ABBIAMO FATTO FINTA DI ESSERE SANI

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“Far finta di essere sani” è il titolo di una bella canzone che Giorgio Gaber scrisse nel 1973. Chissà perché è una delle prime cose che mi è venuta in mente quando il direttore di ArcipelagoMilano mi ha chiesto di buttar giù qualche appunto su quale giudizio dare all’anno che sta per concludersi e a quale altezza sistemare l’asticella delle aspettative per quello che sta per cominciare.

Allora vediamo. Torniamo a dodici mesi fa, quando non si faceva altro che parlare di pandemia, tamponi, contagi, terapie intensive o decessi. La speranza, la grande scommessa in Italia e nel mondo, era tutta concentrata sui vaccini. Arriveranno? Basteranno? Esattamente come oggi, con la differenza che rispetto ad allora i numeri sono cambiati dopo l’avvio della campagna affidata al generale Figliuolo e oggi la terza dose dovrebbe aiutare a migliorarli ulteriormente. Però l’incubo è sempre rimasto lì sospeso, per tutto l’anno, mese dopo mese. 

Ci siamo distratti per un po’, sull’onda dell’entusiasmo per le prestazioni sportive degli atleti italiani, a cominciare dai calciatori della Nazionale maggiore agli Europei, oppure per gli ori olimpici di Jacobs e Tamberi. Così come ci siamo emozionati per le imprese degli atleti paralimpici e per tutte le altre vittorie sportive che questo anno straordinario ha portato.

Abbiamo distolto l’attenzione dai report giornalieri quando il presidente Mattarella ha affidato l’incarico a Mario Draghi, con l’arduo compito di ridare credibilità (e credito) a un Paese che fino a poco tempo fa non godeva di grande considerazione al di fuori dei suoi confini: l’ex presidente della Banca Centrale Europea aveva salvato l’euro e con esso buona parte delle economie continentali. Potrebbe essere l’uomo giusto – si pensava – per cavarci d’impiccio. 

Nei mesi successivi abbiamo scoperto che il compito non era e non è affatto facile. Ma abbiamo imparato il significato di PNRR e ne siamo stati orgogliosi, abbiamo visto sfebbrare molti dei conflitti politici interni grazie alla grande coalizione de facto creatasi a sostegno del governo, abbiamo lentamente abbandonato i modelli di didattica a distanza per scuole e università, abbiamo vissuto con sollievo la fine dello smart working e l’inizio della ripresa economica dopo il brutto colpo del 2020. Siamo tornati al cinema e a teatro, sia pure con cautela. Ma soprattutto siamo tornati in pizzeria, e sappiamo bene che con la ritrovata possibilità di andare al ristorante con amici e parenti abbiamo di fatto considerato chiusa la brutta parentesi della pandemia.

Abbiamo cominciato, cioè, a far finta di essere sani. Ma non era così e proprio in queste settimane di fine 2021 stiamo toccando con mano il fatto che la grande sacca di chi non è vaccinato (circa il 10 per cento della popolazione) sta facendo tornare a livelli preoccupanti tutti gli indici legati alla diffusione del virus. Unica soddisfazione, piccola piccola invero, è che proprio nel giorno in cui Cgil e Uil hanno indetto lo sciopero generale contro la manovra del governo, il settimanale inglese Economist (il cui principale azionista è la famiglia Agnelli) ha incoronato l’Italia Paese dell’anno grazie alla ritrovata credibilità e al lavoro del premier Draghi. Ok, e adesso? Come cambieranno gli scenari nel 2022? Ma poi siamo davvero sicuri che cambieranno?

Cominceremo davvero, come sembra, a parlare delle prospettive dei giovani, di lavoro, di ambiente e transizione ecologica, di disuguaglianze, cioè delle grandi emergenze del Paese, pandemia a parte? La politica troverà l’accordo su un nome condiviso per il Quirinale senza teatrini o inutili polemiche? 

Adesso ripartiamo nella speranza che la terza dose riporti finalmente in un recinto controllabile il virus e le paure che si porta appresso, ma rispetto a un anno fa abbiamo una speranziella in più: la pillola di Pfizer. Speriamo, tanto non costa nulla. Sì, continuiamo ad affidarci alla speranza, un anno dopo l’altro, e a Speranza (S maiuscola), ministro della Salute. Lo stato di emergenza è stato prorogato al 31 marzo: a quella data potremo dire che è finita e andare a urlarlo nelle piazze o cantarlo dai balconi? Difficile dirlo ora con certezza, ma speriamo. Quasi impossibile dire oggi se il 2022 ci porterà una parvenza di normalità. L’unica cosa è aspettare, sperare e provare a ricominciare a vivere. Facciamo finta di essere sani. Magari funziona. 

Ugo Savoia

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