BUCALOSSI UN SINDACO IRACONDO

Il 13 gennaio del 1964 muore improvvisamente il sindaco di Milano Cassinis. Alla sua successione si candida il predecessore Ferrari che però è politicamente caratterizzato da una posizione di opposizione al centro sinistra, incompatibile con le posizioni di PSI e DC, così il 17 febbraio viene eletto un altro socialdemocratico Pietro Bucalossi.
Nato a San Miniato (Pisa) il 9 agosto 1905, acquisisce la libera docenza in chirurgia a Firenze ma per il suo noto antifascismo si deve trasferire a Milano dove nel 1934 vince un concorso all’Istituto dei Tumori.
Il 26 luglio 1943 firmò con altri il manifesto che chiedeva l’abolizione delle leggi razziali. Collaboratore di Parri assunse nella resistenza il nome di Guido.
Fu segretario cittadino del partito d’Azione e poi nel 1948 candidato al parlamento nella lista “Unita’ socialista” il raggruppamento tra i seguaci di Saragat e quelli di Ivan Matteo Lombardo, Calamandrei ed altri, passò poi al PSDI e nel 1958 fu eletto alla Camera.
Nel 1956 fu nominato per chiara fama direttore generale dell’Istituto dei Tumori, di cui fu presidente dal 1974 al 1980. Dal 1948 al 1966 fu presidente della sezione milanese della Lega italiana per la lotta ai tumori.
Nel PSDI nell’ottobre del 1957 vince il congresso provinciale nella corrente centrista di Mario Tanassi assieme a Virgilio Ferrari. Secondo Giulio Polotti, suo compagno di corrente, Bucalossi aspirava alla poltrona di sindaco già dopo le dimissioni di Ferrari, “senonché voleva che gli fosse offerta e che la designazione fosse plebiscitaria. Il fatto che Saragat non ci avesse pensato, lo amareggiò e … cominciò a covare rivincite”.

Diventerà il leader milanese del PSDI anche per il progressivo abbandono di molte sue componenti di sinistra che confluiranno nel PSI; se ne vanno tra gli altri Ugoberto Alfassio Grimaldi, Ezio Vigorelli, che si dimette anche dal ministero per il lavoro, Aldo Aniasi e Lamberto Jori assessori al comune di Milano.
Al XIV congresso del PSDI nel 1965 fu tra i pochi che si astenne (4%) sul progetto di unificazione socialista (che darà vita al PSU), per cui la sua leadership nel PSDI milanese risulterà solo formale, essendo il vero “numero uno” Renato Massari.
Subito dopo l’elezione a sindaco deve affrontare le elezioni amministrative del novembre 1964.
Il programma elettorale del centro sinistra venne riassunto dal vicesegretario della federazione socialista milanese e assessore uscente all’economato Bettino Craxi: in primo luogo si valorizzavano i risultati raggiunti (apertura della metropolitana, apertura di quaranta farmacie, edilizia popolare, riqualificazione delle periferie, riforma del commercio con l’apertura dei supermercati, sperimentazione in tutte le scuole della vaccinazione antipolio, valorizzazione dei parchi pubblici, lotta allo smog e all’inquinamento, rilancio dell’aeroporto, costruzione di nuove unità scolastiche, di aule e dei servizi di refezione) giustificando quindi le spese sostenute e si prefigurava una nuova stagione di investimenti concordando con i progetti di sviluppo sostenuti dalla maggioranza della DC e in particolare dall’assessore Bassetti.
Dopo le elezioni la coalizione di centrosinistra non ha però più la maggioranza assoluta in consiglio comunale, ha infatti solo 40 seggi non sufficienti per approvare gli esercizi preventivi, consuntivi e i provvedimenti finanziari più importanti. Clamoroso fu il successo dei liberali che ottennero iI 21,10 % e 17 consiglieri, risultando il terzo partito in città, mentre i repubblicani si presentarono con Del pennino come indipendenti nelle liste del PSI.
I socialisti cercano di convincere Lelio Basso, unico esponente del PSIUP eletto a Palazzo Marino ad appoggiare la maggioranza, ma questi si rifiutò
Bucalossi viene comunque riconfermato sindaco il 22 gennaio 1965 alla quarta votazione; della giunta fanno parte Aniasi assessore anziano, Bassetti al Bilancio, Craxi all’assistenza, Meda vicesindaco.
La giunta fatica a lavorare tant’è che scrive Landoni “Il capoluogo lombardo, che era stato il centro propulsore del centro-sinistra ed aveva sempre difeso e valorizzato la propria autonomia politica dalla Capitale, all’inizio del 1965 fu costretto di fatto ad andare a traino delle decisioni assunte dai vertici nazionali dei partiti, che furono i veri responsabili, in quel frangente, della tenuta dell’amministrazione Bucalossi.”
Per approvare L’8 luglio 1965 il bilancio un mutuo di trenta miliardi di lire manca però un voto, che viene dato da Vito Magliocco scrive ancora Enrico Landoni, lo storico di punta delle vicende politico amministrative di quegli anni: “Decisivo ma soprattutto imbarazzante per una coalizione politica che rivendicava con orgoglio la propria natura antifascista, democratica e popolare si rivelò allora il soccorso fornito alla Giunta Bucalossi dall’ex missino Vito Magliocco. Non si trattava evidentemente di un appoggio politico, ma di una scelta di responsabilità, dettata dall’esigenza di garantire la rapida esecuzione di alcuni interventi fondamentali per l’intera cittadinanza.
Con quarantuno voti, il minimo indispensabile, la Giunta Bucalossi incassò quindi la definitiva approvazione di un’operazione finanziaria, destinata in realtà a permettere la realizzazione di opere e transazioni immobiliari già previste dal Piano Quadriennale 1962-65, in questo modo pressoché del tutto rispettato. Quasi i due terzi dei 30 miliardi ottenuti dalla CARIPLO sarebbero stati utilizzati per finanziare infatti l’esecuzione di interventi strutturali nell’ambito dell’edilizia scolastica e popolare e l’acquisto di nuove aree fabbricabili.”
Il 3 marzo del ’66 Bassetti, ossia il responsabile della politica finanziaria e il propositore del grande Piano quadriennale ’62-’65, quello che prevedeva tra l’altro la costruzione di 34000 appartamenti con 134000 locali la più parte IACP, si dimette per dedicarsi alla nascente regione; il 12 dicembre 1966 il vicesindaco Meda morì, e molti sostengono che il venir meno delle capacita mediatorie del democristiano accentuarono l’isolamento politico del sindaco.
Bucalossi voleva una politica di “economie fino all’osso”, per il sindaco scrive il Corriere “il pareggio delle entrate con le uscite è la frontiera ferma e insuperabile per conservare dignità alla nostra autonomia”, la sua visione era agli antipodi di quella dei suoi principali sostenitori la DC e il PSI.
Scrive; Giancarlo Galli: “tra Craxi e Bucalossi era polemica continua, il primo voleva una giunta dinamica, impegnata in grandi progetti per una città europea, il sindaco era invece ossessionato dal pareggio del bilancio, è per il risparmio assoluto: pur di fare quadrare il bilancio ipotizza di vendere la Galleria Vittorio Emanuele”, la qual cosa fu oggetto di dura polemica tra PSI e PSIUP.
Ciro Fontana, allora capo di gabinetto del sindaco lo ricordava così: “Non aveva bisogno di nulla di particolare, per lui non si dovette acquistare mai nulla, neppure una penna biro. Non aveva in simpatia i ricevimenti, gli bastava una fetta di pane tostato con qualche goccia di olio vergine della Toscana. Un laico che più francescano di così non si poteva immaginare”.
Aldo Aniasi raccontava che Bucalossi non aveva autorizzato la trasferta a Stresa, alla conferenza del traffico, del funzionario comunale addetto perché “sarebbe stato sufficiente acquistare le relazioni”.
Con la santificazione del “pareggio di bilancio” e il rifiuto degli investimenti Bucalossi si ricollegava ai sindaci liberal moderati di inizio secolo piuttosto che alla tradizione di Caldara.
Questa intransigenza lo porterà in rotta di collisione con il suo partito, il neo nato PSU. Bettino Craxi gli ricorderà: “Ricordati che un sindaco che non va d’accordo col segretario del suo partito fa poca strada”. Previsione facilissima visto che il segretario del PSU era Craxi.
Nel luglio 1967 Bucalossi apre le ostilità e con una lettera a Nenni chiede che venga confermata la sua linea amministrativa che confliggeva apertamente con quella del suo partito.
Nel tentativo di appianare i contrasti si reca a Roma da Nenni e Tanassi; Craxi viene incaricato di mediare, non proprio il mestiere che gli riesce meglio.
Il 19 luglio 1967 si riunisce l’ufficio politico del Partito socialista unificato milanese. Il cosegretario Craxi (l’altro era Perruzzotti) nella relazione introduttiva ribadisce tutte le scelte di investimento e di spesa a partire dalla linea 2 della metropolitana che Bucalossi voleva bloccare così come quelle di riforma della municipalità a partire dal decentramento (il sindaco è contrario ai parlamentini che vede come spesa inutile). Con il consenso di Roma, alle riunioni partecipavano sia il cosegretario nazionale Tanassi che il responsabile enti locali Matteo Matteotti, il PSU scaricò Bucalossi.
Il PRI respinge il documento programmatico socialista condiviso invece dai democristiani e Bucalossi si dimette; il 29 novembre 1967 si apre il dibattito sulla crisi in consiglio comunale.
Il sindaco dimissionario attacca i partiti della sua maggioranza, indica in Craxi e Bassetti che si erano dimessi dalla giunta, i principali fautori del suo insuccesso (come dire, se ne sono andati i cavalli di razza e in giunta sono restati i brocchi) e ribadisce non bisogna “fare del centro sinistra una formula per le spese incontrollate”.
Dura, il Corriere scrisse” il più polemico”, la replica della DC che per bocca di Granelli accusò il sindaco di aver voluto con la sua politica della lesina bloccare lo sviluppo della città e di non essere stato all’altezza di Cassinis.
Nel dibattito intervenne anche Malagodi, che era stato il candidato più votato alle elezioni municipali con 56000 preferenze, che parlò di “malcostume politico di marca azionistica che consiste nel giocare assieme la carta del potere e dell’opposizione”. Bucalossi fu sostenuto solo da un paio di consiglieri.
Accettate le dimissioni dal Consiglio Comunale questi viene riconvocato il 13 dicembre per eleggere il nuovo sindaco. Come ricorda Tognoli “Craxi fece un passo verso Antonio Greppi, il sindaco della liberazione, proponendogli di riassumere la carica..questi non accettò e Craxi sostenne Aniasi… in una serie di contatti convulsi la sera prima del consiglio ci furono anche tentativi nel PSU di riproporre Bucalossi”, la qual cosa avrebbe probabilmente messo in discussione la stessa formula del centrosinistra ma dopo l’esito negativo di tre votazioni il 19 dicembre Aniasi fu eletto alla carica di Sindaco con trentanove voti e per la città fu una svolta.

Lasciati i socialisti, Bucalossi alle politiche del 1968 sarà eletto parlamentare nelle liste del PRI, (confermato fino al 1979), partito che raggiungerà il quorum proprio grazie all’arrivo di Bucalossi perché l’ex sindaco ha si un carattere terribile ma anche una sua popolarità.
Ministro della Ricerca Scientifica e Tecnologica dall’8 luglio 1973 al 2 marzo 1974 nel IV governo Rumor, Ministro dei Lavori Pubblici dal 23 novembre 1974 al 12 febbraio 1976 nel IV governo Moro, e vice-presidente della Camera, nel 1975 viene eletto consigliere comunale Pri, con ben 5788 voti, a conferma di un buon seguito cittadino.
Da ministro presentò la legge Bucalossi (la legge ritiene che la proprietà di un’area non determini di per sé il diritto di edificabilità. Per questo motivo, chi vuole costruire deve richiedere, dietro pagamento, un permesso al Comune. Sono gli oneri concessori) che ancora oggi viene ricordata come tra le più importanti. Nel 1977 votò contro la legge sull’aborto.
Lasciato il PRI perché “ha esaltato il PCI come esempio di democraticità” passò al PLI, a chi gli rimproverava questi continui cambiamenti rispose: “Sono gli altri che cambiano idea io resto sempre al mio posto”, ma non ebbe fortuna, nonostante ben 10.000 preferenze arrivò terzo dopo Sterpa e Baslini.
Nell’80 la sua parabola politica ebbe fine; si presentò infatti alle amministrative con una lista civica, il “Melone milanese” anteprima del leghismo. Avventura infelice ma che denotava una certa capacità di capire gli umori a venire, diceva il programma: vogliamo “rendere ufficiale lo strumento del dissenso. Non vogliamo essere definiti come un nuovo partito, consideriamo l’arco costituzionale ‘incostituzionale’, ci battiamo contro la lottizzazione e speriamo di far confluire su di noi il consenso di coloro che, nel corso delle ultime elezioni, hanno votato scheda bianca, hanno annullato il voto, o non si sono recati alle urne in segno di protesta”.
La credibilità era però ormai poca: scrisse Tobagi (5 giorni prima di essere assassinato): “Fra i cosiddetti partiti laici, i repubblicani devono fronteggiare la situazione più difficile… Le complicazioni del Pri nascono dalla lista civica, che l’ex repubblicano Pietro Bucalossi s’è deciso a capeggiare. Liste e listarelle sono una spia indiretta del malessere, del rapporto difficile tra partiti e opinione pubblica. Ci sono giovani della lista Rock e i trotskisti della Lega comunista rivoluzionaria che schierano Livio Maitan; ci sono dodici candidati del Poe (partito operaio europeo) e i trentacinque della lista meneghina. In questo orto dove non è semplice discernere il grano dal loglio, l’etichetta del “melone” (ridisegnata col Duomo stilizzato come un panettone) è quella che suscita le curiosità maggiori. Ma il tentativo di trapiantare il seme del melone sembra destinato a fallire: mancano le condizioni di malessere locale che favoriscono il successo di Trieste. Lo stesso nome di Bucalossi sembra un po’usurato: al massimo, può garantire qualche migliaio di voti personali, che l’hanno seguito nelle trasmigrazioni dai socialdemocratici ai repubblicani e, l’anno scorso, ai liberali.” Infatti prese meno di 500 preferenze.
Il giudizio sulle qualità e sul pessimo carattere è unanime sia che si tratti dei suoi allievi prediletti: “burbero e aggressivo” dice Umberto Veronesi, e Gianni Bonadonna “intransigente, intellettualmente onesto… le sue qualità di fondo che furono enormi le espresse attraverso due passioni che lo assorbirono totalmente la cancerologia e la politica. Con entrambe si tolse tutte le soddisfazioni, compresa quella che gli stava molto a cuore, di farsi molti nemici” e ancora Bruno Salvadori suo successore alla chirurgia generale: “uomo severissimo, un carattere ruvido, …di una franchezza che rasentava la villania…maestro di medicina…assolutamente refrattario ad ogni lusinga del danaro.”
Sia che si tratti di avversari, tra questi don Verzè che intervistato sulle origini delle molte definizioni negative che accompagnarono la sua attività quali prete-padrone, Berlusconi di Dio, Ligresti della sanità, rispose: “originano Dal primo di miei detrattori, il chirurgo Pietro Bucalossi, divenuto ministro repubblicano nel 1974. Dopo avermi sentito parlare del San Raffaele, prese per il bavero il sindaco di Milano, Virgilio Ferrari, e gli disse: “Tu questa delibera che concede a don Verzé un terreno del Comune non la devi far passare”. Ferrari chiese il motivo dell’ostilità. E Bucalossi gli rispose: “Se quel prete riuscisse a realizzare l’ospedale che mi ha descritto, verrebbero declassati tutti gli altri nostri ospedali”. E in questo è stato profeta. Diabolico profeta”. (intervista di Stefano Lorenzetto).
Litigò, perché il dissenso politico era in lui sempre accompagnato da una certa acredine, nell’ordine con Saragat, con Nenni, (racconterà: “Un bel giorno due signori, Saragat e Nenni, distinti e importanti quanto si vuole, decidono la riunificazione di socialdemocratici e socialisti. Così mi ritrovai in un partito che aveva una prevalenza marxista mentre il partito nel quale ero entrato io, il Psdi, si era sempre dichiarato antimarxista. Per coerenza decisi di andarmene dimettendomi anche da sindaco di Milano”); con la Malfa accusato anche in questo caso di aprire le porte ai comunisti (e così definì i suoi colleghi repubblicani locali: “questi cialtroni che credono di dipingermi uguale a loro, ma io sono diverso, non ho cosche e clientele, le mie amicizie derivano solo dalla professione…”; con Malagodi e scusate se è poco.
Non da meno i contrasti con i “milanesi”, in particolare con Aniasi con cui aveva condiviso parte della stagione socialdemocratica, che chiamava geometra per rimarcare la differenza di status.
Massimo Emanuelli fa un elenco degli incidenti di cui fu pragonista: con il segretario cittadino del Pri si arrivò a querele e schiaffi, mentre con Fabio Semenza (consigliere comunale) vi furono solo spintoni e Roberto Savasta consigliere liberale “ricorda che Bucalossi era riuscito a farsi odiare a tal punto sia in ospedale che in Comune da far dire: Come sindaco è un ottimo medico, e come medico è un ottimo sindaco”.
Paolo Grassi ricorda: “ci fu un sindaco che non mi amò: Pietro Bucalossi, che di fronte a Il gioco dei potenti di Shakespeare cercò di fare precipitare il Piccolo e mi chiese … di far fuori – non lo dico per farmi bello, ma perché è la verità – i consiglieri comunisti. Io gli dissi che non avrei potuto farlo, non mi sentivo di farlo e lui mi disse che era indispensabile”.
Bucalossi peraltro era metodico nelle sue antipatie ancora nel 1972 votò contro Grassi alla sovraintendenza della Scala.
Come unanimemente positivo fu il giudizio sul suo ruolo nella medicina: “in questo sta l’originalità del suo pensiero, nella determinata certezza che a occuparsi dei malati di cancro dovessero essere i “cancerologi” e che l’oncologia clinica fosse quindi l’ambito corretto in cui chirurghi, medici e radioterapisti potessero esprimere collettivamente un equilibrato piano di cura. Convinto assertore quindi dell’interdisciplinarietà dell’oncologia ma anche della necessità di un dialogo continuo fra ricercatori clinici e sperimentali, Pietro Bucalossi ha lasciato un’eredità scientifica di alto profilo all’intero Paese” Umberto Veronesi; e Cosmacini: “con Bucalossi si è compiuta la ridefinizione dell’oncologo”, mentre Montanelli, di lui scrisse: “La passione politica gli impedì di raggiungere nella scienza le altezze cui l’intelligenza e il sapere gli davano diritto”.
Bucalossi morì a Milano il 15 marzo 1992.
“Lungo l’intero arco della sua operosa esistenza – scrisse il presidente della Repubblica nel necrologio – Bucalossi ha mostrato un’esemplare coerenza politica e un’ ammirevole tensione etica perseguendo costantemente l’obiettivo del bene comune”. Per Veronesi “la scomparsa di Pietro Bucalossi è passata quasi inosservata ed è stata come frettolosamente archiviata dalla memoria collettiva nella categoria dei politici e dei personaggi sociali più che in quella dei medici e degli uomini di scienza”.
Nessuna via o vicolo gli è dedicato a Milano, il che mi pare ingiusto.
San Miniato, dove riposa, gli ha dedicato un giardino.
Walter Marossi

Credo anch’io che sia giusto dedicare a Bucalossi una struttura permanente (una via, una piazza, un giardino, un edificio) della città. E magari fare davanti al Comune, in piazza della Scala, delle piastrelle, con incastonato il simbolo del Comune, con i nomi dei sindaci di Milano.