LA VOLGARITÀ DEL LINGUAGGIO E LA DECADENZA DEI COSTUMI

Nel panorama sociale odierno, il linguaggio sta subendo una trasformazione che appare, a molti, come un’inarrestabile caduta nella volgarità. L’uso di espressioni scurrili, un tempo relegate a contesti marginali, si è diffuso in ogni ambito della comunicazione: nella vita quotidiana, nei dibattiti politici, nel mondo dello spettacolo e persino nella sfera accademica. Si assiste a un fenomeno in cui l’uso di termini offensivi e triviali non solo non scandalizza più, ma viene percepito come segno di autenticità, carisma e vicinanza al “popolo”.
La volgarità nel linguaggio non è un fenomeno moderno: già nell’antica Roma i satirici come Giovenale e Marziale facevano largo uso di termini espliciti per criticare la società. Tuttavia, la differenza sostanziale con l’epoca attuale risiede nella perdita della dimensione del pudore e della distinzione tra registro pubblico e privato. Se in passato l’uso di un linguaggio volgare era limitato a contesti specifici, oggi la scurrilità si è normalizzata e diffusa in ogni ambito, contribuendo a un abbassamento generale del livello culturale e comunicativo.
La storia insegna che nei momenti di crisi o transizione, il linguaggio si trasforma: durante la Rivoluzione Francese, nel ’68, nella nascita della società di massa del Novecento. Ogni mutamento culturale porta con sé anche un mutamento nei codici espressivi. Tuttavia, l’attuale mutamento sembra essere caratterizzato da una regressione più che da un’evoluzione.
I nuovi media hanno accelerato questa tendenza: la comunicazione digitale, fatta di messaggi brevi, post, tweet e stories, predilige la semplificazione e l’immediatezza, a scapito della complessità e della riflessione. Inoltre, la ricerca di visibilità ha spinto molti a usare un linguaggio provocatorio e volgare, premiato dagli algoritmi per la sua capacità di generare reazioni. In questo contesto, la volgarità diventa una strategia comunicativa e commerciale.
Mi domando cosa penserebbero i Grandi Pensatori del Passato? Se figure come Socrate, Platone, Sant’Agostino o Immanuel Kant potessero osservare il linguaggio e i costumi attuali, probabilmente ne sarebbero profondamente delusi.
Socrate avrebbe criticato questa degenerazione come un segnale di decadenza del pensiero critico, laddove l’insulto sostituisce il dialogo filosofico. Platone, nella sua “Repubblica”, sosteneva che l’educazione e il linguaggio fossero fondamentali per la costruzione di una società giusta e ordinata: il degrado del linguaggio per lui sarebbe stato un segnale di un’inevitabile corruzione dell’anima collettiva. Sant’Agostino avrebbe visto nella perdita del pudore un sintomo della caduta dell’uomo verso il peccato e il disordine morale. Immanuel Kant, con la sua “Critica della Ragion Pratica”, avrebbe interpretato questa tendenza come un fallimento dell’uso della ragione per guidare il comportamento etico. Bertrand Russell, pur avendo una visione più liberale della società, avrebbe probabilmente sottolineato come la volgarità non favorisca un dibattito razionale e costruttivo.
Dal punto di vista spirituale, figure come Buddha e Gesù Cristo avrebbero probabilmente ammonito contro il potere distruttivo di un linguaggio violento e degradante, ribadendo l’importanza della parola come veicolo di pace e comprensione.
E la visione della Psicologia e della Sociologia? Sigmund Freud avrebbe interpretato l’uso smodato della volgarità come una regressione a impulsi primordiali non sublimati. Jean Piaget, con la sua teoria dello sviluppo cognitivo, avrebbe notato come l’uso del linguaggio volgare nei giovani sia sintomo di una mancata maturazione del pensiero astratto e dell’empatia. Zygmunt Bauman, con il concetto di “modernità liquida”, avrebbe potuto vedere nella normalizzazione della scurrilità una manifestazione della perdita di riferimenti stabili e del trionfo dell’effimero sulla profondità. Sociologi come Francesco Alberoni e Achille Ardigò avrebbero probabilmente osservato come questa degradazione del linguaggio rifletta un più ampio declino dei valori e della coesione sociale.
Tuttavia, va riconosciuto che alcuni linguisti contemporanei, come Tullio De Mauro o Noam Chomsky, invitano a leggere il linguaggio come un organismo in continua evoluzione. Ciò che oggi chiamiamo “volgare” può anche essere visto come una risposta espressiva autentica a nuove esigenze comunicative, in una società che cerca nuove forme di rappresentazione, anche se grezze.
Alcuni potrebbero sostenere che questa trasformazione linguistica non sia altro che un’evoluzione naturale della società, in cui i tabù vengono abbattuti e il linguaggio si adatta a nuove esigenze espressive. Tuttavia, la vera questione non è tanto l’uso di parole “forti”, ma il fatto che la trivialità abbia sostituito il pensiero critico e il dialogo costruttivo. Se il linguaggio è lo specchio della cultura, allora la società moderna sembra avviarsi verso un pericoloso impoverimento della comunicazione e del pensiero.
Non si tratta di un semplice mutamento linguistico, ma di una crisi culturale più profonda. Se il linguaggio riflette il pensiero, l’impoverimento del linguaggio comporta inevitabilmente un impoverimento della capacità di pensare. Forse, il vero pericolo per il futuro non è tanto l’uso di parole volgari, ma il progressivo svuotamento del significato delle parole stesse. In un’epoca in cui il frastuono della volgarità copre la voce della ragione, il rischio è quello di scivolare verso un nuovo oscurantismo, dove l’insulto sostituisce il ragionamento e il clamore prende il posto della riflessione.
Per rispondere a questa sfida, è necessario un impegno educativo e culturale che riporti al centro il valore della parola come strumento di costruzione, comprensione e dialogo. Recuperare la retorica, non come arte della manipolazione, ma come capacità di argomentare, ascoltare e persuadere in modo civile, può essere uno dei passi fondamentali per risollevare la qualità del discorso pubblico.
Carlo Lolla

Concordo ma credo che questo impoverimento del linguaggio sia sostanzialmente un prevalere del pensiero dualistico e della competizione che è frutto di una storia millenaria. Oggi si.msnifesta di più per via dello sviluppo della tecnica comunicativa. Ovvero abbiamo oggi i frutti velenosi di un capitalismo senza etica.