IL SENNO DI PRIMA, UN APPUNTO DI FULVIO SCAPARRO

A una bambina speciale che compie tre anni il 2 settembre. Un ricordo d’infanzia come introduzione. L’ho memorizzato come “il caso della Signora Z.”. Siamo sul finire del 1944, io ho sette anni, sono già grandicello. Ho già sviluppato per esperienza qualche idiosincrasia. Una è legata agli incontri con le amiche di mia madre, non tutte ma alcune in particolare, quelle che per fare piacere a mamma si sentono in dovere di abbracciarmi e baciarmi come se vedessero il bambino più bello che abbiano mai incontrato.
A parte il fatto che so di non essere una gran bellezza, gracilino e cagionevole di salute come sono, mi imbarazzano queste dubbie manifestazioni di affetto sconfinato nei miei confronti. Tra queste amiche si distingue la Signora Z., un donnone che quando mi vede sembra colta da raptus e, benché io mi nasconda dietro mia madre, mi scova, mi prende in braccio, mi stringe e mi sbaciucchia lasciandomi in viso pesanti tracce di rossetto. Per non parlare del profumo.
Io ho sempre avuto un olfatto molto acuto ma, anche se fossi affetto da anosmia, la pesantezza dell’odore del rossetto e del profumo di cui la Signora Z. si cosparge senza risparmio mi manda fuori di testa.
Terminato l’assalto fisico, la Signora mi molla al mio destino e passa in salotto a chiacchierare con mamma. So per certo, attraverso i racconti di mia madre, che la sua amica era una persona buona e generosa. Se non fosse stata così invadente forse l’avrei osservata con calma e, non si sa mai, ne avrei scoperto le qualità. Ma così non è stato ed è rimasta per me l’esempio di come non ci si deve avvicinare ai bambini, non lasciando loro il tempo di osservarci e di avvicinarci se abbiamo sollecitato la loro curiosità.
Meglio sarebbe renderci disponibili ad essere esaminati, attendere, sempre disponibili ad essere accoglienti e affettuosi, che ci facciano capire che li interessiamo. Sembra che i nonni o gli anziani che fanno parte della vita dei bambini siano naturalmente più inclini a sintonizzarsi con i tempi dei bambini rispetto ai genitori o, in generale, agli adulti dell’età di mezzo che devono conciliare l’affetto con compiti ed esigenze educative più pressanti.
Sull’argomento ho recuperato un mio articolo scritto nel 2017 che riassume fedelmente la mia opinione in materia e che vi riporto qui di seguito.
Un detto dei nativi americani recita: «Gli anziani e i bambini stanno bene insieme e si capiscono perché i bambini sono appena arrivati da Manitù e gli anziani ci stanno per andare». Non so se le cose stiano proprio così, come ignoro se siano fondate le congetture che gli uomini hanno prodotto davanti al fatto, riscontrato in tutte le culture, che bambini e vecchi sembrano spesso capirsi più di quanto non avvenga tra loro e le altre fasce d’età, giovani, adulti e perfino con i loro stessi coetanei.
Da quando sono ufficialmente entrato nel novero degli anziani continuo a interrogarmi su questo affascinante fenomeno. Respingo il luogo comune, offensivo per piccoli e vecchi, secondo cui invecchiando si ridiventa bambini o, nel senso etimologico del termine, ci si rimbambisce. Con il passare degli anni, il mio corpo e la mia mente danno di certo segnali di indebolimento e possono vacillare, presentare qualche falla vistosa, anche se non credo – ma posso sbagliare – di essere ancora colpito da forme di demenza degenerativa.
Ciò che invece è vistosamente cambiata in me è la distinzione tra quel poco che oggi ritengo importante e quel tanto che ho imparato a considerare superfluo. Come se, con il passare degli anni, mi stessi liberando di tutto ciò che non ritengo essenziale. Mi illudo, così facendo, di arrivare più leggero al termine del cammino, felice di non aver più con me inutili zavorre e di aver mantenuto nella memoria e nella vita quotidiana relazioni appaganti.
A molti posso sembrare distaccato perché ho preso distanza da parecchie delle esperienze che un tempo mi vedevano coinvolto in prima linea, ma non ho perduto la capacità di emozionarmi e anche di indignarmi se avverto che ciò che considero essenziale viene minacciato. Quindi, sono ben diverso da un bambino che, invece, è curioso a trecentosessanta gradi e affamato di legami.
E allora, qual è il terreno sul quale io, anziano, e tu, bambino o bambina, possiamo capirci al volo senza lunghi discorsi, ma soltanto stando vicini, giocando, raccontandoci storie, o semplicemente camminando in silenzio in mezzo al verde o lungo la riva del mare?
La mia risposta è che vecchi e bambini si trovano di fatto dalla stessa parte rispetto al mondo di mezzo rappresentato dalla fascia degli adulti. Come ho scritto anni fa nel mio Vecchi leoni, per un radicato pregiudizio la maturità è l’unica cosa che conta: l’infanzia e l’adolescenza sarebbero di conseguenza una mera preparazione all’età adulta e la vecchiaia un progressivo ma definitivo distacco da quel mondo di mezzo.
Il pregiudizio è smentito dai tanti esempi di alleanza tra anziani e bambini che riescono spesso a intendersi a meraviglia quando scoprono di avere bisogno gli uni degli altri, ricavando tempi e spazi tutti loro. In queste vere e proprie oasi, malgrado le differenze di età, di vigoria fisica e di esperienze, vecchi e bambini vivono per qualche ora in modo molto diverso dal resto della giornata, ricordando, raccontando, facendosi domande a vicenda, giocando in casa o all’aperto. Il «tempo-che-fu» e il «tempo-che-sarà» si fondono in uno stupendo «tempo-che-è». Chi ha avuto la fortuna di vivere la straordinaria esperienza di questi «contatti del terzo tipo» tra mondi in apparenza così distanti, li ricorda per sempre con commozione e riconoscenza.
Fulvio Scaparro
