VOTO DI SCAMBIO VIRTUOSO E DEMOCRAZIA MERCANTILE

La lancia spezzata da Luca Beltrami Gadola in favore del “buon” voto di scambio inteso come equazione tra voto espresso e ritorno di un “bene”, per quanto legittimo e democraticamente apprezzabile, richiede discussione in una fase in cui da un lato i risultati elettorali (anche parziali e locali) suscitano convulse agitazioni nel mondo politico e dall’altra masse ingenti di elettori disertano il voto stesso. Essenziale al riguardo la precisazione dell’autore “se la politica avesse nel suo DNA la razionalitĆ “, ma qui sta il punto perchĆ© la politica oggi appare spesso incapace di raggiungere livelli accettabili di ragionevolezza e buon senso e, nel contempo, inadeguata a superare i limiti della piatta praticitĆ  del quotidiano e dell’ovvio.

04ballabio25FBIn teoria si può distinguere tra voto di scambio, di fedeltĆ  o di opinione (parafrasando la classica tri-ripartizione del potere secondo Max Weber: razionale, tradizionale, carismatico). La prima repubblica visse in prevalenza del voto di fedeltĆ , con altissima e costante partecipazione (“vota per chi vuoi ma vota“) e piccolissimi spostamenti rispetto a un bipartitismo imperfetto ma solido. FedeltĆ  spesso “escatologica”, riferita a un sistema di valori e ideali, non sempre coincidente con la condizione materiale contingente bensƬ alle storie e tradizioni delle famiglie e delle comunitĆ  locali. Curioso notare come, ad esempio, nella bianca Brianza le poche “isole rosse” si collocassero – fin dall’inizio del ‘900 – presso i fiumi Lambro e Adda, raggiunti in bicicletta dagli operai socialisti dei cappellifici monzesi per la pesca e la scampagnata domenicale.

Ma appunto “acqua passata”, oggi del tutto residuale tra pochi irriducibili devoti al Partito e al Segretario di turno. Altro discorso vale per il voto di opinione, basato non sulla fedeltĆ  bensƬ sulla fiducia in un leader politico oppure mediatico (editorialista, commentatore, conduttore e simili). Insomma un distinto depositario di informazioni e conoscenze cui non si offre partecipazione ma si attendono indirizzi e soluzioni. Tuttavia nella societĆ  liquida, e pertanto ondivaga, il ruolo carismatico dei leader stenta a solidificarsi e perdurare. Punti di riferimenti certi per intere generazioni come Togliatti e De Gasperi, Moro e Berlinguer, ma anche Indro Montanelli e Giorgio Bocca, rimangono un ricordo del secolo passato.

Resta allora il “razionale” voto di scambio. Fatti i debiti scongiuri per lo scambio indecente (pacco di pasta o equivalente) o peggio malavitoso vale appunto la ragionata, o ragionieristica, partita doppia del do ut des. Quali vantaggi mi procuri, in termini di qualitĆ  della politica e buon governo della cosa pubblica, in cambio di un voto non dovuto per cieca fedeltĆ  o gratuita fiducia bensƬ speso da consumatore consapevole? Dunque il meccanismo democratico incontra il mercato a partire dalla basilare legge della domanda e dell’offerta: buoni programmi e soddisfacenti rendiconti pesati e pagati con la delega a governare pro tempore. (Tenuto conto che il crescente astensionismo aumenta la “utilitĆ  marginale” del voto espresso).

Ma qui l’analogia del comportamento elettorale con l’automatismo del mercato si scontra con un’altra difficoltĆ : la distinzione fondamentale nel dispositivo economico tra spesa corrente e investimento in conto capitale. Se la differenza tra lo statista e il politicante ĆØ che il primo pensa alla generazione futura mentre il secondo bada alla prossima elezione, allora il primo concepisce e agisce per investire a medio e lungo termine, inevitabilmente a scapito della spesa ordinaria ovvero del consenso immediato e della popolaritĆ  mediatica. Non a caso oggi l’alta visione circa i destini sociali, economici e ambientali dell’umanitĆ  viene da un’autoritĆ  monocratica non rieleggibile quale quella papale.

Ora, fatte le debite proporzioni, conviene tornare al tema iniziale: il cosa e il come fare in occasione della prossima tornata elettorale amministrativa a Milano. Scambiare il voto con valide proposte sugli importanti e impellenti problemi “milanesi” (post-Expo, Navigli, M4, ecc.) oppure anche con intuizioni più ampie che riguardino le questioni del territorio, della mobilitĆ , del regime delle acque, della qualitĆ  atmosferica, ecc. nel sistema urbano compreso nell’area più vasta?

Considerare allora la creazione della CittĆ  metropolitana un’opportunitĆ  redditizia a più lungo termine piuttosto che un peso e un intralcio surrettiziamente sovrapposto all’operativitĆ  attuale dei Comuni. E pertanto fare sul serio anche per il decentramento effettivo e totale del Capoluogo, in alternativa al pantano delle competenze sovrapposte e “concorrenti” di cui alle delibere sui “Municipi” ora in discussione (come purtroppo confermato dal disarmante candore mostrato al riguardo dalla Presidenza del Consiglio Comunale nell’incontro con il Forum civico metropolitano svoltosi il 10 giugno a Palazzo Marino).

Basterebbe allora un gesto significativo per dare corpo alle buone intenzioni, per altro giĆ  presenti nel programma del 2011: estendere il voto delle eventuali “primarie” a tutti i cittadini metropolitani, posto che si andrĆ  a eleggere un Sindaco tale di diritto! Si darebbe cosƬ finalmente voce anche alle centinaia di migliaia di pendolari non solo “utenti” della cittĆ  ma protagonisti del lavoro e delle professioni, degli studi e del tempo libero, e tuttavia sinora deprivati di un diritto di voto legato alla residenza anagrafica ossia al “posto letto”. Nel caso lo scambio comincerebbe ad avvenire anche col futuro di una cittĆ  più ampia, più efficiente, più democratica.

 

Valentino Ballabio

 

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