“DI UN’ALTRA VOCE SARÀ LA PAURA” di YULEISY CRUZ LEZCANO

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Una silloge profondamente meditativa, un viaggio interiore nelle viscere della psiche straordinariamente intenso. Un mosaico delle emozioni – frammentato e ricomposto – di notevole pathos, di minuzioso scavo nelle pieghe dell’anima, in grado di scuotere le coscienze e far riflettere sul grido muto delle ferite – testimoni di un dolore antico – inflitte dalla violenza. 
La tematica centrale è quella della violenza di genere, segnatamente fisica, seppur declinata nelle sue molteplici sfaccettature, fra cui l’aspetto psicologico e sociale:
Non si trovano concetti per questa tragedia, le idee giacciono seminate e le immagini di migliaia di donne stuprate si accumulano nella memoria.

L’autrice, non si limita a denunciare il fenomeno, che echeggia nel tempo, ma ne esplora le radici più ascose, le conseguenze devastanti e la complessità delle dinamiche che lo alimentano, con un’acuta sensibilità ed un linguaggio potente ed arrivante, che conduce verso un labirinto oscuro, in cui le ombre della violenza si materializzano in versi carichi di un’emotività che si estende oltre i confini della mera rappresentazione:
E poi nella pena eterna di questa vita, ti porto la mia aria d’inverno perché asciughi il tuo delitto, così che il mio perdono sia il patto che ti accompagna fino all’inferno.
Il lettore si immerge in un cantico interiore, in un’elegia delle profondità dell’io, che risuona in un abisso di dolore e sofferenza, dove la parola poetica si trasforma in un’invettiva contro le lacerazioni più devastanti dell’animo umano.

In questo affresco psicologico il dolore, inconfutabile protagonista, si erge a paradigma universale dell’esperienza umana, tessendo una trama intricata che cattura l’essenza della condizione esistenziale:
Ogni giorno ti lanci nel vuoto, in una caduta che non sembra avere fine (aforisma) 
Un dolore che si manifesta in tutta la sua crudezza, ma anche nella dimensione più intima e personale. le liriche diventano così un grido di liberazione da un peso insopportabile:
Perfino il mio cuore disidratato mi è di peso (…)

Tuttavia, nonostante la gravità dei temi affrontati, l’itinerario lirico è caratterizzato anche da una ricorrente, timida ricerca da parte della Lezcano di uno spiraglio di luce, fra le tenebre generate dalla violenza, che si unisce al tentativo di delineare i contorni delle ferite interiori, per riuscire finalmente a dare voce a chi è stato offeso, segnato dalla brutalità  e, di sovente,  privato del diritto di esprimersi. Questo suggestivo arabesco dell’interiorità, intrecciato e misterioso, non si limita a rappresentare la sofferenza, offrendo contemporaneamente un attento sguardo sulla resilienza umana. Le vittime, seppur ferite, non si arrendono, ma cercano di risollevarsi e di ricostruire la propria vita.

La raccolta assurge a modello di indagine approfondita sulle ferite più recondite dell’individuo, in cui la violenza di genere si configura come un’esperienza universale. Il dolore non si limita a rappresentare un’emozione che caratterizza un vissuto individuale, abile a segnare  indelebilmente l’anima di chi la subisce:
Sei l’ora che ritorna sempre nell’immagine del mancato volo per strappare ancora e ancora le mie ali.
Infatti, al tempo stesso, l’abisso del dolore va a significare un bagaglio collettivo, che unisce le generazioni.
La Nostra, impiegando un registro linguistico diretto e incisivo, scevro di filtri, edulcorazioni ed eufemismi di sorta, affronta senza esitazioni temi scomodi, rappresentando scene di violenza con rigido ed impietoso realismo, che in realtà si rivela necessario per far comprendere appieno la complessità del problema. Ispirata e guidata da un coraggio disarmante, non solo denuncia l’orrore, ma ne esplora le radici più interne, svelando un mondo di relazioni distorte e di potere, spesso esercitato in  modo coercitivo

Il corpo umano diviene il campo di battaglia sul quale si consumano le violenze più atroci  e l’autrice descrive in chiave lirica le ferite inferte all’identità e alla dignità umana, trasformando la pelle in una mappa delle sofferenze patite:
Ero urlo inascoltato che voleva vivere altrove, senza pensarsi.
La pluralità di prospettive delle voci che si alternano nei vari componimenti poetici – rendendo la narrazione ancor più sfaccettata – dalle vittime agli aggressori, dai testimoni ai complici e alla società lato sensu, contribuisce a delineare un quadro complesso e multiforme della violenza, rivelando le dinamiche perversamente impigliate che la alimentano. 
La poesia, elemento catartico per definizione, crogiuolo in cui le emozioni si tramutano in parole, dialettica tra l’io e il mondo, si configura come un’arma di liberazione e Yuleisy, per il tramite di simbolismi e metafore, volti ad ampliare il significato delle parole, riesce a trasmettere al lettore – attraverso la tessitura di una trama emotiva densa ed avvolgente – l’intensità di un’esperienza che sfugge alle parole.

La scelta di affiancare  alle liriche fotografie d’autore ed aforismi contribuisce fortemente a creare un’atmosfera suggestiva e multisensoriale, invitando il lettore ad una partecipazione attiva e ponderata, che non concede alcun spazio all’approssimazione.
L’opera  “Di un’altra voce sarà la paura” trascende i confini della letteratura, andando ad interpellare la coscienza collettiva, sino a diventare un atto di denuncia sociale e l’originalità di quest’opera risiede  in primis nella capacità dell’autrice di coniugare il grido di allarme de quo con una profonda riflessione sulla condizione umana, ricorrendo alla forza evocativa di versi liberi,  coinvolgenti ed estremamente pervasivi.

Pertanto, le liriche, pur potendo assumere valenze critiche, non si esauriscono in semplici atti di accusa, elevandosi a vere e proprie indagini psicologiche  ed esistenziali che portano ad interrogarci sulle nostre responsabilità, invitando ogni individuo a riflettere sul proprio ruolo di spettatore attivo o passivo,  nell’ambito del proprio contesto sociale di riferimento, dinanzi alle manifestazioni  di violenza.
Uno scrutinio dell’anima, un’analisi lucida e penetrante che stimola nel lettore un percorso di auto-esplorazione, per una presa di coscienza critica sulla consapevole assunzione dei propri doveri individuali e collettivi, sul proprio contributo alla società e sul ruolo che riveste nel grande teatro della vita.
Questo sentiero poetico, pur nel suo rigore, offre uno spiraglio di speranza, dimostrando come la parola possa rappresentare un potente strumento di trasformazione e di riscatto:
Tra materia incerta, nell’anima affannata si apre una porta: il cuore pieno di voci, dimentica, scommette, ama, si riprogramma.

Un chiaro invito a ridefinire il nostro rapporto con l’altro, ma anche un imperativo categorico a non eludere la sofferenza universale. Una esortazione in favore di una palingenesi sociale, intesa come motore di una trasformazione radicale che, partendo dalla consapevolezza del dolore, possa far risorgere dalle sue stesse ceneri una nuova umanità, più compassionevole, equa e solidale, quindi, eticamente corretta.

Le poesie – parafrasando Nietzsche – sono frammenti di un grande poema cosmico; frammenti che ci invitano ad indagare sulla condizione umana e sulle nostre responsabilità, spingendo ognuno di noi ad interrogarci sul senso della vita e sul nostro posto nel mondo.

Ad meliora et maiora semper!

Daniela Cecchini

(Giornalista, Project Manager, Critico letterario)

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