MUSICA CONTEMPORANEA ALLA SCALA

Questa non è una recensione e neppure un articolo. È una confessione. In una settimana sono improvvisamente cambiati, nella mia testa, i giudizi sul mondo della musica “colta” contemporanea, quella che abbiamo sempre chiamato “musica classica” ed ora non sappiamo più come chiamare.
Chiedo scusa ai miei lettori, che da qualche mese ho abbandonato – e che credo non essere più in grado di frequentare settimanalmente, come ho fatto per i primi quindici anni di vita di questo magnifico giornale – se affronto il tema partendo dalla mia storia personale, ma non posso evitarlo se voglio esaminare in profondità ciò che mi è accaduto nel corso della settimana appena trascorsa e quali conclusioni ne ho tratto.
Occorre una premessa. Da ragazzo, appassionato e studioso di musica classica, ero enormemente attratto e incuriosito da quella contemporanea, al punto da aver fatto da assistente a John Cage in occasione del suo famoso concerto di “Musica Aleatoria per vari strumenti” (magnetofoni, percussioni e pianoforte preparato) svoltosi alla Rotonda del Pellegrini il 21 gennaio 1959, e di aver partecipato fattivamente e con entusiasmo alle prove del famoso “Donnerstag aus Licht” di Karlheinz Stockhausen alla Scala nel 1981. Poco dopo, anche a seguito di approfondite discussioni con Luigi Nono e Claudio Abbado a Venezia, durante le prove del “Prometeo” (scritto dal primo e diretto dal secondo), cominciai a nutrire una profonda avversione nei confronti di tutta la musica contemporanea (quella – per intenderci – uscita dalla famigerata “Scuola estiva di Darmstadt”) tanto che da allora l’ho rigorosamente e puntigliosamente disertata. Per oltre quarant’anni anni ho pensato che la musica classica fosse morta e non più resuscitabile, e che i coraggiosi tentativi di riproporcela non fossero altro (con qualche rara eccezione, fra cui mi piace ricordare Fabio Vacchi ed Orazio Sciortino) che prese in giro.
La settimana scorsa è capitato che un amico gentile abbia insistito perché andassi alla Scala, ospite del suo palco, per ascoltare la prima assoluta dell’opera lirica di un autore che non avevo mai preso in considerazione: era “Il nome della rosa”, di Francesco Filidei, con la regia di Michieletto (altra fonte di preoccupazione!). Ci sono andato molto prevenuto e sospettoso, e ne sono rimasto letteralmente fulminato.
È successo che, lungi dallo scandalizzarmi o dall’annoiarmi, ho provato l’intensa emozione di ripiombare in quel magico mondo immaginato da Umberto Eco, quell’emozione amplificata – come sempre avviene con i capolavori dell’opera lirica – dalla interazione fra tutte le sue componenti: cantanti-attori, orchestra, coro, scene, luci, costumi, tutti quegli “ingredienti” dell’opera che interagendo fra loro creano un vero e proprio tripudio di emozioni e letteralmente travolgono lo spettatore. La parte musicale era perfetta, diretta ottimamente da Ingo Metzmacher, ma anche scene e regia erano particolarmente suggestive e convincenti, ed erano quello stesso genere di scene e regie che, applicate all’opera classica, mi hanno sempre fatto rabbrividire!. Che un’opera contemporanea – ascoltata in prima esecuzione assoluta! – potesse rapirmi così potentemente, è stato un evento del tutto straordinario e imprevedibile.
Mi ha scritto in proposito l’amico Cesare Bonadonna, grande appassionato di musica: «D’accordo su tutto. Però non è tutta così la musica contemporanea. Qui c’è il coraggio dell’autore di musicare una storia molto particolare e truculenta (ovviamente non ci sono romanze…). La musica poi non è stridente come in tanti casi, non ci sono pause, è un flusso continuo. Non è mai noioso e la combinazione tra musica scenografia, canto ecc. sono avvincenti, descrivono benissimo il mondo medievale. Nelle opere classiche la musica è il filo conduttore e il libretto un pretesto che puoi anche non conoscere a memoria. Qui è l’opposto: la storia è determinante e la musica ne è l’accompagnamento. È un po’ come nei film. La mia conclusione è che anche con la musica contemporanea puoi fare delle cose belle. Ma non è da tutti, e Filidei è stato molto bravo».
Naturalmente ho condiviso il giudizio, tanto che – reso curioso da questa sorprendente esperienza – due giorni dopo ho voluto immergermi in un altro bagno di musica contemporanea e, sempre alla Scala, ho assistito a una serata del “34° Festival Milano Musica” (il tempio della nuova musica, che si svolge durante tutto il mese di maggio, e quest’anno è incentrato proprio sulla persona di Francesco Filidei) il cui programma prevedeva quattro opere: di György Kurtág (che come si sa sta vivendo il suo centesimo anno!), Stefano Gervasoni, Aureliano Cattaneo e Francesco Filidei, tutti e tre questi ultimi appartenenti alla cosiddetta “mezza” età e tutti e tre presenti al concerto e fortemente applauditi al termine di ciascuna esecuzione.
Magnifico il mistico “Cantico delle Creature” di Filidei, per soprano e orchestra (con la bravissima Anna Prohaska), molto suggestivi i due pezzi di Gervasoni e Cattaneo, entrambi in prima esecuzione assoluta, per violino e orchestra (con la mitica Patricia Kopatchinskaja); più scontati, invece, i brevi Kafka-Fragmente di Kurtág per soprano, violino e orchestra. Quest’ultima era quella della RAI, magistralmente diretta dal giovane direttore francese Maxime Pascal. Uno splendido concerto che ha avuto – come era accaduto pochi giorni prima a “Il nome della rosa” di Filidei – un grandissimo successo di pubblico.
Sono stato dunque costretto a rimettermi in gioco e riscoprire che la potenza emotiva della musica non si esaurisce nell’offrire, in un linguaggio noto e condiviso, il piacere dell’ascolto, ma dal saper provocare emozioni a prescindere dal linguaggio usato e dalla conoscenza che ne ha l’ascoltatore. Provoca emozioni anche sorprendendo o mettendo a disagio l’ascoltatore, ma non per questo – o non necessariamente – diminuendone l’interesse e la tensione emotiva.
Ma allora perché mi ero allontanato così drasticamente dalla musica contemporanea, rifiutandone il linguaggio e considerandolo per anni aspro ed irritante, senza capo né coda e senza provare il desiderio di conoscerlo e di approfondirlo?
Ed ecco la risposta che mi sono dato.
Per anni i programmi dei concerti di musica sinfonica o da camera (ma anche per strumenti solisti) hanno seguito l’orrenda prassi di accostare ai grandi capolavori classici del passato pezzi di musica contemporanea, quasi a voler dimostrare che questi siano fatti della stessa pasta degli altri e che appartengano alla stessa specie, cioè alla grande storia della musica. Così è stata resa esecrabile la musica contemporanea. Per spiegarmi meglio, immaginate che venga esposta, nelle sale di Brera dedicate al Rinascimento italiano, un’opera astratta di un artista contemporaneo: riuscireste ad apprezzarla? Ma se invece andate a visitare una esposizione di sole opere d’arte contemporanea, non sarà molto più probabile che riusciate a goderle e a percepirne il valore?
Ho capito quanto grande sia stato l’errore, e continui ad esserlo, di accostare linguaggi tanto diversi fra loro ed ovviamente impossibilitati a dialogare (come dicevo, salve rare eccezioni) e come si ottenga, così facendo, il risultato opposto all’obiettivo che ci si prefigge.
Per quanto mi riguarda mi dichiaro vittima inconsapevole di questa vera e propria manipolazione e sono felice oggi di potermi ricredere sulla musica contemporanea! Provate anche voi, il Festival Milano Musica si conclude il 6 giugno e si potranno ascoltare ancora molte opere di Filidei e non solo sue
Paolo Viola
