, non si è mai lasciata ingannare e trascinare dalle ideologie; la si deve allo spirito di moderazione dei milanesi, che rifuggono egualmente da tutti gli estremismi, al loro amore per la praticità, che li ha sempre resi diffidenti della verbosità demagogica” analisi forse grossolana ma che potrebbe essere ripetuta per tutte le elezioni successive.
Il vicesindaco Piero Montagnani, nel suo primo intervento delinea una strategia del partito che possiamo dire continua tuttora: “noi comunisti, eredi di tanta parte dell’esperienza socialista siamo desiderosi di divenire eredi anche della migliore tradizione amministrativa socialista”.
Il clima in città era particolarmente teso anche perché conclusasi la campagna elettorale per le amministrative si apriva quella per la costituente e quella referendaria; pochi giorni dopo le elezioni, la notte tra il 22 e il 23 aprile vi fu il trafugamento ad opera del Partito Democratico Fascista di Domenico Leccisi, in anni successivi consigliere comunale e leader della cosiddetta sinistra fascista, (da non confondere con il figlio che provò a candidarsi sindaco nel 2011), della salma di Mussolini (la storia è ben raccontata da Ugo Savoia nel libro Il Corpo Di Mussolini. Odissea Di Un Cadavere edito da Neri Pozza). Curiosamente l’armadio in cui transitò (forse) il corpo del duce è stato venduto anni fa su ebay per 4000 euro.
In quegli stessi giorni scoppia la più grande rivolta carceraria del secondo dopoguerra, la cosiddetta “Pasqua Rossa” del carcere di San Vittore di Milano sedata dopo quattro giorni di disordini con l’intervento anche dei reparti Nembo e Folgore delle forze speciali dell’esercito che si avvalsero anche dell’uso di carri leggeri.
Data simbolo della rinascita di Milano l’11 maggio 1946 con il concerto di Arturo Toscanini che restituiva la Scala ai milanesi.
Greppi non è solo il sindaco della ricostruzione ma è anche un protagonista del dibattito interno alla sinistra cui porta, oltre una certa retorica da drammaturgo, una sua specifica caratteristica di socialista cattolico umanista non sempre ben compresa.
Come scrive sempre Tognoli: “in Antonio Greppi il suo socialismo cristiano metteva doppiamente l’uomo al centro delle sue attenzioni e delle sue cure. Mi riferisco al socialismo inteso come aiuto ai meno abbienti e come emancipazione dei lavoratori per l’affermazione dei loro diritti – come conquista di una società più libera e più giusta attraverso la formazione e l’educazione del popolo alle idee socialiste con la democrazia, senza violenza e senza prevaricazioni – come fiducia nella libertà accompagnata dalla tolleranza verso chi sbaglia”.
In un articolo Greppi scrive: “Il socialismo, nella sua azione di stimolo e di sviluppo delle capacità intellettive e morali delle masse popolari, …crea le condizioni e le premesse più favorevoli alla rivelazione religiosa…”, anche per questo sarà assiduo collaboratore di Adesso la rivista di don Primo Mazzolari.
L’esperienza della giunta PSI PCI DC mostra tuttavia tutti i suoi limiti politici.
Nel febbraio 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini metà dei consiglieri comunali socialisti si schiererà con Saragat: Boriosi, Caldara, Ferrari, Jori, Mondolfo, D’Aragona, Tremelloni, Vigorelli ed altri cioè quasi tutti i turatiani ma soprattutto, pur con molti mal di pancia, Greppi.
In Comune non vi fu l’immediata ricaduta della crisi nazionale e anche dopo le elezioni del 1948 che registrano la sconfitta del Fronte democratico popolare PCI-PSI e la clamorosa vittoria della Democrazia Cristiana la giunta Greppi continuò a governare con alcuni aggiustamenti assessorili.
Nel febbraio del 1949 dopo una serie di polemiche attorno agli scioperi dei lavoratori del privato cui aderirono i dipendenti comunali e all’atteggiamento della giunta, si apre una crisi che si concluderà solo due mesi dopo con la conferma di Greppi come sindaco a capo di una giunta con i socialdemocratici e i repubblicani ma senza socialisti e comunisti.
Inizia quindi anche nel comune di Milano la fase centrista, caratterizzata però da una forte presenza socialdemocratica e da una guida improntata al socialismo riformista.
Alle elezioni del 1951, svoltesi con un sistema elettorale che prevedeva l’apparentamento delle liste e il premio di maggioranza, vince la coalizione DC 30%, socialdemocratici 14,6%, liberali 6,1%, repubblicani 1,6%. All’opposizione comunisti 22,6%, socialisti 14,1%, fascisti 6,4%. Monarchici 3,1%. Greppi pur sostenuto da una parte dei suoi è oggetto di un veto democristiano e deve lasciare la poltrona di sindaco a un altro “turatiano”: Virginio Ferrari.
Non termina tuttavia l’esperienza politica di Greppi (nato nel 1894) cui ancora nel 1967 il PSI propose, ottenendone un rifiuto cortese, la sindacatura in sostituzione di Bucalossi.
Si può riassumere l’esperienza di Greppi con le parole di uno storico: “è stato il sindaco che ha saputo ridare la speranza a una città distrutta. Appena diventò primo cittadino, Milano era un ammasso di macerie; non soltanto i grandi palazzi pubblici […], ma migliaia di case, di scuole, di negozi erano rasi al suolo. Greppi, con un attivismo febbrile, che aveva del prodigioso, rubando anche le notti, fu capace di imprimere la spinta alla voglia ambrosiana di ricostruire”. Per portare a termine un’opera che ebbe del miracoloso, fu però necessario curare anche la ricostruzione morale della città perché, “dopo un ventennio di silenzio, di sudditanza e di paura, i milanesi dovevano imparare almeno l’”abici” della democrazia che per Greppi significava fatica, responsabilità e cuore, l’esatta antitesi del credere, obbedire, combattere”.
Walter Marossi
ANTONIO GREPPI e BIANCA DAL MOLIN, DIECI VITE IN UNA SOLA, Edizioni l’Ornitorinco, Milano, 2013
ANTONIO GREPPI, NOVANT’ANNI DI SOCIALISMO, a cura di Jacopo Perazzoli, Edizioni l’Ornitorinco, Milano, 2013
