LA MARATONA ŠOSTAKOVIČ

Credo di aver assistito ad un evento memorabile, di quelli che proprio non si possono dimenticare, e credo anche di doverlo raccontare ai miei lettori con la speranza che fra questi vi siano responsabili di istituzioni musicali che possano trarne ispirazione per i loro futuri programmi.
Si tratta della esecuzione in un unico concerto, avvenuta sabato 29 giugno in quella bomboniera che è il teatro-studio Melato, ristrutturato in modo mirabile negli anni ’80 da Marco Zanuso, di tutti e 15 i Quartetti scritti da Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, (1906-1975) durante l’intero l’arco della sua travagliatissima vita, esattamente fra il 1938 e il 1974, e cioè da quand’era poco più che trentenne fino all’anno precedente la sua scomparsa. Nelle intenzioni dell’autore dovevano far parte di un unico corpus di ventiquattro quartetti, ciascuno dei quali composto – come fece Bach con il suo Clavicembalo ben temperato – in una diversa tonalità e cioè in tutte le ventiquattro possibili.
Questa lunga e commovente sequenza di opere ha significato per Šostakovič – lo ha scritto nel programma di sala il geniale Direttore Artistico della Società del Quartetto, Paolo Arcà, cui dobbiamo la grandiosa iniziativa – una sorta di diario intimo nel quale il grande russo ha riversato le emozioni e le gioie, ma anche le paure, gli incubi, l’orrore e il terrore della guerra e della dittatura vissute nell’Unione Sovietica.
Non tutti i 15 Quartetti sono dei capolavori, ovviamente, qualcuno lascia anche a desiderare, vi si percepiscono gli alti e i bassi, i momenti felici e quelli tragici, di un’esistenza difficile, quella magistralmente raccontata da Julian Barnes nel ritratto “Il rumore del tempo” (Einaudi, traduzione di Susanna Basso), che qualsiasi estimatore di Šostakovič dovrebbe aver letto.
Alcuni sono letteralmente sublimi, come quello centrale, l’ottavo in do minore opera 110, dedicato “Alle vittime del fascismo e della guerra” scritto nel 1960 dopo una visita del Maestro alla città di Dresda ancora piena delle macerie provocate dai noti, tardivi e vili bombardamenti del 1945, a guerra già terminata, ad opera di inglesi e americani appoggiati dall’Unione Sovietica.
Šostakovič scrisse in quei giorni “Provo eterno dolore per coloro che furono uccisi da Hitler, ma non sono meno turbato nei confronti di chi morì su comando di Stalin. Soffro per tutti coloro che furono torturati, fucilati, o lasciati morire di fame. Molte delle mie Sinfonie sono pietre tombali. Troppi della nostra gente sono morti e sono stati sepolti in posti ignoti a chiunque, persino ai loro parenti. Dove mettere le lapidi? Solo la musica può farlo per loro. Vorrei scrivere una composizione per ciascuno dei caduti, ma non sono in grado di farlo, e questo è il solo motivo per cui io dedico la mia musica a tutti loro“.
La Società del Quartetto e il Piccolo Teatro, due eccellenze della cultura “alta” milanese, hanno avuto l’encomiabile coraggio di tenere seduti ad ascoltare uno dopo l’altro tutti e 15 i quartetti d’archi – in ordine cronologico, con inizio alle 15 del rovente sabato 29 giugno fino alla una di notte, quando si sono spente le ultime note – un centinaio di persone che ci azzardiamo a definire come l’espressione del più raffinato e colto pubblico milanese. O come “gruppo di eroi”, se preferite, innamorati della grande musica fino a farsi carico di cotanto gravoso impegno.
Ad eseguire la “Maratona Šostakovič” sono stati tre noti Quartetti italiani, uno migliore dell’altro, e cioè in ordine alfabetico – e i loro componenti nel classico ordine di primo e secondo violino, viola e violoncello – l’Indaco (Eleonora Matsuno, Ida Di Vita, Jamiang Santi e Cosimo Carovani), il Noûs (Sofia Manvati, Alberto Franchin, Sara Dambruoso e Riccardo Baldizzi) e il Prometeo (Markus Däunert, che ha sostituito in corsa Nurit Stark, Aldo Campagnari, Danusha Waskiewicz e Francesco Dillon) che si sono alternati suddividendosi equamente i compiti – 5 quartetti ciascuno – per 10 ore praticamente di seguito. (Dico praticamente perché ogni 2/3 quartetti era previsto un intervallo di una quindicina di minuti e molto opportunamente c’era anche, a disposizione, un bar ben fornito per tirare il fiato e non solo! Era anche possibile partecipare a singole sezioni del concerto, con prezzo dei biglietti proporzionale al numero di quartetti previsto nella sezione prescelta).
Su queste stesse colonne avevo scritto pochi giorni fa che per decenni è stato commesso l’errore di accostare, nei programmi dei concerti, opere di contemporanei ad opere storicamente consolidate, perché il susseguirsi di linguaggi tanto diversi fra loro impedisce di immedesimarsi nella singola opera passando da un linguaggio all’altro nell’arco di pochi istanti. La maratona di domenica scorsa ha consolidato questa sensazione; è stato meraviglioso ascoltare musica di uno stesso autore per ore e ore, molto più facile e naturale calarsi in profondità nella singola opera e goderla pienamente.
Scrive ancora Paolo Arcà “Queste pagine, considerate fra i grandi capolavori della musica da camera del XX secolo, sono caratterizzate da una straordinaria intensità emotiva e da una grande varietà di stili, di accenti e di atmosfere”. E poco oltre “Sono sempre stato affascinato dalla dimensione intima di queste pagine, da come cioè questi quartetti esprimano il profondo pessimismo, le angosce e i palpiti di un artista sofferente, segnato nell’anima e nel corpo, un perseguitato dal regime staliniano sempre braccato e terrorizzato, oppresso dalle angustie della vita quotidiana e da un tetro orizzonte senza prospettive”.
Difficile aggiungere altro. Dirò ancora, a proposito dell’ultimo Quartetto – in mi minore opera 144 – che è stato scritto sul letto nel quale giaceva già malato, di cui ha lasciato scritto solamente questo appunto “Ho scritto il quindicesimo Quartetto in tempo lento e in sei parti: ho cercato di creare un’opera drammatica, ma fino a che punto ci sia riuscito è difficile per me poter giudicare“. Al di là di ogni regola e tradizione, il Quartetto si compone solo di “Adagi” e ciascuno di essi porta un titolo significante: Elegia, Serenata, Intermezzo, Notturno, Marcia Funebre, Epilogo. Non si sfugge alla sensazione che sia l’addio alla vita di un uomo che sapeva di morire presto ma anche di smettere finalmente di soffrire.
Paolo Viola
