LA “SINFONICA DI MILANO” ALLA SCALA

Credits Esmeralda Spitaleri (25)

Ogni anno si ripete questo rito ed ogni volta sono ammirato e commosso dalla civiltà di questa nostra città. Succede da tempo ormai che l’inaugurazione della stagione sinfonica dell’ex Orchestra Verdi ora Orchestra Sinfonica di Milano – che ha sede nell’Auditorium di corso San Gottardo, dove quella storica strada si dilata a formare il Largo Mahler – viene accolta dalla Scala, quasi come fosse una materna benedizione dell’aristocratica “Signora della Musica” alla dimessa e giovane Orchestra, riconoscendone i meriti e la qualità.  

Mi chiedo come mai la stessa ospitalità non venga offerta dalla Scala alla ben più attempata Orchestra dei Pomeriggi Musicali (fondata nel 1945, mentre la “Verdi” è del 1992), che ha sede nel nobilissimo Teatro Dal Verme, e che ne avrebbe assai più bisogno a causa dell’acustica notoriamente molto meno efficace di quella, ottima, dell’Auditorium. Mah! 

Resta il fatto che questa annuale trasferta della Sinfonica alla Scala è un evento molto apprezzato dalla città, che riempie regolarmente la sala del Piermarini, e che viene celebrata con programmi importanti e di grande appeal, come un evento da festeggiare.

Così è stato domenica scorsa, 14 settembre, con un sontuoso concerto dell’Orchestra cadetta, e un programma che era una vera leccornia per gli amanti della musica romantica dell’Ottocento. Nella prima parte il Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra in Re minore op. 15 di Johannes Brahms; nella seconda la Sinfonia n. 5 in Mi minore op. 64 di Pëtr Il’ič Čajkovskij. 

Due opere della seconda metà del secolo, la prima scritta fra il 1854 e il 1857, quando Brahms aveva 21 e 24 anni (gli anni della fondamentale amicizia con Schumann), ritoccata nel 1858 e pubblicata nel 1861, data ufficiale della sua nascita; la seconda è del 1888 quando Čajkovskij aveva già 48 anni ed aveva da poco raggiunto quell’equilibrio interiore che gli permise di scrivere i suoi ultimi grandi capolavori. Le due opere fecero entrambe molta fatica ad imporsi al pubblico, che all’inizio le accolse molto freddamente (famoso il fiasco del Concerto di Brahms alla prima di Lipsia!) ma in breve tempo arrivò ad amarle profondamente. 

Il concerto è stato introdotto, nel ridotto della Scala, da una brillante e colta conferenza dello storico e critico musicale Oreste Bossini che – incalzato dal bravo Damiano Afrifa, coordinatore dell’Ufficio Stampa dell’Auditorium – ci ha aiutato a penetrare la travagliata genesi delle due opere mettendole in relazione, per quanto possibile, con il vissuto degli autori ed offrendoci, così, uno spaccato di quegli anni magici della storia della musica sinfonica, fra Austria, Russia e Germania.

L’Orchestra, come abbiamo detto, era “La Sinfonica di Milano” guidata dal suo elegantissimo e charmant direttore musicale Emmanuel Tjeknavorian – trentenne austriaco con ascendenze iraniano-armene, alla sua seconda stagione a capo dell’Orchestra – mentre sedeva al pianoforte Rudolf Buchbinder, austriaco anch’egli ma, come Mahler, di origine boema. 

C’erano tutti i presupposti per un concerto strepitoso e tuttavia – inspiegabilmente – le cose non sono andate proprio così. Brahms è apparso sbiadito e privo di energia e della sua conclamata affabilità; Tjeknavorian, benché carico di energia ed empatia proprie, è sembrato in affanno, con qualche difficoltà a farsi seguire dall’orchestra e ad intendersi con un Buchbinder sostanzialmente algido, poco convinto. Come ciliegina sulla torta il pianista ha concesso alla fine una insulsa trascrizione per pianoforte di un valzer di Strauss, puro virtuosismo senz’anima. 

Con Čajkovskij le cose sono andate meglio, ma non troppo; si è persa per strada l’anima russa della Quinta Sinfonia, quella malinconia inconfondibile della poetica di Pëtr Il’ič, il sentimento da cui l’opera è pervasa, con il tragico tema dell’incipit che riemerge costantemente, fino alla fine, come un’ossessione.

Peccato, perché fummo fra i primi a felicitarci della scelta e dell’arrivo alla Sinfonica milanese di questo giovane e brillante direttore d’orchestra, e per il “Premio Franco Abbiati della Critica Musicale Italiana” che gli fu assegnato per il 2024 (per il 2023 fu assegnato a Daniele Gatti) dall’Associazione Nazionale Critici Musicali come “miglior direttore d’orchestra”. E peccato anche perché Buchbinder è sicuramente uno dei più prestigiosi pianisti europei, forse però più in sintonia con Beethoven e Mozart che non con Brahms (di cui si dice essere grande studioso e scrupoloso conoscitore…); in una bella intervista rilasciata un paio di giorni prima al Corriere, aveva detto che in concerto “tutto dipende dalla prima nota”, il resto vien da sé! Nella Quinta čajkovskijana l’attacco del pianoforte è previsto dopo parecchie battute, che forse hanno distratto il Nostro!

È proprio vero che i concerti sono dei miracoli, talvolta non avvengono, e i fedeli restano delusi!

Paolo Viola

  

 

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