INTERPLAY, UNA FILOSOFIA DI MUSICA

Suonare conseguentemente all’evento sonoro precedente in funzione del successivo. Questo è l’interplay, l’approccio alla musica leggera che più rimanda alle tecniche compositive classiche. Fonde il principio di composizione orizzontale, tipico delle partiture contrappuntistiche, con l’estemporaneità dei generi improvvisativi, creando così un’idea di flusso continuo e di respiro, di spazio, inserito in un contesto sonoro che senza interplay ne sarebbe privo.
In ambito jazzistico, uno degli esempi più significativi di come la filosofia dell’interplay può rappresentare un punto centrale nella realizzazione di un disco è The Short Life Of Barbara Monk , Del Ran Blake Quartet, 1986. L’organico strumentale è composto da Ran Blake al pianoforte, da Ricky Ford al sassofono, Ed Felson al contrabbasso e Jon Hazilla alla batteria.
L’estetica di questo disco è caratterizzata dalla prevalenza di ritmica e qualità timbrica e sonora sul virtuosismo, quasi assente. Scelta peculiare per un disco di musica jazz. Il dialogo tra strumenti viene percepito, all’ascolto, come caratteristica primaria del sound. A livello strumentistico, vengono lasciati spazi da ognuno dei musicisti, in modo da favorire l’originarsi di possibilità maggiori nel processo di composizione estemporanea degli altri elementi del quartetto.
The Short Life Of Barbara Monk è un esempio perfetto per capire la complessità e la prassi dell’interplay, perché oltre al lato esecutivo e musicale presenta delle connotazioni specifiche nella parte tecnica e della post produzione. I suoni degli strumenti sono mixati in modo da esaltare la qualità dell’interplay, evidenziando come il seguire questa direzione sia stata una scelta pensata su ogni fronte della creazione dell’album, dall’ideazione, all’esecuzione, alla realizzazione tecnica.
Ran Blake, al pianoforte, mantiene una presenza costante ma mai invadente. Il suo suono è concentrato sulle medio-alte frequenze, pieno ma controllato. Alterna momenti solistici ad altri in cui sostiene il gruppo, in particolare il dialogo con il sax e la ritmica. La sua interpretazione contribuisce a mantenere l’equilibrio dell’ensemble, senza mai perdere espressività.
Subito si percepisce la presenza marcata del contrabbasso. Il suo suono è compatto, profondo, modellato in post-produzione per risultare pieno di armonici sulle basse frequenze, scelta che rende lo strumento una base armonica ancora più stabile, in modo da poter sorreggere l’intera struttura del brano e permettere agli altri strumenti di muoversi in libertà, mantenendo una coerenza di fondo.
Il trattamento in fase di mix segue un principio molto preciso, che è quello di assegnare a ogni strumento un’area distinta dello spettro di frequenze. In questo modo sono state evitate sovrapposizioni timbriche che avrebbero potuto creare confusione, così da avere un ascolto chiaro e ordinato. Le percussioni, per esempio, hanno un timbro leggero e arioso e sono arricchite da un riverbero moderato, che costruisce un ambiente acustico credibile e dà l’impressione di uno spazio reale, in cui l’ascoltatore può immaginarsi immerso.
Il sax tenore di Ricky Ford emerge con decisione. La sua voce strumentale è presente e incisiva, ma rimane ben integrata nel mix grazie all’uso dello stesso riverbero applicato alla batteria, accorgimento che contribuisce a rendere omogenea l’identità sonora del disco.
La produzione mostra dunque elementi che indicano chiaramente una datazione posteriore rispetto alla Golden Age del Jazz e del Bop, e le scelte tecniche rivelano un’estetica moderna, attenta alla resa timbrica e alla spazialità del suono. L’organizzazione degli strumenti nel panorama stereo segue la logica di un’esibizione dal vivo. Ogni elemento è posizionato come se si trovasse su un palco, rispettando le consuete disposizioni di una formazione jazzistica, pur mantenendo un equilibrio che non sbilancia l’ascolto, dato che in ogni caso avverrà in cuffia o attraverso un impianto stereo. Anche se è evidente che si tratta di una registrazione in studio, questa scelta contribuisce a mantenere un legame con la dimensione del live, che nel Jazz ha un ruolo centrale.
Nel complesso, il disco riesce a trovare un equilibrio tra due elementi spesso in tensione, quali la spontaneità dell’esecuzione live e l’attenzione al dettaglio tipica della registrazione in studio. È un lavoro in cui la tecnica non prevale sull’espressività, ma piuttosto la supporta. Le scelte produttive sono funzionali a valorizzare le caratteristiche di ogni strumento, senza appiattirne il timbro o snaturarne la funzione. Un progetto che, pur partendo da radici ben salde nella tradizione Jazz, si lancia con naturalezza nella dimensione contemporanea grazie alla filosofia dell’interplay.
Tommaso Lupo Papi Salonia
