COLPEVOLI DI PERIFERIA

La periferia in una Milano verticale, rimane un territorio anomalo, di difficile soluzione. Se da una parte c’è molto interesse non solo intellettuale per la periferia, dall’altra persiste una diffidenza verso chi pensa, parla o scrive in diretta dalla periferia.
Parlare di periferia appare a taluni intellettuali assai banale, si è detto tanto in passato, ma non sembra si sia colto il cambiamento, non c’è un interesse a parlare della periferia che cambia. Almeno nella parte in cui per farlo occorre rivedere i parametri di giudizio, i commenti e gli stereotipi che vogliono una periferia-cesso in cui seppellire tutto ciò che è brutto per esaltare il bello del centro.
Un centro che non è solo geometrico ma soprattutto ideologico, intellettualmente basato sul ceto se non sul quoziente economico anche stentato e talvolta non corrispondente al paradigma del cittadino veramente ricco del centro città.
Riflettere sui dogmi e i cliché della società milanese, innesca nel cittadino pensante ma periferico, dunque colpevole, un senso di ribellione che porta alla lotta di concetto, alla resistenza e contrapposizione quasi diretta, senza filtri.
Un pensiero probabilmente antagonista nel senso intellettuale del termine, generatore di una nuova classe di cittadinanza attiva irriverente e quasi eversiva, che si oppone al dominio stagnante di una classe “status” che influenza e fa tendenza seppur desueta, inattuale, involvente e classista.
Si capisce che la città vera vive nelle periferie ma non si accetta che esse siano il luogo dell’evoluzione sociale milanese, dunque il paradigma della crescita. Il centro resta barricato su concetti di conservazione e tutela di sé senza dare spazio all’ipotesi di allineamento sociale, tanto da estraniarsi su cosa accada oltre i bastioni. Non interessa il recupero del concetto di città, si preferisce l’indifferenza.
Come si diceva, la periferia si muove risvegliando l’interesse immobiliare ed economico che di recente ha mosso alcuni player del real estate, atterrati con le loro astronavi là dove hanno intravisto interessanti opportunità d’investimento che, in alcuni casi, si manifesta nella rigenerazione di spicchi di quartieri, soprattutto ex zone industriali, attraverso importanti processi di rigenerazione dei luoghi.
Un approccio probabilmente strategico, avvicina il real estate alla cittadinanza attiva, pur nella consapevolezza che interessi privati si inseriscono con una certa convenienza nello strato sociale, attraverso convergenze insondate. Diventa interessante questo nuovo modello di collaborazione che ancora va compreso appieno, in ragione di una difficoltà a trovare un equilibrio di un nuovo modello della realtà in cui due mondi lontani s’incontrano cercando interessi comuni seppur in controtempo, in una sorta di società rovescia fortemente sperimentale, dove le istituzioni sono quasi totalmente assenti e restano spettatrici di un’operazione insondata in cui dei cittadini si fanno portatori di richieste del bene comune a un soggetto privato che li riconosce come interlocutori soprattutto se soddisfano aspettative di marketing.
Si diceva del cittadino partecipante e pensante della periferia, menti brillanti. Parliamo del cittadino attivo e consapevole che ha scelto di vivere o di rimanere in periferia per scelta, spesso impegnandosi come in una missione per rovesciare l’immagine tradizionale di questi quartieri. Queste persone, anziché trasferirsi e far studiare i propri figli nelle scuole del centro, optano consapevolmente per la periferia, con l’obiettivo di sfidare gli stereotipi radicati e proporre una nuova narrazione.
Questo movimento rappresenta una forma di resistenza contro una certa retorica diffusa: quella di una periferia sempre in difficoltà, alimentata tanto dai programmi di riscatto sociale quanto dai media, che riportano storie stereotipate e spesso sorpassate. Vecchie narrazioni che, riproposte, finiscono per sostenere una visione semplificata e anacronistica, alimentando così una visione distorta della periferia stessa.
Questa nuova figura di cittadino privato e pensante che dialoga direttamente con il real estate senza l’intermediazione delle istituzioni pubbliche, si configura come una garanzia di attenzione al territorio. Diventa allora cruciale definire questa proattività come una forma di placemaking inclusivo, che evita fenomeni di gentrificazione, ossia di esclusione dei residenti originari, spesso dovuta al riposizionamento ‘premium’ dei quartieri post riqualificazione, che finiscono per diventare inaccessibili alla comunità nativa.
In questo modello, la partecipazione critica e autentica e la cura condivisa del territorio possono contrastare tali derive, preservando il carattere originario del quartiere e promuovendo un autentico presidio contro il degrado. Molti gli esempi di comunità attive che hanno fatto placemaking inclusivo, bilanciando sviluppo e partecipazione per preservare l’identità dei luoghi, contrastando la gentrificazione: Macao a Milano, la Tabacalera (madrid), Community land trusts (clt) negli stati uniti, R-urban a parigi, Tempelhofer feld di Berlino.
Una verità che urtica e disturba il pensiero positivo, il buonismo e l’idea di integrazione, che è già più reale delle politiche, che viene vissuta sulla pelle di chi in periferia nasce, arriva, cresce e vive lontano da una cultura che si arricchisce sul poveraccio e che si gonfia di parole altisonanti e di patetismi sul povero cittadino costretto a vivere di sussidi, su quanto sia importante essere solidali e accoglienti, su come si possa essere migliori con un pensiero positivo, su come si sia arrivati ad essere una civiltà occidentale, proprio attraverso la contaminazione.
“Perché la diversità è il luogo della ferita.” – Luigino Bruni
Concetti di accoglienza che trovano il sostegno della politica dominante, spesso annidata nei circuiti di pensiero che alimentano spicchi di economia dell’assistenzialismo.
La periferia deve essere così com’è, degradata e non troppo bella per essere accettata dal centro. Un mondo fatto di vite difficili che non possono essere neanche pensate in luoghi dove il bel pensiero si nutre di sé e si circonda di immagini edulcorate e rassicuranti. Lì il contagio non deve avvenire, lì cresce il gota meneghino.
Ma è davvero così? O piuttosto una ostinazione per sostenere uno status symbol che oggi è ad appannaggio di facoltosi personaggi disposti a comperare il blasone dando in cambio un sicuro investimento economico sul quale poggiare la ricchezza di poche famiglie d’imprenditori e aristocratici milanesi.
Il cittadino periferico per scelta, da fastidio, risulta irrazionale, contro ogni regola del buon vivere e del pensiero vincente. Un pericoloso precedente per le generazioni future alle quali lasciare in eredità quella milanesità che preserva e trasmette il dna che contrasti la paura atavica di una periferia fulcro dello sviluppo possibile di una Milano ambigua e lontana dai milanesi storici.
Cos’è oggi la periferia?
Evidentemente non si può essere scontati nel raccontare la periferia milanese, dunque raccontiamo di noi, nuovi cittadini di periferia, pensanti e difficili da classificare perché non sottomessi ai cliché né affascinati dalle luci del centro nel senso dell’abitare oggi Milano. Vivere in periferia comporta una serie di condizioni da accettare e altre da elaborare con una strategia del vivere, adattandosi alle dinamiche del quartiere, spesso non totalmente chiare per chi viene da fuori.
La periferia ha delle regole non scritte, diverse per luogo e persino per strada, ma queste sono tuttavia non dissimili del resto della città che stenta sicurezza, cercando di sminuire quanto accade, quanto si vede, oggi: una città assoggettata a una sorta di condizione di sottomissione e di sopravvivenza, probabilmente comuni a tutte le grandi città.
Ma la periferia gode di una visione dall’interno, una sorta di vaccinazione che ti permette di uscire al mattino e accettare un certo degrado, invece di negarlo. Si è spesso nella condizione di pensare fin dalle prime ore dell’alba, a cosa fare per evitare certi ostacoli, certe novità che vanno dallo scarico abusivo magari vicino al proprio portone, a un angolo del quartiere che da anni andrebbe riqualificato ma nessuno lo fa.
Tuttavia, la consapevolezza e identità del quartiere rende tutto più nitido, aumenta le capacità intellettive, aiuta a produrre idee e alimenta la volontà. Questa condizione genera delle capacità di creare le condizioni per fare, per occuparsi di quella cosa, di quel problema nonostante voglia dire togliere tempo per sé e per la propria famiglia. Tutto questo mentre sui media si racconta di quanto sia positivo l’investimento a rigenerazione di un intero quadrante geografico, a ridefinizione di volumi da abitare, verde da vivere, persino trasporti e servizi calati dall’alto e progetti firmati da archistar.
Leggere di tutto questo e chiedersi se sia il frutto di una visione di sviluppo pensata per essere discussa, concordata con chi abita in quella zona o se invece sia tutto previsto, lontano dalle attenzioni del bene pubblico. Così iniziano le storie di riqualificazione, spesso per voce delle istituzioni che poi mancano.
Poi arrivano le ruspe, i cantieri e l’evidenza che la parte pubblica non ha idee chiare su come davvero si integri nel più ampio e conosciuto progetto di rinascita sociale da anni paralizzato e rispolverato secondo la bisogna. Ecco perché nel cittadino nasce il bisogno di confrontarsi direttamente con il real estate: perché è l’unica alternativa per creare convergenza.
Scegliere la periferia è questo: essere ogni giorno divergente e investire energie perché altrimenti chi altro? Sapere che si è esattamente dove si deve essere, e che in questa periferia è possibile stare bene nonostante le tante cose che non funzionano. La periferia ti accoglie senza chiedere chi sei, e lo fa perché ha bisogno di aiuto: se non lo fai tu, non la fa nessuno.
Gianluca Gennai e Sara Manazza
