IL NUOVO MECENATISMO: IL DECADIMENTO STILISTICO E LA LOGICA DEL COMPIACIMENTO

Copia di beltrami 3 (3)

È comune considerare il mecenatismo come il fenomeno, tipicamente rinascimentale, che descrive il sostegno economico di un cortigiano ad un artista, per manifestare interesse culturale nei confronti delle sue opere. In realtà, nessun mecenate sosteneva pittori, scultori e musicisti per amore dell’arte, ma erano veri e propri pagamenti per prestazioni professionali, volte ad aumentare il prestigio della corte agli occhi dei paesini limitrofi. Ciò diventava spesso un filtro per i pensieri degli intellettuali, che per non perdere il sostegno del cortigiano erano subdolamente obbligati a scrivere e creare cose per compiacerlo.

Sostanzialmente, la cosiddetta élite, le più importanti personalità politiche, rappresentavano i committenti, i fruitori, il pubblico delle opere e i sostenitori economici degli artisti.

Possiamo dunque notare che il fattore “compiacimento”, per tornaconti personali, non è cosa nuova nel mondo dell’arte, in particolar modo letteraria e musicale. Nella musica italiana, il valore poetico della parola in musica è da sempre in primo piano, basti pensare ad autori come De André, Mogol, Morgan e tanti altri.

L’antagonista di questa cultura della parola poetica è, contrariamente all’apparenza, proprio l’Hip-Hop, che si stacca dai valori connotativi della parola per concentrarsi su quelli denotativi, avendo come scopo quello di inviare messaggi chiari e diretti.

Il mondo dell’Hip-Hop, il genere musicale più diffuso tra i giovani, è ormai diventato una grande corsa alla popolarità e al denaro. Non è un segreto che le etichette discografiche e i nuovi artisti cerchino di compiacere il pubblico con pubblicazioni a dir poco raccapriccianti agli occhi e alle orecchie di chi è dotato di buongusto.

Questa decadenza stilistica è il frutto dell’anarchia intellettuale che tanto affascina chi non conosce la bellezza della parola in musica e della perdita quasi totale di riferimenti culturali significativi. Quindi, così come gli artisti alti in epoca rinascimentale erano costretti a compiacere il mecenate per non perdere il sostegno economico, oggi chi crea materiale artistico è obbligato a compiacere il pubblico, la cui volontà è sentir dire determinate cose.

I contenuti espliciti, le frasi impressionanti, le descrizioni di atti vandalici e di vita di criminalità organizzata, le manifestazioni di menefreghismo nei confronti di legge e regole affascinano la maggioranza del pubblico giovanile, che costituisce una fetta significativa del pubblico complessivo della musica odierna. Tuttavia questo è un meccanismo che si alimenta da solo, perché meno bella musica circola, meno viene conosciuta.

Il ritmo a cui gli artisti oggi devono pubblicare è, però, nettamente più alto rispetto a quello dei loro precursori, per colpa dell’effetto social. I contenuti verticali e la saturazione del mercato musicale condanna di fatto gli artisti a dover intasare i cellulari dei seguaci con pubblicazioni sempre nuove. Forse anche questo elemento è complice della perdita di valore che la parola in musica sta vivendo, considerando che c’è meno tempo a disposizione per scrivere opere di rilievo come potevano essere un tempo i concept album (esempio di concept album italiano: Tutti Morimmo A Stento, Fabrizio De André, 1968).

Così come la politica, anche la musica segue dunque l’onda del populismo.

I finanziatori degli artisti, soprattutto musicali, non sono più i nobili e i cortigiani che pagano in relazione alla qualità e alla bellezza delle creazioni, ma (oltre gli spettacoli dal vivo) le piattaforme di streaming, che pagano in relazione alla quantità di riproduzioni che un artista ha. Ormai gli artisti sono destinati ad avere come mecenati gente priva di gusto e di cultura musicale.

Tommaso Lupo Papi Salonia

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