FEMMINICIDIO: MOLTO CAMMINO ANCORA DA FARE
Il termine Femicide (o Feminicide), dal quale deriva l’italiano “Femminicidio”, fu coniato nel 1992 dalla criminologa Diana H. Russel che lo definì come “l’uccisione di donne da parte di uomini motivata da odio, disprezzo, piacere o senso di proprietà, che deve essere compresa nel contesto di una società patriarcale oppressiva verso le donne”. Successivamente la sociologa messicana Marcela Lagarde, trasformò il significato del termine in una categoria criminologica volta a definire, in sintesi, una «forma estrema di violenza di genere contro le donne…-maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- …che…può culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia» (1).
In questo scritto il termine femminicidio è usato nel suo significato più contenuto di “donne uccise perché donne”. Significato che rende manifesta l’assurdità della convinzione generalizzata che l’uccisione delle donne per mano degli uomini sia causata dall’amore: amore malato, amore criminale, come titola una trasmissione televisiva molto seguita. Non è l’amore che da anni provoca ogni anno in Italia la morte di oltre 100 donne. Donne di tutte le età e di ogni ceto sociale. Hanno dai 16 anni in avanti, libere professioniste, casalinghe, pensionate, impiegate, disoccupate (2).
Hanno chiesto aiuto prima di essere uccise pressoché nel 50% dei casi con regolare denuncia (3) (secondo alcuni, Baldry ad es. la percentuale supera il 70%). Vengono uccise di più al nord (il 52% del totale) e la Lombardia è tra le regioni con il maggior numero di femminicidi: nel 2016 le vittime sono state 25. Nella maggioranza dei casi l’autore è italiano (nel 2014 era il 74%, nel 2017 la percentuale è salita al 76%, fonte Polizia Moderna) ed è il partner o l’ex-partner (4). Non è “malato” o vittima di un raptus che l’ha portato a uccidere: per la Società italiana di psichiatria solo nel 5% dei casi si rileva un disturbo mentale alla base del gesto. Si tratta di atti prevedibili, sempre annunciati da violenze conosciute dalle persone vicine alle donne che, nella totalità dei casi arrivano ad essere uccise dopo aver subito maltrattamenti e/o atti persecutori (stalking) più o meno gravi e manifesti. Se di tali condotte nel 50% circa dei casi erano informate anche le Forze dell’Ordine prima del delitto, sempre lo erano in qualche modo i parenti, i vicini, la scuola, i medici di base, gli amici (5).
Il permanere di tanti femminicidi non è imputabile a una mancanza di leggi adeguate. Le leggi sarebbero più che sufficienti a cambiare la situazione se correttamente applicate da persone con una cultura delle relazioni interpersonali scevra da retaggi patriarcali e dotate di sensibilità personale ed empatia. Al contrario quel che costatiamo lavorando nelle aule giudiziarie, seppur in modo disomogeneo nel territorio nazionale, è una superficiale conoscenza del fenomeno, l’assenza di adeguata specializzazione, l’insufficienza di formazione di tutte le professionalità che si occupano di violenza di genere (Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati, medici, operatori sociali).
A Milano da qualche anno esiste una attenta sensibilità istituzionale: il Comune, unitamente alle realtà più importanti del terzo settore che si occupano di violenza di genere, ha dato vita alla ReteAntiviolenza volta “ad interventi articolati e multifattoriali in grado di sostenere la donna nelle diverse situazioni di bisogno e di accompagnarla nel percorso condiviso ed individualizzato di fuoriuscita dalla violenza” (6). Vi sono magistrati specializzati sia in Procura che in dibattimento. La Polizia ha elaborato uno strumento di intervento e rilevazione dei casi di violenza (E.V.A.) adottato in tutta Italia.
A livello nazionale l’organo di autogoverno della magistratura, il CSM, è molto attento nel promuovere formazione permanente e nel prescrivere modelli organizzativi che prevedano specializzazione dei magistrati che si occupano della materia, nonché trattazione prioritaria e veloce dei procedimenti, affinché il procedimento penale diventi effettivo e tempestivo. Ma siamo ancora lontani da un livello di sufficiente preparazione. L’Onu nel 2012 ha stigmatizzato la condizione italiana parlando di “crimine di Stato tollerato dalle istituzioni pubbliche per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne” e nel dicembre 2017 ha nuovamente ammonito l’Italia a causa delle azioni di contrasto insufficienti ad arginare le violenze di genere.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel marzo 2017 ha condannato il nostro Paese per violazione del diritto alla vita, in quanto le “autorità nazionali, con la loro condotta passiva nello svolgimento delle indagini, hanno creato un contesto d’impunità favorevole alla ripetizione di questi atti di violenza”: un uomo, dopo la denuncia per maltrattamenti, aveva ucciso un figlio e tentato di uccidere la moglie. Una stigmatizzazione internazionale permanente che evidenzia e conferma altresì la mancanza di una volontà politica vera di eliminazione/riduzione del problema. Prova ne sia il fatto, ad esempio, che non vengono destinati fondi necessari alla realizzazione delle azioni di prevenzione e assistenza necessari, soprattutto ai Centri antiviolenza che sono arrivati a chiudere in molte zone d’Italia. Alcune delle poche risorse messe a disposizione dal Governo ad oggi risultano bloccate: il Piano per la lotta alla violenza maschile sulle donne adottato per il triennio 2017- 2020 è stato approvato in Conferenza Stato-Regioni e coperto con un finanziamento previsto dalla legge di stabilità, ma al momento i fondi non vengono erogati. Dal gennaio scorso il numero delle donne morte perché donne è di 24 (7).
Le donne uccise lasciano orfani: in uno dei casi da me seguiti la donna, incinta di 9 mesi, è stata uccisa di fronte alla figlia di 3 anni. Il marito, denunciandone la scomparsa, ha fatto in modo che non fosse trovata. Era in casa, scoperta 10 giorni dopo il delitto, a fianco la sua piccolina, spinta al mondo dalla morte di sua madre. Entrambe in condizioni non descrivibili.
Si stima che nella popolazione europea ci siano intorno alle 80.000 persone orfane di madre per mano del padre (8). Ma questa è un’altra storia.
Laura De Rui
(1) Tutte le citazioni sono contenute in: Orfani speciali, Anna C. Baldry, Franco Angeli Ed. 2017, pg.22ss.
(2) Vi è una forte incidenza delle vittime anziane, la maggioranza relativa delle donne uccise (il 26,9% del totale nel 2016) risulta essere pensionata; significativa la quota delle disoccupate e delle casalinghe (18,5%), seguite dalle vittime tra le prostitute (5,9%); tra le vittime impegnate in un’attività lavorativa (il 37% del totale), prevalgono le impiegate (11,8%), davanti a colf e badanti (6,7%) e lavoratrici autonome/imprenditrici (6,7%) (Fonte AGI, 25.11.2017)
(3) Tra i femminicidi segnati da violenze pregresse nel 44,6% dei casi la vittima aveva denunciato l’autore, senza tuttavia ottenere una “protezione” idonea a salvarle la vita. In circa la metà dei casi (il 48,8%) i maltrattamenti subiti dalle vittime di femminicidio avevano un carattere ricorrente. (Eures, 25.9.2017)
(4) Il 64,3% di femminicidi è di coppia (Fonte Agi). Per altra fonte: “Nel 46% dei casi ad uccidere è il partner, nel 13% un ex compagno o marito, nel 38% dei casi un familiare e nel 3% un conoscente. La stragrande maggioranza degli omicidi, l’81% dei casi, avviene nelle mura domestiche o in contesti parentali.” (Polizia Moderna, 2017)
(5) L’analisi dei femminicidi di coppia evidenzia – secondo l’Eures – una storia di pregresse violenze compiute dall’autore in almeno un quarto dei casi censiti (il 24,2% tra il 2000 e il 2016, che sale al 37,1% nel 2016) e che risultano peraltro note a figure esterne alla coppia stessa nel 69% dei casi. Le principali forme di violenza agita sono la violenza fisica (69% dei casi), le violenze psicologiche (39,7%) e gli “atti persecutori”, il cosiddetto stalking (27,3%).
(6) Sito Comune di Milano
(7) la 27ma ora, Corriere della Sera
(8) (Baldry cit.)

