LA FORZA DEL DESTINO DI CHAILLY INAUGURA LA SCALA

Copia di beltrami3 (21)

Quello che segue non è, purtroppo, un commento alla rappresentazione scaligera della Forza de destino: sono osservazioni sullo spettacolo televisivo che ha ripreso l’ “evento” della serata inaugurale della nuova stagione della Scala. in effetti da parecchi anni la televisione italiana trasmette in diretta la serata del 7 dicembre, diffondendola in città e in tutto il mondo. Ed ogni anno, a me pare, lo spettacolo televisivo, affidato a regie di grande impegno, diviene sempre più prevalente su ciò che accade davvero sul palcoscenico. 

A condurre la serata, come ormai tradizione, due degli showman televisivi più popolari: il Bruno Vespa dei Porta a porta e la garrula Milly Carlucci dei Ballando con le stelle: anche se non possiamo escludere che i due  siano davvero degli appassionati melomani, sta di fatto che i toni entusiastici dei loro commenti  sembravano quelli di una cronaca calcistica: tutto magnifico e superlativo, persino il palcoscenico ruotante indicato come un’inedita meraviglia, quando in effetti comparve già nell’ ”Aggiungi un posto a tavola” del 1974 !  

A riprova della prevalenza della regia televisiva citerei due momenti: il primo, la ripresa della Scena II del primo Atto: allo spettatore televisivo, che in quel momento ancora ignora gli effetti del palcoscenico ruotante, il cammino di Eleonora sembra miracolosamente prolungarsi ben oltre le dimensioni effettive del  palcoscenico del teatro; il secondo: nella Scena tredicesima del terzo atto, l’ebbrezza dei baccellieri che brindano e danzano la “Tarantella” (“Viva viva la pazzia”) viene sottolineata con l’oscillazione della telecamera che la riprende, aumentando artificiosamente i movimenti del coro esultante. 

E’ un tema generale, che riguarda anche, e direi soprattutto, l’ effetto distorsivo che sempre ha la regia televisiva nei confronti dell’esecuzione musicale, divenendo una sorta di Direzione musicale di secondo livello: il sapiente gioco di primi piani, che fanno emergere di volta in volta ora questo ora quello strumento solista, altera infatti  l’ascolto del tessuto musicale che si avrebbe se si assistesse in presenza all’esecuzione orchestrale (è il ben noto effetto fisiologico dell’interazione sensoriale tra vista ed udito) e comunque non è detto che rispetti le scelte del Maestro concertatore.

Dal punto di vista teatrale, la Forza del destino è, tra le opere verdiane, una delle meno attuali, essendo costruita attorno ad una vicenda non solo complessa ma per molti tratti inverosimile, anche rispetto ai canoni culturali del tempo: basta paragonarla ad un’opera per molti versi simile e non troppo successiva, il Don Carlo (dato alla Scala per l’inaugurazione dello scorso anno) per misurare la distanza fra un’opera intrisa di problematiche attuali e sentimenti credibili ed una struttura narrativa fatta di eventi e pulsioni improbabili, con i protagonisti inutilmente sballottati fra la Spagna del XVII secolo  e la campagna laziale di Velletri, e vicende oscillanti fra la pulsione fratricida del personaggio maschile (casualmente  omonimo del Don Carlo shilleriano) e gli impeti religiosi dei protagonisti che si rivelano nient’altro che stratagemmi narrativi. Tanto assurda la trama che alla fine l’unico a sopravvivere è Alvaro, il personaggio che invece doveva morire!

La regia scaligera di Leo Muscato ha voluto approfittare della debolezza tematica del testo firmato da Francesco Maria Piave, per imbastire un “discorso” sul tema della guerra, riempiendo le diverse scene di moschetti e fucili puntati verso il nulla  e dando risalto ai diversi momenti in cui questo fa la sua comparsa, ancorché in modi opposti: mentre nel primo Atto Preziosilla, circondata dai soldati, inneggia a “Viva la guerra, bella la guerra”, e nel terzo atto la stessa incita i militi con un  sonoro “Rataplan, rataplan, Rataplan, pim, pum, pam, la vittoria al guerriero conquista ogni cuor” che sembra un testo futurista ante litteram, la situazione si capovolge nel quarto ed ultimo atto, allorché il regista  approfitta del cupo precipitare degli eventi per ambientarli in un ambiente scenografico che allude esplicitamente al dramma della guerra in Palestina. Peraltro, avrebbe potuto prestare attenzione anche ad un altro tema, attualissimo, quale quello della diversità etnica di Alvaro, vera causa della persecuzione e della ossessione assassina di Don Carlo. Ma invece su questo ha sorvolato.

Ciò che invece più mi ha convinto è stata la prestazione, davvero eccelsa, di Chailly e dell’orchestra (al suo completo), che hanno saputo volare al di sopra delle incongruenze del testo, dando “verità” e continuità ai momenti davvero troppo diversi della storia. Così ha diretto la celebre Sinfonia con un’eleganza ed una cura dei dettagli solistici che ne hanno fatto dimenticare la tradizionale natura nazional-popolare; ed ha legato e fuso in un continuum, “wagneriano” l’intera partitura, superando il classico schema per “quadri” imperante in quella fase della storia del melodramma italiano.

Ne hanno giovato anche i cantanti, sulla cui prestazione avrei da dire: bene la Netrebko, salvo che alla purezza del suo stile vocale fa riscontro una monotonia drammatica, sì che è difficile capire se sta interpretando Violetta, Leonora, Donn’Anna o Manon. Bene anche il tenore Brian Jadge, un ragazzone americano tutto salute, del quale ho apprezzato la dote, estremamente rara di questi tempi, di saper moderare gli acuti frenando gli impeti del personaggio di Alvaro. Infine, a me è piaciuta anche la Preziosilla della Berzhanskaya che non ho capito perché sia stata “buuata”.

Andrea Silipo

 

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Fausto Bagnato
Fausto Bagnato
1 anno fa

Guardando la diretta televisiva della Forza del Destino alla prima della Scala del 2024, ho passato in rassegna la Prima della Scala del 7 dicembre 1965.
Lavoravo alla contabilità Fornitori della INNOCENTI, in Via Pitteri, 81e per avvicinarmi alla Scuola serale Alfieri e Foscolo in Piazzetta Pattari e Galleria del Corso, da me frequentate da studente lavoratore, ho preso in affitto un posto letto, in una casa di ringhiera, in Corso Venezia, sopra il Ristorante il Girarrosto, difronte al Circolo della Stampa, dal balcone della mia stanza, che condividevo con un ragazzo Veneto, ammiravo i lampadari del salone delle feste, quando si svolgevano.
La Fortuna volle che nella stessa casa di ringhiera abitasse la mamma di Franco Mastini, sorella del Soprano Ilva Ligabue.
Cosi ho ritrovato Franco che avevo conosciuto durante il Servizio Militare al CAR di Avellino nel 1962.
Era l’addetto all’armeria ed io facevo l’istruttore Reclute da Sergente di Complemento, dopo aver frequentato il XX° Corso a Caserta.
Il 1965 segna una data importante nella mia vita da immigrato a Milano, per questo nutro solo gratitudine.
Ero stato promosso impiegato alla contabilità Fornitori della INNOCENTI, mi ero Diplomato Ragioniere ed avevo raggiunto il primo traguardo della mia vita.
Alla Prima della Scala ero stato invitato, dal mio amico Franco, nel palco messo a disposizione da sua Zia Ilva.
Fuori dal teatro non si usava lanciare le uova, ma la “Borghesia” meritava rispetto.
Rimpiango quei tempi che promettevano Futuro e Crescita.

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