CIBO INSANGUINATO

Copia di copertina 6 (3)

Un immigrato irregolare, come ce ne sono centinaia di migliaia, è diventato famoso in punto di morte. Accade assai raramente ma, in questo caso Satman Singh ha  “fatto notizia” perché il proprietario dell’azienda agricola dove lavorava, tal Antonello Lovato, ha avuto la cura di lasciargli il braccio, appena staccato da una macchina agricola, in una cassetta per la frutta posata accanto a lui. Morente, davanti a casa.

Forse una delicatezza, giudicata un filino eccessiva dalle centinaia di migliaia di abitanti e turisti che, da quelle parti, sono abituati a vederli, gli schiavi, lavorare sotto il sole che spacca, che spariscono senza lasciare traccia, in caso di incidente o morte di lavoro.  Lo sanno tutti, abitanti e turisti, cui della vita degli schiavi agricoli importa meno di un cane che pisci in chiesa. Tant’è che gli abitanti del borgo non hanno nemmeno ritenuto di annullare la festa parrocchiale – a quanto pare sono molto religiosi da quelle parti. 

Posso credere che sia stato uno scrupolo di pietas a indurre il signor Lovato a non gettare la persona quasi cadavere e il suo braccio in un fosso lontano da casa.  Io non so, se ho mangiato quello che raccoglievano Satman e sua moglie. Qualcuno deve averlo mangiato di sicuro. Certamente tutti abbiamo mangiato e mangiamo quel che viene prodotto da schiavi o quasi schiavi nelle nostre campagne, o in quelle greche, tunisine, spagnole o, come si scrive sulle etichette, “di altri Paesi UE e extra UE”. Olio, latte, formaggi, vino, carne, pelati.…

Il caporalato – pratica fuorilegge – non esiste solo in provincia di Latina.

Latina e la sua provincia sono, da quando esistono, un feudo elettorale della destra dura.  Il nostro attuale Presidente del Consiglio vi è stata eletta alla Camera nel 2018. Andrea Pennacchi ha raccontato in diversi libri la storia di quel fertilissimo territorio, e le radici del legame profondo che lega ancor oggi i ricchi discendenti di quegli affamati braccianti ferraresi e veneti cui, dopo un lunghissimo viaggio, il regime fascista assegnò le terre delle paludi appena bonificate.

Ma braccianti tenuti in condizioni di schiavitù ce ne sono un po’ dovunque, come sappiamo benissimo, e non è solo in agricoltura che centinaia di migliaia di persone lavorano “in nero” nella Patria del Diritto. Guardate quanti sono i nomi stranieri tra i morti sul lavoro.

Per una settimana si è discusso sulla necessità di maggiori controlli, di inasprire le pene e, anche, di creare “una nuova consapevolezza” da parte dei consumatori. Si richiama alla responsabilità nell’acquisto: “Se una bottiglia di passata di pomodoro costa 99 centesimi, non può essere stata prodotta rispettando i diritti di chi quei pomodori li ha raccolti”. Bravi. E’ vero. 

La situazione di noi cittadini

La GDO (Grande Distribuzione Organizzata), che nel settore alimentare ormai  controlla l’80% del mercato e il 50% dei prodotti bio, almeno per ora non sembra eccessivamente preoccupata di informare compiutamente i propri clienti dell’eticità della provenienza dei prodotti che commercia. Ci sono la lodevole eccezione dei negozi NaturaSì, mentre Coop nel proprio Codice Etico impegna l’azienda, tra le altre cose, a non commerciare prodotti provenienti da aziende che fanno uso di caporalato. 

Oramai i mercati rionali coprono solo il 7% del mercato, e sono ancora meno trasparenti, perché la maggioranza dei venditori non sa granché sulla provenienza di ciò che vende. I negozi di prossimità rimasti, son talmente pochi e rari da non fare la differenza.

In un sistema che straparla di cibo, di cucina, di cuochi, di tradizioni locali, di sovranità alimentare, di qualità ecc, nella maggior parte dei casi tutto quello che possiamo sapere di un alimento è la sua provenienza geografica: fagiolini dal Marocco, limoni dall’Argentina, grano dall’Ucraina, soia dal Brasile, grano e altri legumi dal Canada ecc.  

Nulla sappiamo della vita, delle condizioni di lavoro e della salute di chi quei prodotti semina, raccoglie e lavora; nulla sappiamo dei trattamenti cui le piante e gli animali sono sottoposti; quali prodotti chimici vengano usati e con che frequenza; che conseguenze tali trattamenti abbiamo sulla salute di chi li usa, sui suoli, sugli ecosistemi, né sulla nostra salute.

Chi si informa, sa che quattro grandi compagnie multinazionali controllano il mercato mondiale delle sementi, che abbiamo perduto dal 65% al 75% della nostra biodiversità agricola (si arriva al 90% per l’agrodiversità dei territori montani) e oramai trovate le stesse varietà di mele, di insalate e di pomodori – ma anche di polli – in pressoché tutto il mondo.

Di fatto, noi cittadini dipendiamo da una catena che oramai controlla tutto ciò che riguarda la produzione di cibo: dalla proprietà della terra, alla produzione dei semi, a quella dei prodotti chimici, alla trasformazione, commercializzazione del cibo; una catena che comprende anche molta della ricerca scientifica in ambito agricolo e alimentare, ampiamente finanziata, ma anche la produzione e vendita dei farmaci per curare le malattie causate proprio dall’alimentazione. Hanno chiuso il cerchio, dentro il quale la nostra possibilità di conoscere e scegliere ciò che mangiamo è annullata, sostituita da una “comunicazione” che non ci informa di nulla. Pubblicità.

Che fare?

Ma cosa possiamo fare dunque, noi cittadini, per non trovarci nel piatto il sangue di qualcuno, per non alimentare la schiavitù e l’ipersfruttamento, e per sapere cosa stiamo mangiando?

Beh, la risposta è semplice: possiamo uscire dal cerchio, perché possiamo conoscere chi produce la maggior parte di ciò che mangiamo: basta andare a comprare direttamente da lui, saltando tutti i passaggi intermedi. 

Guardate, non è difficile, anzi è facile; se cominciate a farlo, scoprirete ben presto che è anche molto, molto piacevole.  

Scoprirete di poter acquistare, a prezzi onesti, alimenti spesso incredibilmente più buoni, sani, freschi e saporiti di quelli cui siamo abituati. In più, vi divertirete, conoscerete belle persone e farete nuove scoperte.  Dal non sapere nulla di ciò che si mangia, si saprà tutto.

L’unica condizione per riuscirci è la seguente: imparare a usare diversamente una parte del nostro tempo. Un tempo che sembra diminuire sempre, in un’erosione sistematica che ci fa male (in media, l’anno scorso abbiamo passato almeno 22 ore attaccati a un cellulare, noi adulti).

Rinunciare a qualcuna di quelle 22 ore diventerà una sana e piacevole abitudine, anzi un piacere cui non vorremo rinunciare.

Cercate un rapporto diretto coi nostri agricoltori contadini. Sono oramai molti a vendere direttamente ciò che producono. Molti, non usano più la chimica e arricchiscono la biodiversità e il paesaggio. 

Perciò se andate in una delle dozzine di cascine che vendono direttamente nelle campagne del milanese scoprirete luoghi belli, sani e molto piacevoli (oltre a migliorare sensibilmente la vostra dieta).

Oramai sono decine di migliaia le famiglie che acquistano direttamente dai produttori, sia in maniera organizzata, come nei Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS) che singolarmente, recandosi settimanalmente in campagna o al mercato contadino. 

Ad ogni primavera molti partono ancora per andare a Valdobbiadene, o in Oltrepò a comprare il vino dai contadini. Da un po’ di anni ad essi si sono affiancati quelli che hanno deciso di abbandonare i supermercati, per andare nelle cascine a comprare i prodotti a Km zero. 

Da anni anch’io sono tra questi.

E’ anche una scelta politica

Si dice che se non ti occupi di politica, sarà la politica a occuparsi di te.

Recarsi in azienda, o al mercato contadino, non è solo un’esperienza umana: è anche estetica, perché i luoghi sono belli, in contesti suggestivi e le persone, belle e accoglienti.  Ma è anche una scelta politica, che crea un’alleanza di fatto tra cittadini e agricoltori contadini. E’ una scelta politica, che va contro la tendenza a desertificare il nostro paesaggio, impoverire la biodiversità e trasformare i contadini in operai dell’agro-industria. Sapete qual’è la differenza? E’ fondamentale.

Il contadini è il custode dei terreni della sua azienda. Li ama, li cura, li conosce profondamente. Come ama, cura e conosce ciò che produce. E ama il territorio in cui opera, s bene prende cura perché la sua agricoltura vive e si sviluppa proprio in rapporto a quel contesto, sia esso pianura asciutta, irrigua, collina o montagna; perché sa e conosce la diversità del suolo e dell’esposizione di ogni campo; sa che sono diversi ogni seme, ogni pianta e ogni animale e, per prosperare, lui deve amarli, studiare e conoscere il segreto del loro benessere e della loro migliore integrazione. Per questo i suoi prodotti sono migliori, e diversi da quelli di ogni altro. Perché anche gli agricoltori contadini sono, tra loro, tutti diversi, e i loro metodi, le soluzioni che hanno individuato non possono che essere diversi.

Sono loro, i nostri agricoltori contadini, i primi difensori della nostra salute. 

Loro sono i nostri primi e veri alleati. Forse dovremmo cominciare a incontrarli, frequentarli, conoscerli, stringere accordi con loro scoprendo così che, assieme, possiamo migliorare la nostra vita e quella dei nostri figli a aprire delle finestre su un futuro non catastrofico.

Perciò non so se esista un elenco ufficiale degli agricoltori contadini che vendono ciò che producono, dei loro gli spacci agricoli e dei mercati contadini cui partecipano: ma sarebbe opportuno che qualcuno lo redigesse. 

Non per tutti, ma per molti

Certo, le tasche non sono tutte uguali: nel Bel Paese oltre 5 milioni di persone vivono da tempo al di sotto della soglia di povertà; altrettanti vi galleggiano appena, col rischio concreto di scivolarvi facilmente. 

Siamo uno dei Paesi dell’OCSE con le maggiori disuguaglianze sociali, in costante aumento, e sono oramai moltissimi a non potersi permettere non dico di mangiare biologico, ma proprio di fare la spesa. I prezzi dei nostri agricoltori contadini sono spesso inferiori a quelli dei prodotti di qualità dei supermercati, ma superiori a quelli dei prodotti di prima fascia. 

Non possono competere con prodotti industriali di fascia bassa.

Milioni di persone, oggi, non sono in grado di accedere a cibo di qualità. Dovremmo pensare anche a loro. Dovremo trovare altre soluzioni: ancora una volta, politiche, di riequilibrio delle assurde differenze di reddito attuali.

Luca Bergo 

banner commenti

Share

NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra newsletter
Iscriviti
Notificami
guest

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x