EUROPA IN BILICO: LA SFIDA DI UN DESTINO COMUNE

Ogni tanto la Storia bussa, a sorpresa, alle nostre porte e ci squarcia nuovi scenari e lampi di speranza. Gli eventi siriani sono oggi la Storia. Stanno al punto di intersezione di molte cause, che gli analisti di tutto il mondo ci stanno spiegando, e di molti nuovi effetti. Spesso queste analisi sono condotte in nome di un lucido āsenno di poiā.
Il fallimento delle āprimavere arabeā rende tutti più cauti sulle previsioni. Paolo Gentiloni si ĆØ detto in attesa di capire, in questa nuova condizione, quale sia la padella e quale sia la brace. A noi Italiani finora ĆØ andata bene: abbiamo perso tre auto dellāAmbasciata. Gli Usa stanno discretamente a guardare, con qualche bombardamento sulle residue basi Isis, i Russi tremano per le basi navali di Latakia e Tartus, la Turchia e Israele festeggiano, la mezza luna sciita ĆØ stata spezzata, lāIran si lecca le ferite.
Forse Hamas restituirĆ degli ostaggi. Di ciò preso atto, occorre tenere presente che il Medi oriente ĆØ, almeno da quattromila anni, lāarea più conflittuale del pianeta: più grandi gli scontri di civiltĆ e di religioni e più intensi e più sanguinosi i conflitti. Basta un soffio di vento per scombinare le tessere del puzzle, rovesciare alleanze, passare ai massacri.
Sovranisti immaginari e sovranisti reali
E lāUnione europea? Si ĆØ ridotta a scrivere delle note a margine degli avvenimenti. Dopo il fiasco libico del 2011 e il disastro del Libano ha scelto i margini. Ma i motivi non sono affatto nobili. Esistono, infatti, due tipi di sovranismo/nazionalismo in Europa. CāĆØ quello immaginario di Le Pen, di Orban, di Salvini, di Meloni (?): il leopardiano āIo sol combatterò, procomberò sol ioā diventa una sbruffonata.
Poi cāĆØ il sovranismo/nazionalismo reale, quello degli Inglesi, dei Francesi, dei Tedeschi, degli Spagnoli, del Nord-Europa āfrugaleā e di Meloni (?). Tutti insieme abbarbicati ai propri poteri, continuano a rivendicarne una restituzione agli Stati nazionali, accusando al contempo la UE di impotenza.
Questa accusa non ĆØ del tutto infondata. Ma ĆØ lāeffetto di una profezia che si autoadempie. LāUE ĆØ stata ridotta a occuparsi delle salmerie e delle mance alla PNRR, perchĆ© gli Stati europei hanno trattenuto, ciascuno per sĆ©, le competenze-chiave: Politica estera, Difesa, Bilancio, Fiscoā¦
Sovranisti immaginari o reali, per tutti contano assai di più le vicende interne dei rispettivi Paesi di quelle del mondo.Ā
Colpa di classi dirigenti miopi? Certamente. Miopia tanto più democratica quanto più rispecchia quella dei loro elettori, che hanno lenti più spesse dei loro politici.
Se, per restare in Italia, ĆØ realistico ciò che scrive il Rapporto Censis 2024 circa la bassa qualitĆ produttiva e culturale, anzi lāignoranza, dei cittadini italiani e circa il declino ormai incorporato nellāimmaginario collettivo, nessuna meraviglia che il 50% degli elettori stia rintanato nellāastensione, mentre lāaltra metĆ vota dei politici, i cui messaggi e scontri reciproci paiono āun racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, significante nienteā, come si recita nel Macbeth.
Le quattro sfide dellāEuropa
Il guaio ĆØ che tutti i palcoscenici nazionali sono divenuti troppo piccoli rispetto al teatro del mondo, quale che sia la qualitĆ della recita. Se torniamo agli Stati-nazione e seppelliamo definitivamente quel poco di āgoverno multilateraleā che finora ha impedito di precipitare in un conflitto mondiale, allora saranno le dimensioni demografiche, geografiche, geopolitiche e militari a fare la differenza. Gli Stati-nazione europei singoli sono pesi leggerissimi, sempre meno in grado di stare sul ring globale. Sono capaci gli Europei di fare un salto quantico su unāorbita più grande? Non pare, per ora.
La malattia spirituale europea
La classe dirigente europea sta mancando allāappello delle quattro sfide fondamentali: quella dellāEuropa come destino spirituale e culturale necessario; quella delle nuove istituzioni politiche sovrannazionali e federali; quella della produzione e della ricerca; quella della demografia.
Nessun fatuo ottimismo può sostituire la costruzione razionale della speranza, fondata sullāintelligenza della realtĆ e della Storia, perchĆ© non ĆØ affatto vero che āandrĆ tutto beneā e che un qualche Dio vorrĆ āscrivere dritto sulle righe sempre storte degli uominiā. Resta sorprendentemente attuale la pagina della āStoria dāEuropa nel secolo XIXā, pubblicata nel 1938Ā
La parabola tragica che si inabissa nella Prima Guerra Mondiale, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, descritta da Benedetto Croce, presenta più di unāanalogia con quella che stiamo disegnando, a cavallo tra il XX e il XXI secolo: āLa coscienza morale dāEuropa era ammalata da quando, caduta prima lāantica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata lāultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e lāindustrialismo e le loro ripercussioni e antinomie interne, incapaci di comporsi in una nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato dāanimo, tra aviditĆ di godimenti, spirito di avventura e conquista, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disaffezione e indifferenza, comāĆØ proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che ĆØ per lāuomo la coscienza etica e religiosa. Ed ĆØ allarmante quel āqualcosa di mal sicuro e di poco sanoā che oggi sta venendo avanti come ātaediumā della democrazia.
LāEuropa come comunitĆ di destino
Solo lāautocoscienza spirituale dellāEuropa come ācomunitĆ di destinoā può motivare e spingere le generazioni attuali alla costruzione civile, sociale, istituzionale e militare dellāEuropa. Nel discorso di accettazione del āPraemium Erasmianumā il 28 aprile 1962, intitolato āEuropa. RealtĆ e Missioneā, Romano Guardini, il teologo tedesco originario di Verona, proponeva unāEuropa come soggetto di intermediazione pacifica tra le potenze del mondo, come āKatechonā, capace di contenere le pulsioni di onnipotenza militare e tecnologica che insorgono dai continenti, a partire dalla propria ereditĆ cristiana e personalista.
Costruire questa autocoscienza ĆØ compito di ciascuno, a partire da chi esercita āil ministero della parolaā, forma lāopinione pubblica e educa milioni di ragazzi. Ć nostalgia diffusa delle generazioni più anziane quella dei giganti della cultura e della politica del passato, sulle cui spalle noi nani potremmo stare comodi per vedere più lontano, secondo il fortunato aforisma che risale al grammatico Prisciano del VI secolo. Ma poichĆ© i giganti mancano, tocca a noi nani provare a crescere.
Giovanni Cominelli
Per gentile concessione di Santalessandro
