LE STAR, OGGI, NON SANNO METTERE LE MANI SU UNO STRUMENTO

Nessuno suona più

Per molto tempo la figura della star musicale coincideva con quella del musicista abile. Il successo arrivava dopo anni di studio, prove, errori, sale di registrazione. La musica popolare del Novecento è stata costruita da persone che conoscevano in senso materiale il proprio strumento, che lo avevano studiato e dominato. Il pubblico vedeva sul palco qualcuno che sapeva fare qualcosa di preciso con le mani, quasi come un artigiano del suono materico. La musica nasceva da lì, da una competenza concreta. Pensando a figure come Jimi Hendrix o Eric Clapton, per quanto siano ai limiti dello scontato quando si tratta di musicisti da citare, il loro nome coincideva con un gesto musicale, con un suono prodotto direttamente dalle dita su una chitarra. Il mito della rockstar si fondava su questo rapporto visibile tra corporeità e strumento. L’atto musicale accadeva davanti al pubblico. L’artista suonava davvero.

Quella relazione diretta con lo strumento ha cominciato a cambiare lentamente negli ultimi decenni, fino a trasformarsi radicalmente. Oggi molte delle figure più popolari dell’industria musicale appartengono a una categoria diversa. Interpreti, performer, personaggi mediatici che costruiscono il proprio successo attraverso l’immagine, la voce elaborata in studio, la presenza sui social. Il gesto musicale, nel senso tradizionale del termine, tende a scomparire. Le mani della star non suonano, tengono solo il microfono. Il che richiede preparazione, per carità, ma a livello di complessità del gesto, completezza e rischio della performance non ha nulla a che vedere con il suonare uno strumento dal vivo mentre si canta in un microfono.

Questo fenomeno non riguarda soltanto il pop commerciale. L’intero sistema produttivo della musica contemporanea è diventato più complesso e frammentato. La canzone nasce spesso da una filiera di autori, produttori, programmatori, tecnici del suono. L’artista rappresenta il volto pubblico di un processo collettivo. Il lavoro musicale si sposta dietro le quinte, dentro studi di registrazione dominati da computer, software e campionatori. Il risultato finale può essere molto efficace dal punto di vista sonoro, tuttavia il ruolo dell’esecutore strumentale diventa secondario. Il pubblico ascolta un prodotto finito che raramente corrisponde a un gesto musicale compiuto sul palco.

Un tempo la competenza strumentale rappresentava un requisito naturale per chi voleva entrare nel mondo della musica. Band come i Beatles o i Led Zeppelin (altrettanto scontati da menzionare), la loro identità artistica si costruiva sull’interazione tra strumenti reali, suonati simultaneamente. La chitarra dialogava con la batteria, il basso costruiva la struttura ritmica, la voce si inseriva in questo tessuto sonoro. La musica nasceva dall’energia collettiva di musicisti che suonavano nello stesso spazio.

Nel panorama contemporaneo la scena appare spesso diversa. La centralità del produttore e delle tecnologie digitali hanno, come già detto numerose volte negli articoli dei numeri precedenti, trasformato il processo creativo. Un brano può essere costruito interamente su un computer, e l’artista entra in studio per registrare la voce. Il gesto musicale si riduce così a una singola dimensione interpretativa. La star diventa il volto riconoscibile di una macchina produttiva molto più ampia.

Questa trasformazione ha avuto conseguenze evidenti anche sullo spettacolo dal vivo. Il concerto, che un tempo rappresentava il momento culminante dell’esperienza musicale, rischia talvolta di diventare una semplice riproduzione amplificata di ciò che esiste già nello studio di registrazione. Quando la base musicale è preprogrammata e gli strumenti reali sono assenti, la performance perde una parte della sua imprevedibilità. Il concerto si trasforma in uno spettacolo coreografico, visivamente curato ma musicalmente immobile. Il pubblico assiste a una sequenza perfettamente controllata di brani identici alla versione registrata. Il coinvolgimento nasce dall’atmosfera, dalle luci, dalla presenza scenica. La tensione musicale del suonare insieme, quella piccola possibilità di errore e di sorpresa che rende unico ogni concerto, tende invece a scomparire.

Proprio per questo acquistano un valore particolare gli artisti che scelgono ancora di portare sul palco una band vera, con strumenti veri. In un panorama dominato dalle basi e dai laptop, figure come Naska rappresentano una scelta controcorrente. I suoi concerti recuperano l’energia della musica suonata con chitarre distorte, batteria dal vivo, musicisti che si guardano e reagiscono l’uno all’altro. Senza ricerca per l’innovazione, ma con la volontà di portare avanti dei principi filosofico-musicali ben più complessi delle strutture musicali proposte. Il pubblico percepisce immediatamente questa differenza. Il suono non appare più come un file riprodotto da un sistema di amplificazione ma come qualcosa che nasce in quell’istante, davanti a tutti. La musica torna a essere un gesto.

Il pubblico forse non sempre formula questo pensiero in modo esplicito, eppure lo percepisce. Un concerto con una band che suona davvero produce un tipo di energia diversa. La musica respira, accelera, si sporca, cambia da sera a sera. In quella piccola imperfezione vive il fascino della performance.

Ecco perché la questione degli strumenti non riguarda soltanto la competenza tecnica degli artisti. Riguarda l’essenza stessa dello spettacolo musicale. Quando le mani tornano sugli strumenti, il concerto smette di essere una riproduzione e torna a essere un evento. Una cosa viva che accade una sola volta, in quel momento preciso, davanti a quel pubblico. Ed è proprio lì che la musica ritrova la sua forma più autentica.

Tommaso Lupo Papi Salonia

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