REPUBBLICA PARLAMENTARE E REFERENDUM SURREALE

ballabio

“Meglio meno, ma meglio”. Se passa il SI al Referendum costituzionale del 20 settembre – come prevedibile a occhio nudo – viene per certo confermata la prima parte della nota proposizione leniniana. Resta invece nel dubbio la seconda non essendo verificabile a priori la trasformazione della quantità in qualità (e viceversa), ipotizzata dalla filosofia dialettica, che potrebbe o dovrebbe far corrispondere il “meno” al “meglio”.Tuttavia, anche nella dannata ipotesi che tale corrispondenza non si verifichi rimarrebbe la magra consolazione che il peggio venga almeno numericamente ridotto.

Probabile comunque la massiccia conferma popolare della volontà del Parlamento, rivotata in seconda lettura alla Camera pressoché all’unanimità, salvo l’opposizione esplicita della storica “bastian contraria” Emma Bonino. Pertanto in caso teorico di prevalenza del NO i parlamentari in carica risulterebbero clamorosamente smentiti e sostanzialmente delegittimati.

Gli unici titolati a ricandidarsi risulterebbero i 71 senatori peones che ci hanno ripensato ovvero mandati avanti per imporre il referendum più dissennato della ormai non breve storia repubblicana (oltre, come detto, i radicali, inclini a tutti i referendum possibili, a prescindere). A nostra volta preferiremmo qui prescindere dai pur sgradevoli effetti collaterali di tale azzardata scelta: i costi aggiuntivi e le ricadute sul già problematico avvio dell’anno scolastico.

Il dubbio nasce dai recenti ondeggiamenti e mormorii intrapartitici, sorretti da squillanti sirene di noti opinionisti e maestri del pensiero, ansiosi di anticonformismo e disprezzo per il senso comune massificato, additato come gretto populismo. Meno stimolata a distinguersi ma piuttosto interessata a sopravvivere l’ampia categoria di ceto politico – eccessivo definirla “casta” – impegnata in un precario e logorante esercizio del sottopotere.

In discussione quindi il professionismo della politica (ovvero il semi-professionismo, abbinato a motivi di promozione personale nelle arti e nelle lettere o più banalmente nelle attività professionali collaterali) nondimeno privo delle certezze da “pubblico impiego” assicurate invece agli interlocutori più prossimi: i burocrati e i manager pubblici e para-pubblici.

La politica come professione in realtà ha una lunga storia. Nella prima repubblica era contigua al volontariato (nel PCI fino a Berlinguer i “funzionari di partito” erano retribuiti con i parametri del contratto-metalmeccanici terzo livello, ovvero operai qualificati, neppure specializzati), nello PSI e DC godevano di fittizi rapporti pubblici nella RAI o nei giornali collaterali.

Una modesta carriera era tuttavia assicurata con aperte possibilità di avanzamento, anche rapido, frutto di un’intensa attività di formazione e selezione, e di comprovate esperienze e competenze maturate sul campo. Non che non si affacciassero, già da allora, “nani e ballerine” grazie alle lungimiranti intuizioni di Bettino Craxi, precoce precursore dei successivi fasti berlusconiani.

Proprio quest’ultima stagione, sottoculturale e amorale prima che politicante, avrebbe contrassegnato la “seconda fase” della repubblica, nella quale la funzione politica ebbe a subire il generale dominio del mercato e della complementare concorrenzialità, anche interna alle organizzazioni, includente comportamenti spregiudicati e cinici.

Un machiavellismo d’accatto, disinteressato a perseguire – per quanto mediante “golpe e lione” – il “bene dello Stato” privilegia allora la manovra contingente e opportunistica; e talvolta tende a declinare verso il guicciardiniano “Franza o Spagna” con un’interpretazione alquanto disinvolta della garanzia costituzionale “senza vincolo di mandato”!

Pochi dubbi pertanto, personalmente, sul voto al Referendum; molti invece circa più o meno prossime elezioni politiche e/o amministrative, permettendomi di richiamare mia precedente perplessità in circostanze simili (Astensione vigile e attiva come voto potenziale”) pubblicato il 6 febbraio 2018, sempre su queste libere e disincantate colonne.

Valentino Ballabio

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walter monici
walter monici
5 anni fa

Forse Valentino ti sembra talmente scontato che alla fine del tuo ragionamento non ho capito se voterai si o no

antonio
antonio
5 anni fa

migliaia di parole per non dire nulla.

valentino ballabio
valentino ballabio
5 anni fa

I caratteri sono 4200 pertanto le parole sono un po’ meno. La mia dichiarazione di voto non è importante. Più rilevante capire la finalità che ha mosso un manipolo di parlamentari, appartenenti a forze politiche che hanno approvato il taglio, a promuovere il referendum. Far vincere il SI? Allora è pleonastico. Far vincere il NO? Allora è schizofrenico.

ugo targetti
ugo targetti
5 anni fa

Al referendum voterò NO.
La proposta di ridurre il numero dei parlamentari è un’iniziativa populista del Movimento 5 stelle contro l’istituzione parlamentare in favore della democrazia diretta via Web, giustificata con l’indegna motivazione della riduzione della spesa pubblica. Nell’evolversi della vicenda sono emerse, a favore del Si, motivazioni in relazione al valore della rappresentanza, un po’ più serie che però mi paiono molto deboli a fronte delle fondate e numerose motivazioni per il NO, che non riprendo essendo ormai ampiamente dibattute.
Al di fuori di una seria riforma costituzionale, che non può essere sostituita da una nuova legge elettorale, il SI mantiene tutto il suo carattere originario populista Il PD è costretto a valutazioni di tipo tattico data l’alleanza con il M5S, anche se non è un’alleanza organica come provano i mancati accordi sulle alleanze regionali. Come cittadino mi sento libero di valutare nel merito. Se i NO saranno molti sarà un segnale alle tendenze populiste di tutti i partiti a partire da quelli di destra. Una vittoria per quanto improbabile dei NO farebbe bene anche al PD.
Dunque voterò NO.

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