CONCERTI INTRECCIATI

Fra il 13 e il 21 di questo mese di settembre, nell’arco di soli otto giorni, si sono intrecciati a Milano alcuni eventi musicali che vale la pena di raccontare anche per mettere a fuoco e confermare la centralità di questa nostra città nel panorama internazionale. E per una volta non parliamo di moda o di design, ma di musica classica o – come oggi si preferisce dire – di “musica colta”.
Alla Scala, inseriti nel normale palinsesto della stagione sinfonica, il 13, il 14 e il 17 si sono potuti ascoltare – evento rarissimo – i “Gurre Lieder” di Schönberg, mirabilmente diretti da Riccardo Chailly, direttore musicale dell’Orchestra scaligera che, anni fa, fu il primo magnifico direttore musicale della neonata orchestra Verdi, quella che nel frattempo è diventata l’Orchestra Sinfonica di Milano e che domenica 15 ha inaugurato la stagione dell’Auditorium, guidata dal suo super acclamato neodirettore musicale Emmanuel Tjeknavorian. Il concerto si è svolto alla Scala, come ormai avviene ogni anno, nel segno di una civilissima intesa fra le due istituzioni, e così abbiamo assistito all’alternanza sullo stesso prestigioso podio, a distanza di soli due giorni, del primo e dell’ultimo direttore dell’Orchestra di largo Mahler.
Ma ecco che il 21 – dunque il sabato successivo – per inaugurare la 160ma stagione della Società del Quartetto, è approdata a Milano nella Sala Verdi del Conservatorio l’ormai celebre orchestra Mozart di Bologna, fondata nel 2004 da Claudio Abbado. La Mozart era diretta inaspettatamente dal grande Sir John Eliot Gardiner, che ha generosamente sostituito all’ultimo momento il non meno grande direttore stabile Daniele Gatti, che per una indisposizione ha dovuto rinunciare alla breve tournée della sua Orchestra bolognese. Nel giro di una settimana, dunque, tre magnifiche orchestre, un tripudio di celebrazioni e una passerella di direttori di prima grandezza.
Come è andata?
Cominciamo dalla Scala, dove il giovane Tjeknavorian (neanche ventinove anni) e l’ancora pimpante Chailly (da poco superati i settanta), entrambi figli d’arte con genitori musicisti importanti, hanno sprigionato una energia che sembrava inesauribile: vederli dirigere le loro orchestre dallo stesso podio a distanza di due giorni uno dall’altro, ha regalato agli ascoltatori curiose ed intense emozioni.
Il concerto dell’Orchestra Sinfonica di Milano era articolato intorno a un programma difficilmente comprensibile: tre pezzi che faticavano molto a stare insieme, oltretutto cronologicamente disordinati: Šostakovič (Ouverture Festiva in la maggiore op. 96, del 1947), Beethoven (Sinfonia numero 2 in re maggiore op. 36 del 1802) e Čajkovskij (Sinfonia numero 4 in fa minore op. 36, del 1878) che, a dispetto di quanto sostenuto nel programma di sala, non avevano alcuna relazione fra loro. Questa incongruenza ha avuto eco anche nell’interpretazione del giovane direttore austro-armeno che – pur dimostrando di conoscerle a perfezione (ha diretto tutto a memoria, senza tralasciare un attacco!) – ha stentato a dare un senso a ciascuna delle tre opere.
Nel febbraio scorso scrivevo di lui, in questa rubrica, di aver provato grande ammirazione ed entusiasmo, e dunque mi dispiace molto dover osservare ora che la lettura della Sinfonia di Beethoven è apparsa sostanzialmente scolastica e quella di Čajkovskij non molto incisiva. Occorre anche dire, però, che il fedele pubblico dell’Auditorium, forsanche lusingato di trovarsi nella sala del Piermarini, non ha lesinato applausi entusiastici alla fine di ogni brano e ancor più alla fine del concerto.
Tutt’altra storia, invece, quella dei ”Gurre Lieder” di Schönberg, l’opera che più di ogni altra dimostra la grandezza del suo autore, scritta assai prima di quelle che lo avrebbero reso celebre per via della rivoluzionaria struttura dodecafonica. Un’opera grandiosa, nata nei primi dieci anni del secolo scorso, che prevede un organico smisurato simile a quello richiesto dalla nota “Sinfonia dei Mille” di Mahler (la sua ottava, nata non a caso nello stesso periodo). Il palcoscenico, ampliato a tutto o quasi il retropalco, accoglieva 134 strumentisti e 150 coristi (al coro della Scala si era affiancato quello dei Bayerischen Rundfunks), una massa di quasi trecento artisti tutti dipendenti dai puntuali e precisi attacchi di Riccardo Chailly, guidati e trascinati dalla sua inesauribile passione. Voci soliste, orchestra e cori si sono fusi in un’atmosfera quasi magica, fatata, rendendo perfettamente l’intenzione dell’autore.
Gurre è un paesino prossimo a Helsingor, la città danese dominata dal castello di Kronborg dove Shakespeare ha posto la residenza di Amleto; siamo nel regno della mitologia nordica, un paesaggio di boschi e laghi ove il poeta Jens Peter Jacobsen (1847–1885) ha ambientato una lunga storia di amore e di morte con forti accenti naturalistici. La musica dei Gurre Lieder evoca potentemente la Vienna della Jahrhundertwende, quella fin de siècle premonitrice della fine dell’impero asburgico e dell’avvicinarsi delle prime avanguardie novecentesche mitteleuropee.
A proposito della premonizione dell’imminente rivoluzione post-tonale, mi sia consentita una breve digressione: non è un caso, credo, che poco dopo i “Gurre Lieder” Schönberg sia diventato grande amico di Kandinskij e che più tardi, dal 1933 al 1935, ebbe come allievo John Cage (a titolo gratuito perché il ragazzo era squattrinato!) che a sua volta avrebbe dato vita al movimento Fluxus e che, come qualcuno forse ricorda ancora, eseguì a Milano il 21 gennaio 1959 alla Rotonda del Pellegrini il suo primo “Concerto di Musica Aleatoria per vari strumenti” (fra cui 28 magnetofoni e un pianoforte truccato!) intitolato “Rumori alla Rotonda”.
Infine, il concerto di Gardiner al Conservatorio, con la Mozart e con un programma molto attraente: l’8a e la 9a di Beethoven. Mi è difficile dirlo, ma Sir John Eliot Gardiner – un musicista che ho molto amato, un uomo di vastissima cultura ed amabilità, il direttore che ha portato Monteverdi e la musica barocca in tutto il mondo, che ha creato orchestre e cori di grande spessore, che ha raggiunto una indiscussa e strameritata celebrità – ha letteralmente mortificato i due capolavori beethoveniani. Non sembrava di ascoltare Beethoven ma piuttosto un suo antesignano, precedente la crisi del Settecento viennese e la Rivoluzione francese, non ancora affacciato ai primordi del romanticismo tedesco.
Che Beethoven non fosse nelle corde del direttore britannico lo si poteva immaginare, che essere intervenuto improvvisamente a sostituire un collega (gesto da gran signore per un signore della musica come lui) abbia potuto creare qualche problema e possa non aver consentito il necessario approfondimento lo si può capire, ma che Gardiner non conoscesse alla perfezione le due opere lo si è visto nel suo frenetico sfogliare le pagine dello spartito.
Comunque grazie, caro Sir John Eliot, che ha voluto onorare la nostra amata orchestra abbadiana e salvarle la breve e attesa tournée con cui celebrava i suoi vent’anni di vita e i dieci dalla scomparsa del suo primo, amato direttore.
Paolo Viola
