IL CROLLO DELLA QUALITÀ E IL TEMPO DEL VUOTO SEMANTICO

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C’è qualcosa di indelicatamente ironico nel dover porre oggi, in piena era algoritmica, una domanda che sa di vecchio. Lo Stato dovrebbe intervenire sulla qualità delle pubblicazioni musicali? La domanda non è nuova, ma come accade per le domande che rifiutano di morire, si ripresenta ogni volta mutata dal tempo. Torna oggi più urgente, forse più tragica, perché il campo di battaglia è diventato virtuale, capillare, edonistico fino al narcisismo più sfrenato. 

Non è solo questione di brutto gusto o di imbarbarimento linguistico, perché quando in una canzone irrompe la bestemmia, accade qualcosa di culturalmente significativo. Non è più provocazione, non è più nemmeno dissacrazione, è svuotamento. La bestemmia in questi contesti diventa linguaggio decorativo, un glitter blasfemo che non ha più nemmeno la dignità dello scandalo. 

Ci sono degli esempi specifici di brani nei quali viene utilizzata la bestemmia per aggiungere enfasi ad una barra. ANACONDE GALLARDO, di cui invito a guardare anche il videoclip intero per rendersi conto della situazione, è uno di questi. Precisamente al minuto 01:50. Tornando qualche anno indietro, ma rimanendo nella contemporaneità, un esempio è Autostrada Del Sole, al minuto 02:28, durante la strofa di Massimo Pericolo.

Il problema, però, non appartiene solamente ai campi dell’etica o della religione, è universale. È semiotico. È un uso che ridicolizza il codice stesso del linguaggio di un paese che ha fatto della parola una delle sue ricchezze più antiche, dal volgare di Dante alla lirica di De André. L’impoverimento del vocabolario musicale è un segno di rinuncia. L’arte, che dovrebbe trasfigurare, si accontenta di replicare la volgarità del bar di periferia. E lo fa senza ironia, senza il guizzo che trasformava il linguaggio popolare in linguaggio poetico. Siamo nel momento del vuoto semantico.

Eppure ci fu un tempo in cui l’offerta di intrattenimento, musicale e non solo, era composta da contenuti che oggi ci appaiono come testimonianze di un’epoca di civiltà dimenticata. Quando l’intrattenimento sapeva educare senza didascalia, formare senza moralismo. La Rai degli anni ‘60 e ‘70 non era solo un palco, era un’istituzione pedagogica nazionale. L’arrivo delle televisioni private ha fatto saltare il banco, portando con sé un’onda di plastica, lustrini e target pubblicitari. E con la pubblicità è arrivato il mercato, e col mercato la segmentazione, e con la segmentazione è arrivata la bulimia di contenuti tarati su un pubblico svuotato del pensiero proprio e infantilizzato. È allora che la musica ha cominciato a rispondere non più alla bellezza ma al click, al bisogno compulsivo di essere notata ancora più che ascoltata.

C’è una curva discendente, rapida e costante, nella qualità dell’intrattenimento italiano, e non riguarda solo la musica, ma tutta la sfera culturale. Basta scorrere le classifiche Spotify per capire che la musica ha smesso di essere arte per diventare algoritmo. È tutto immediato, monetizzabile, e tutto pronto a diventare virale. Il talento è un’opzione e il mestiere è una perdita di tempo.

Fortunatamente, tra le macerie della cultura frammentata, ci sono ancora figure che tentano di difendere la dignità della musica italiana. Morgan, con la sua competenza, resta uno degli ultimi depositari di un sapere musicale notevole e accessibile al grande pubblico, grazie alle sue abilità espressive che riescono ad avvicinare anche i neofiti a un mondo complesso. Dietro le sue, intelligenti, provocazioni c’è una visione della musica come arte totale, non riducibile a prodotto. Lo stesso si può dire di Enrico Ruggeri, che continua a scrivere canzoni come se esistesse ancora un pubblico nuovo capace di ascoltare un testo. Questi artisti non sono nostalgici, sono resistenti.

Hanno ancora un’idea alta della musica. Sanno che una canzone può cambiare un modo di pensare, che la parola ha un peso e che l’arte, anche quando è pop, debba rispondere a qualcosa di più profondo del numero di views.

La questione si fa filosofica. Fino a che punto l’arte ha diritto di esprimersi senza limiti? E dove finisce la libertà e comincia la responsabilità? Il punto non è imporre censure, ma chiedersi se l’artista ha ancora una coscienza del proprio ruolo. L’artista è un interprete del suo tempo, non un pappagallo del suo pubblico. Quando invece l’arte diventa specchio, quando l’artista dice solo ciò che il pubblico vuole sentirsi dire, allora non c’è più creazione ma ripetizione. Il linguaggio si chiude e si affievolisce fino a morire.

Siamo sicuri che una totale assenza di regole coincida con la libertà? Forse una forma di limite, non imposto dall’alto ma assunto eticamente da chi crea, è ciò che restituisce senso al gesto artistico. 

Siamo nel campo del paradosso. Pensare a un comitato statale che approvi le uscite musicali sa di cover pop rock dell’Unione Sovietica. Anche se oggi, con l’intelligenza artificiale che analizza testi e suoni, la tentazione di filtrare ciò che ha valore da ciò che non ne ha è forte. 

Non per censurare, ma per qualificare. Il rischio evidente, tuttavia, è la standardizzazione. Se un’intelligenza artificiale imparasse a riconoscere la buona musica sulla base di parametri predefiniti, finiremmo per premiare solo ciò che rientra nei canoni storicizzati. Niente più innovazione in quanto verrebbe appiattito ogni margine di rischio. Eppure, l’idea di uno strumento che aiuti a distinguere l’oro dalle ferraglie resta affascinante. Non per vietare, ma per orientare. Per aiutare chi ascolta a scegliere con più consapevolezza. Ma sarà mai possibile costruire un algoritmo della bellezza?

Qui si apre uno spiraglio. Non un’autorità statale, semmai un patto di responsabilità da parte dell’industria musicale stessa. Le etichette potrebbero adottare un sistema di valutazione culturale dei loro prodotti. Una sorta di etichetta narrativa, indicando se un brano ha valore poetico, se si inserisce in una tradizione musicale, se sperimenta, se trasmette un messaggio sociale. Una scheda, come quelle dei vini, dove vengono specificati i sentori, gli utilizzi e gli abbinamenti consigliati.

Un sistema di questo tipo non impedirebbe a nessuno di pubblicare nulla, ma permetterebbe al pubblico di orientarsi meglio. Così come oggi leggiamo l’etichetta nutrizionale di un alimento, potremmo leggere quella culturale di una canzone. Sapere cosa stiamo per ingerire.

Tommaso Lupo Papi Salonia

 

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Targetti Ugo
Targetti Ugo
9 mesi fa

Un’analisi dotta ed illuminante. Trovo ottima l’idea di imporre l’etichettatura alla musica.
Vorrei aggiungere un mio commento dettato più dall’indignazione che da un’analisi critica, rigorosa come quella dell’articolo di Tommaso Lupo Papi Salonia
Viviamo ormai sommersi in un profluvio sonoro insopportabile: “musica “ al bar, nei ristoranti, nei negozi che riversano suoni anche in strada; nei supermercati; in metropolitana, nei parchi; “musica” dai chioschi di bibite; “musica” dei concerti estivi all’aperto fino a tarda notte; suonatori di bonghi imperterriti e indisturbati dalle “autorità”; suonatori di strada dotati di casse acustiche. “Musica” alle manifestazioni sportive: “musica” a tutto volume dalle automobili o da appartamenti di vicini. “Musica” in spiaggia, “musica” in piscina. La costante di questo liquame sonoro è un ossessivo martellare delle percussioni e dei bassi; spesso l’unico suono che giunge alle orecchie in un indistinto rumore dove “musica”, voci ed altri suoni si confondono. Mai musica classica di sottofondo; meglio così la rovinerebbe. Le persone sono assuefatte, non protestano, forse non la sentono più neanche la “musica” di sottofondo. Ho incontrato giovani che hanno bisogno di questo costante martellante sottofondo, come una sorta di droga sonora. Talvolta al ristorante chiedo almeno di abbassare il volume della “musica” (non oso chiedere di spegnerla): mi guardano sorpresi e seccati. Un profluvio sonoro che mi ha tolto il piacere della musica vera; preferisco ormai un po’ di silenzio. Eppure la musica mi piace moltissimo, in particolare quella classica, ma non solo; espressone massima dell’ingegno umano dove costruzione razionale, capacità emotiva, espressione di valori, si intrecciano.
Ognuno a casa sua senta la musica che vuole, ma la “musica” che investe l’etere pubblico andrebbe regolata per legge, anche in termini di qualità. Nei locali pubblici e persino nei parchi il fumo è stato vietato come fattore inquinante e insalubre. Perché nello spazio pubblico devo essere sottoposto a “”musica” che reputo orrenda, mi infastidisce e mi provoca un disturbo psichico?
So che chiedere di proibire la musica negli spazi pubblici è una battaglia persa, ma regolarla rigorosamente in termini di volume e anche di qualità con il metodo dell’”etichettatura” proposto da Papi Salonia, sarebbe un segno di civiltà.

Cesare Mocchi
Cesare Mocchi
9 mesi fa
Rispondi a  Targetti Ugo

Non mi piace l’ idea di “imporre” alcunché in campo artistico, deve restare una libera scelta frutto di un convincimento; altrimenti non ne usciremo più. E – ripeto – è un problema generale, che riguarda anche le altre arti. Tempo fa incontro un amico che fa il pittore, nel senso che vive di quello. Gli chiedo: cosa stai facendo di bello adesso? Ah niente, ho chiuso con il mio gallerista, ne sto cercando un altro e vedremo cosa mi fa fare. Capito? È il gallerista che dice al pittore che quadri fare, in modo che si vendano. Capisco superare i miti romantici, ma voi vi vedete Giotto o Van Gogh fare un ragionamento simile?

Gianluca Gennai
Gianluca Gennai
9 mesi fa

Va detto che nel settore musicale, con l’ausilio delle piattaforme come Spotify a partire dall’oramai classico You Tube, il settore è stato pervaso da improvvissati produttori di contenuti ( questo è il loro inquadramento ), i quali cavalcano il picco della vulgata per poi adagiarsi sul plateau di una deregualtion che passa dall’onomatopeica a un full immersion nel climax della gioventù che oggi è sempre più contaminata (almeno a Milano), su questo le piattaforme fanno il loro business, sul quel mordi e fuggi che chiede ogni giorno un pasto nudo da proporre, una voce nuova che duri anche solo il tempo di 1000 like. Potremmo dire che non c’è musica, dunque non mi esprimerei con un metodo di paragone musicale. Forse si può fare critica e condannare la bestemmia ma attenzione a non scambiare un lingaggio in una discesa all’inferno. Preciso che per me la bestemmia non è blasfema ma semplicemente ripugnante, dunque su questo non c’è una valutazione a prescindere ma consto che sia in uso come forma di lunguaggio tra giovani anche di strati sociali insospettabili ( magari quelli che in famiglia sono dei ragazzi modello) che andrebbe forse paragonata a disavventure personali, spesso narrate nei contenuti di questi trapper o repper dell’ultim’ora, arrichiti grazie ai migliaia di like dei loro FRa’ o BRO’ che non aspettano altro, consumare un pasto uin più. Allora non punterei il mirino sul linguaggio ne sugli RPM dei bassi che ci portano in uno stato di disagio e di repulsione a pelle, ma che accompagnano gli adolescenti nel loro caos calmo che resta constante dentro e fuori, fatto di modi, usi e costumi tribali, da usare sotto i loro totem con le loro liturgie e gergo annesso. Se mai dobbiamo noi scegliere meglio dove andare, con chi stare durante i nostri momenti ludici o di relax, forse anche cercare di proporre esempi, ma non possiamo condannare toutcourt ciò che noi stessi, come generazione, abbiamo autorizzato senza renderci conto di cosa volesse dire aprire quella porta. Cosi restiamo spiazzati e ci indignamo senza provare a immergersi nel mondo adolescenziale (Perchè questo è il mondo ai quali tutti i neo producer si rivolgono), sottoposto a una contrazione sociale impressionante, dalla scuola alla vita giornaliera, agli amori se non hai dolori, alle amicizie multietniche, alle paure di muoversi in città, e quello che riusciamo a proporre come società al quanto impreparata ma soprattutto impegnata a fare altro, è ben descritto nel bell’articolo di Tommaso Lupo, la critica la settore e di più, alla forma e alla sostanza di un girone infernale. Un pò poco direi.
Gianluca Gennai.

Francesco Topets
Francesco Topets
8 mesi fa

Condivido ogni parola di questo articolo. Come artista di “generatore di mondi” e come spettatore di questi mondi.

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