IL TRAPPOLONE

Copia di beltrami3 (11)

In questi giorni è in discussione in Parlamento una legge (il cosiddetto “Salvamilano”, oggi all’attenzione del Senato dopo essere passato alla Camera) che fin dal nome si propone di far ripartire i progetti e gli investimenti immobiliari cittadini, fermi a causa delle indagini della Procura.

Per i sostenitori del provvedimento, la ratio è semplice: la Procura sbaglia, interpreta in modo scorretto le leggi, e il Parlamento si limita a chiarire leggi già vigenti. In parte effettivamente è così: la legge, tramite una lunga serie di successive modifiche e approssimazioni (l’ultima, tra l’altro, quelle sulla ristrutturazione e sulla riduzione degli oneri, frutto del Governo Conte del 2020, quello PD-M5S, e quindi cosa vogliono?) ad oggi dice che con “ristrutturazione” si intende anche la demolizione ricostruzione totale con diversa forma, posizione e destinazione (da un capannone industriale a una torre residenziale, per dire), con forte riduzione dei contributi urbanizzativi (nell’ordine del 70% e oltre): ma tutto questo non solo fa a pugni con il senso comune, ma non ha neanche nessuna motivazione tecnica (il carico urbanistico della città cambia eccome, per non parlare della sua morfologia). 

Come nel famoso apologo della rana che non si accorge che la temperatura sta lentamente salendo e finisce bollita, si è arrivati a un risultato paradossale, e l’indagine della Procura si limita a mettere in luce questa incongruenza: ma ovviamente il Parlamento è libero di decidere di ignorare il problema e di ribadire nuovamente le insensatezze della legge. Certo, è una posizione realista: fa salve le iniziative di chi si è fidato dell’interpretazione letterale della legge e scarica le responsabilità degli amministratori pubblici: e questo è un prezzo che bisogna pagare per avere emesso leggi sbagliate. 

Ma forse sarebbe stato carino (come proposto ad esempio dall’INU) cogliere l’occasione per accompagnare questa interpretazione autentica del passato con una riflessione e un impegno immediato (non fra chissà quando e soprattutto come) sul futuro: una ridefinizione del concetto di ristrutturazione e delle facilitazioni contributive che corregga, da qui in avanti, le storture normative – ma questo non è stato fatto.

È stato fatto di peggio invece: con un  richiamo al rispetto delle sole normative regionali e comunali sulle dotazioni di servizi (ovvero degli standard urbanistici, ma questa non è un’interpretazione autentica!) si sono poste le premesse, in sordina e alla chetichella, per il superamento delle disposizioni nazionali in materia.

È un vecchio pallino dei costruttori edili (meno degli immobiliaristi più avveduti), che evidentemente, non avendo davvero nessuna competenza di urbanistica, guardano il verde, i servizi e le strade come una seccatura (e non come un fattore imprescindibile di qualità), di cui non vedono ora di liberarsi, per tornare a costruire come facevano i loro nonni.

E certo il decreto del 1968 contiene oramai anche aspetti un po’ obsoleti (l’esclusione delle università dal novero dei servizi computabili, per dire), oltre a parametri quantitativi che (diversamente da quanto si dice spesso) risultano in verità un po’ troppo ridotti (la domanda reale è superiore): e quindi una certa flessibilità e maggiore libertà di intervento sul tema è sicuramente ben vista. 

Purtroppo però la libertà di ridefinizione di questi parametri, permessa ad esempio dalla legislazione regionale lombarda, è stata ahimè davvero mal utilizzata dai Comuni, in primis quello di Milano, che per dimensione e ruolo di riferimento avrebbe potuto fare ben di più, o almeno qualcosa di dignitoso: e che invece nel Piano dei Servizi del PGT ha fatto molto meno del minimo, davvero un “grado zero” di riflessione sul tema: nessuno dei temi fondamentali della città contemporanea, dalla riduzione delle disuguaglianze, all’accesso ai diritti minimi dell’abitare, della salute e della cultura, dalla formazione di spazi di socialità pubblica e accessibile esterni agli spazi privati, nulla di tutto ciò è stato minimamente messo a fuoco, inquadrato, valutato e ne è stata immaginata una soluzione; non c’è nessuna valutazione sulle potenzialità edificatorie generate dal Piano, sulle dimensioni della domanda e sulla sua evoluzione, delle risorse economiche necessarie per realizzare e gestire i servizi: nulla (per non parlare delle norme tecniche sulle dotazione nei cambi d’uso, davvero scandalose).

Questo cattivo esempio fa sperare poco su quello che potrà avvenire una volta superati i parametri  delle disposizioni nazionali (che comunque avevano una loro razionalità tecnica). Spesso da studenti ci si chiedeva: come mai le leggi urbanistiche contengono tali dettagli tecnici? Non è un segno di sfiducia negli amministratori e nei loro tecnici, come se fuori dalla legge tutto fosse permesso? Ebbene, si trattava evidentemente di una sfiducia ben riposta.

Ma, ci si potrebbe chiedere: perché parte dell’opposizione di centrosinistra ha votato questa legge? Di politica non ne capisco molto, ma certo dovevano togliere le castagne dal fuoco a Sala, che notoriamente è un incompetente che non ne combina una giusta: ma che purtroppo è il “nostro” incompetente, e quindi bisogna salvargli il sedere. Sì, ma a che costo? Buttiamo via (o almeno creiamo le premesse per buttare via) la normativa urbanistica per questo?

C’è anche chi dice: beh è vero, è una normativa sbagliata che aiuta gli speculatori, ma intanto grazie agli speculatori vedete che Milano è diventata una città più gioiosa, piena di baretti… sì, ma è successo così ovunque, grazie al turismo e alla liberalizzazione commerciale, non alla speculazione. Anche Genova è piena di localini, anche Cuneo: città un tempo cupe, e ora più ridenti, la speculazione edilizia non c’entra (anche se a Genova effettivamente si potrebbe avere un po’ più di coraggio urbanistico, ma glissiamo…). Sì, ma così sono piovuti molti soldi sulla città, fondi arabi, investitori stranieri. 

Certo, in termini assoluti sì (anche molti finanziamenti pubblici), ma sono finiti nelle tasche dei proprietari dei suoli, non alla città: di chi adesso soffoca le imprese e le famiglie con gli affitti. Se si chiede di fare case popolari, o impianti sportivi, la risposta è sempre quella: non ci sono soldi. Ma non ci sono soldi perché le operazioni immobiliari sono detassate, ecco perché.  E con una legge vogliono consolidare questo sistema?

Mi sembra insomma che il grosso partito di opposizione del centrosinistra che ha votato questa legge abbia qualche problema in proposito. Chi è che suggerisce la linea in materia? Chi sono gli esperti? Se sono di Milano, un suggerimento non richiesto: forse sarebbe meglio un secondo parere. Prima di rivotare la norma così com’è in Senato potrebbe essere utile una riflessione, che tanto la maggioranza gli altri ce l’hanno lo stesso. Vero è che il concetto di “utili idioti” fa parte della tradizione comunista, ma magari non è il caso di esagerare. Giusto un consiglio: potrebbe essere forse  giunta l’ora di saltare fuori dalla pentola prima che sia troppo tardi.

L’Osservatore Attento

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Cesare Mocchi
Cesare Mocchi
1 anno fa

Basterebbe chiedere il rispetto anche della normativa nazionale in materia di standard (il minimo sindacale). E se non accettano, almeno astenersi (tanto appunto la maggioranza ce l’hanno lo stesso)

Osservatore attento
Osservatore attento
1 anno fa

Vedo che Majorino propone di approvare intanto il “Salvamilano” così com’è, e di procedere contemporaneamente a una riformulazione delle leggi urbanistiche. Non mi sembra una buona idea, per tanti motivi. Se il “Salvamilano” deve attendere la nuova legge urbanistica, aspetta e spera. Se invece entra in vigore subito, in attesa di quella (chissà quando e chissà come) costituirebbe comunque un pessimo precedente da cui sarebbe difficile tornare indietro (ad esempio sul ruolo della normativa nazionale sugli standard urbanistici). Mi sembra difficile quindi non modificare il testo già passato alla Camera, ed ecco quindi alcune proposte, sui vari temi: RISTRUTTURAZIONE: qui c’è poco da fare, effettivamente la legge attuale consente la demolizione e ricostruzione con diversa sagoma e sedime, e l'”interpretazione autentica” ci sta. Contemporaneamente però (e non chissà quando) si potrebbe ripristinare la definizione di “ristrutturazione” contenuta nel DPR 380/01 (che era ragionevole), introducendo una nuova categoria, quella della “sostituzione edilizia” (cara per dire al Cagnardi molti anni fa) che appunto preveda la demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti con diversa sagoma e sedime in appositi ambiti individuati dagli strumenti comunali. Mi sembra una soluzione equa e ragionevole, rispettosa delle caratteristiche dei diversi territori. STANDARD URBANISTICI: qui il richiamo alla normativa nazionale mi sembra ovvio e logico (vista anche la pessima prova di sé data dal cosiddetto “Piano dei Servizi” milanese). PIANO ATTUATIVO OLTRE 3 MC/MQ e 25 M ALTEZZA: qui la norma nazionale esiste, non è desueta, è anche abbastanza chiara. Mi sembra strano quindi parlare di “interpretazione autentica”. Però è effettivamente una norma abbastanza superata. Si potrebbe quindi stabilire che in particolari ambiti già urbanizzati, di piccole dimensioni, nel rispetto delle altezze preesistenti all’intorno, previa deliberazione dell’organo competente e con le necessarie forme di pubblicità e partecipazione, il piano attuativo possa essere sostituito dai piani regolatori comunali con uno strumento più snello tipo il permesso di costruire convenzionato. Il problema di una norma siffatta è però che – se non già previsto – non avrebbe effetto retroattivo. Si potrebbe quindi aggiungere un comma di questo tenore: “Al fine di salvaguardare la carriera politica del Sindaco di Milano e quella giudiziaria dei suoi funzionari, nonché gli investimenti fatti da operatori immobiliari sul territorio milanese, tutti i titoli abilitativi rilasciatesi o formatisi a Milano negli ultimi dieci anni sono automaticamente validi.” Non so se una noma del genere possa essere giudicata corretta da qualche giurista, ma sicuramente corrisponderebbe ai desiderata del Sindaco e degli altri soggetti interessati. Cordialità

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