RESIDENTI ESPULSI E MODELLO ESPORTATO

Copia di Progetto senza titolo

Al termine di un’animata serata conviviale gli invitati, borghesi colti e raffinati, non riescono inspiegabilmente a varcare la soglia d’uscita della sala dapprima ospitale e infine paradossale. È un film surreale di Bunuel che richiama l’odierno dibattito politico-urbanistico racchiuso entro un confine non solo amministrativo quanto intuitivo.

Al contrario, per molti cittadini residenti le porte d’uscita sono obbligate provocando un esodo rilevante. Ma mentre molti osservatori critici (compresi gli scrittori di Arcipelago) si preoccupano giustamente delle cause, pochissimi fanno altrettanto riguardo gli effetti.

I milanesi che se ne vanno dove vanno? Quali sono le ricadute extra moenia in termini di consumo di suolo, congestione della mobilità, intasamento dei servizi? Nonché le contro-ricadute in termini di inquinamento dell’aria, assedio del pendolarismo, impoverimento della coesione sociale?

Gli espulsi per lo più si disperdono nel mezzo migliaio di Comuni dell’area centrale della Lombardia, facendo esplodere la domanda di alloggi e servizi. Pertanto l’offerta non ha potuto che essere improvvisata e raffazzonata: costruire ovunque possibile e il prima possibile.

Il modello-Milano, esauritosi nel capoluogo, imperversa all’esterno, peraltro meno osservato nella pletora dei piccoli comuni deboli politicamente e tecnicamente nonché sfuggenti ad un controllo mediatico indipendente.

Al netto degli aspetti legali (sebbene in qualche caso anche la procura di Monza sia già intervenuta) l’andamento è lo stesso: addossare palazzine e palazzoni in luogo di capannoni dismessi e villette monofamiliari abbattute. Con un’aggravante: la cementificazione spregiudicata delle aree verdi, non solo residuali nei centri abitati, ma pure quelle nude campestri e coltive!

L’effetto è devastante. Ogni nuovo appartamento, pur dotato di box, comporta due automobili in più nella stessa struttura viaria e dislocazione dei servizi. Il trasporto pubblico è marginale e le stazioni prive di parcheggi di corrispondenza adeguati. Tuttavia la meta giornaliera per lavoratori e studenti, impiegati ed artigiani esodati resta quella di origine. Andata e ritorno in coda a singhiozzo, tempo sprecato ed emissioni che corroborano la nube di “aria metropolitana” diffusa nell’inclusiva (chiamiamola così!) “zona A”.

Le contro-ricadute intra-moenia sono note ma, gravando dentro la città formale, vengono ampiamente analizzate, denunciate, deprecate. Manca invece, non solo a livello politico (lasciamo perdere!) bensì pure tra le competenze tecnico-scientifiche e le conoscenze economico-sociali una visione più larga e complessiva della trascurata, ed ora aggravata, questione metropoliana.

Nei creativi anni ’60 e ’70 in realtà le menti più lucide ed aperte della sinistra politica e/o intellettuale pensarono e avviarono un processo di costruzione istituzionale, e di conseguente pianificazione territoriale, nella dimensione più ampia.

Gianni Beltrame, primo direttore del PIM (piano intercomunale milanese) e Beppe Boatti, rigoroso ed acuto interprete dei sistemi urbani, furono tra i fautori di una visione non municipalistica dell’evoluzione istituzionale e territoriale di una “grande Milano”.

Tuttavia gli anni ’80 rovesciarono la situazione. Dal riformismo asfittico della post-sinistra al localismo miope dei “padroni in casa propria” e degli “amministratori di condominio” si rese irreversibile l’arroccamento sovranista che, col nuovo secolo, seguirà la parabola del modello Milano.

La linea di continuità Albertini-Moratti-Pisapia-Sala chiude la visuale sull’ampia area che con maggior approssimazione raccoglie il sistema urbano reale. Passano senza ombra di discussione sia la scissione brianzola, sia la caricatura della Città metropolitana della quale ora Sala fa il sindaco-guardiano affinché non disturbi il sindaco-padrone della Città comunale!

Riflette il subconscio senile della città-modello, racchiusa su sé stessa a dispetto delle relazioni globali, immemore del pragmatismo virtuoso che ha permesso nei secoli di varcare progressivamente porte e pusterle (dalla cerchia dei navigli alle mura spagnole, dai corpi santi ai comuni di cintura) fino ad una confacente “cinta daziaria” buona per agevolare i commerci nonché l’integrazione civica dei milanes àrius.  Era un secolo fa, poi più nulla.

Sovviene un altro vecchio film di Tarkovsky: un monaco ispirato si solleva di pochi metri da terra con una rudimentale mongolfiera; quanto basta per guardare il villaggio da una sorprendente ed illuminante prospettiva!

Valentino Ballabio

P.S. i film citati: “L’angelo sterminatore” (1962) e “Andrei Rubliov”(1966)

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valentino ballabio
valentino ballabio
1 anno fa

A conferma, ed anche a parziale e positiva correzione di quanto qui sostenuto, trovo con sorpresa nell’intervento di Pietro Cafiero il link di un Report presentato al Politecnico il 28 marzo aperto alla “regione urbana” (alias “area metropolitana”). Uno sguardo sul villaggio finalmente aperto ed inclusivo…
Valentino Ballabio

portatadino costante
portatadino costante
1 anno fa

Condivido in pieno la necessità di alzare lo sguardo. aggiungo un’altra prospettiva, la centralità della croce Lione-Milano-Trieste e Genova-Milano-Zurigo, con valenza economica e funzionalità ferroviaria.
Ma come si fa dopo vent’anni dalla galleria di base del Gottardo a non aver fato nulla per attrezzare il percorso Chiasso- Milano (anzi Chiasso – Genova)? dobbiamo aspettare i cinesi?
Peraltro, il problema posto alla Città Metropolitana, si allarga almeno fino alla mia Varese.Unisco un ulteriore commento in questo senso, che anticipa una pubblicazione su qualche organo d’informazione locale. osservo che il metodo proposto da Ballabio vale per Varese, a due livelli:
1 il rapporto con un’area Vasta, grosso modo delimitata dai laghi e dal Campo dei fiori
2 quello con Malpensa e il resto della Provincia, Como, Conurbazione dell’Alto Milanese attorno a Legnano, Canton Ticino
Senza dimenticare, ma non è il terzo livello, piuttosto la strada per la relazione globale, quello con Milano, che come nei racconti di Narnia, da Armadio dove gli esuli dal rincaro immobiliare vanno in cerca di lavoro, deve diventare la porta d’ingresso verso un altro mondo.

Antonio Tagliaferri
Antonio Tagliaferri
1 anno fa

Cologno Monzese è uno dei Comuni del “contado” milanese indicati da V.Ballabio. Le Concessioni Edilizie e i piani Attuativi approvati negli ultimi due anni fanno emergere un quadro complessivo di circa 800 nuovi alloggi e alcuni nuovi edifici commerciali di dimensioni medio/grandi.
In pratica sta prendendo forma una città che continua a consumare suolo libero grazie al PGT voluto dall’ex Sindaco leghista Rocchi che ha cancellato regole e vincoli, liberalizzando la possibilità di realizzare grandi volumetrie in aree strategiche dove in precedenza erano previsti impegni a realizzare anche servizi pubblici. Questo ha scatenato molti appetiti e molti operatori hanno presentato progetti per garantirsi condizioni favorevoli che una prossima revisione del PGT potrebbe modificare.
Sono appartamenti il cui prezzo di vendita è in costante aumento, trainato dai prezzi “folli” di Milano e non è alla portata di molti colognesi (giovani coppie, famiglie con reddito medio/basso). Cologno perde i suoi vecchi abitanti e vede arrivare nuovi strati sociali espulsi da Milano. Nessuno ha avviato una riflessione critica sui cambiamenti che la realizzazione di questi nuovi edifici causerà in città. Eppure, viste le caratteristiche delle case in costruzione e i prezzi di vendita, dobbiamo parlare di gentrificazione anche a Cologno. L’attuale giunta di centro/sinistra, ahimè, non vuole saperne di fare un nuovo PGT e attivare una moratoria.
C’è inoltre, un dato preoccupante che viene sottovalutato ed è quello relativo al consumo di suolo. E’ una grave emergenza ambientale a cui si devono sommare i pesanti costi economici per la perdita di qualità degli habitat, la riduzione della produzione agricola, della regolazione del clima e della capacità di stoccaggio del carbonio (i servizi ecosistemici), sinora ignorata.
Nel caso di Cologno, ogni metro quadrato di verde che viene impermeabilizzato per costruire, contribuisce ad alterare i già precari equilibri ambientali di una città fin troppo costruita. Ed è quello che mettono in evidenza i fenomeni estremi che si verificano sempre più spesso (ultimo quello del luglio 2023). Peccato che i Sindaci del “contado” invece di allearsi, fare rete e assediare il Sindaco-Guardiano Sala facendo valere i diritti di almeno 2 milioni di cittadini “paesani”, continuano a farsi la guerra l’un l’altro in nome di campanilismi atavici.

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