PER CHI SUONA LA CAMPANA DEL 4 MARZO?

Dopo il voto, non sono mancate note compiaciute e consolatorie sulla tenuta del PD e della sinistra a Milano, accreditandola tout court al buon governo ambrosiano.

02ucciero10FBNon mancano ragioni a questo sentimento, ma la ridondanza di certe autoassoluzioni e la pretesa di issare il modello milanese oltre i suoi meriti, paiono eccessive e contraddittorie rispetto ai fatti. Intanto, Milano ha condiviso la contro tendenza con Roma, Torino, Bologna, Firenze, realtĆ  metropolitane molto diverse dalle alchimie del suo laboratorio politico: se il risultato si somiglia, gioco forza ammettere che ha operato principalmente qualcosa di diverso dallo specifico merito ambrosiano. Cosa?

I collegi che hanno resistito all’onda grillo – leghista di regola sono collocati in zone centrali o semi centrali delle grandi cittĆ : man mano che ci si allontana verso le periferie il consenso si annacqua e diviene minoritario. La geografia, anzi la topografia, non inganna: esiste un nesso visibile tra voto ā€œresistenteā€ e prevalenza del ceto medio urbano, formato dalle professioni vecchie e nuove e dalle tecnocrazie delle grandi infrastrutture metropolitane (universitĆ , sanitĆ , scuola, servizi). ƈ il profilo ideal tipico dell’attuale elettore PD nelle realtĆ  metropolitane: cultura medio alta, buon reddito, certezza di ruolo sociale, consumi di qualitĆ . Aggiungiamo il dato generazionale: molti i baby boomers degli anni ’50 che hanno assorbito i valori della rivoluzione culturale del ’68, ā€œpantere grigieā€ oggi sensibili ad un dolce riformismo.

E dunque, certe connessioni autoproclamate tra voto PD e bontĆ  amministrativa del modello milanese non sembrano cosƬ chiaramente dimostrate. D’altra parte, e qui veniamo al punto dolente, se fosse stato determinante il buon governo di Milano, non si capisce per quale motivo le periferie gli abbiano voltato le spalle, votando centro destra e 5 stelle come nell’area metropolitana. I dati attestano la stretta relazione tra distanza dal centro, disagio sociale, debolezza del voto ā€œresistenteā€. Del resto, la tendenza era giĆ  visibile nelle elezioni comunali del 2016, quando il centrodestra conquistò ben 5 Municipi su 9, ma nell’entusiasmo della vittoria il segnale ĆØ passato in cavalleria.

Nei quartieri lontani dal centro sono concentrati i ceti popolari che più hanno subito la crisi, su cui più hanno inciso i tagli della spesa sociale e delle pensioni, su cui più pesa la fatica della vita quotidiana: operai, lavoratori, pensionati, piccola borghesia, disoccupati, insomma il profilo ideal tipico dell’elettore che una volta era di sinistra e che oggi, ĆØ amaro constatarlo, ĆØ sempre più il profilo dell’elettore Lega e 5 stelle. La questione delle periferie milanesi si presenta ai nostri occhi come la nuova questione sociale e segna sulla mappa della cittĆ  la crescente distanza della sinistra dal suo popolo.

Da queste veloci considerazioni ci pare che venga alla sinistra ed al governo cittadino un allarme da non sottovalutare con un invito ad interrogarsi seriamente su alcune questioni: per quali motivi il milanese delle periferie vota contro? quali le maggior criticitĆ  e le attese deluse? quali iniziative finora prese, quale impatto e quale consenso presso i destinatari? e soprattutto quale progetto per le periferie nella Milano futura?

Carlo Sangalli, che non ĆØ proprio un dinamitardo rivoluzionario, lancia l’allarme su Repubblica ed indica in una nuova governance tra amministrazione, imprese, universitĆ  e terzo settore, la chiave di volta per inaugurare una nuova stagione, aggiungendo ā€œquello che potrĆ  fare la differenza nel suo mandato (di Sala ndr) ĆØ la ricucitura delle periferieā€. Papale papale. Se perfino il leader della Confcommercio, che campa di turismo e ristorazione, non si accontenta delle sirene post expo, ma sente bene la campana delle periferie, dovremmo forse attenderci il medesimo tono da chi detiene le leve del comando politico amministrativo. E non basta compiacersi come Salvatore Veca dell’innovazione e della bellezza della Milano post Expo, per il banale motivo che questa innovazione e questa bellezza non arrivano alle periferie, dove vive la maggior parte del popolo milanese: o vogliamo dire che sono barbari insensibili alla nuova Milano?

Intendiamoci bene, qui non sono in discussione nĆ© buone intenzioni, nĆ© specifiche iniziative di questo o quell’assessore, nĆ© l’azione dei Municipi a guida PD, nĆ© i meriti che Pisapia prima e Sala dopo hanno maturato sul campo, nĆ© il valore generale dell’innovazione etico politica milanese. Piuttosto ci si domanda se vi sia una piena consapevolezza della necessitĆ  di un urgente cambio di passo nell’azione di governo cittadina, e se l’attuale agenda politico amministrativa (e le poste di bilancio) sia fasata rispetto al crescente disagio delle periferie: casa, servizi sociali, cultura, sicurezza, migranti, trasporti, sicurezza, sono i capitoli di un corposo dossier, e rimandano tutti assieme alla questione più ampia del profilo delle periferie nella Milano 2030: risorsa o problema? Suona la campana delle periferie, chiede ascolto e risposte a molti: politici, amministratori, classe dirigenti, cittadinanza.

Suona per la Giunta di Beppe Sala: fra poco sono due anni di governo, sufficienti per un serio bilancio pubblico e per l’aggiornamento del programma. Non si vive di meriti passati, il sindaco manager Beppe Sala lo direbbe per primo: EXPO ĆØ stata un successo, produce ancora effetti, ma ĆØ il passato. Quale nuova visione e quali proposte per reintegrare appieno le periferie nella Milano del prossimo decennio, prima che da ā€œossessioneā€ del primo cittadino divengano ā€œincuboā€ elettorale del PD e del centrosinistra?

Suona per il Partito Democratico di Milano, forse troppo auto compiaciuto della effervescente Milano post expo per accorgersi dello sfilacciamento del consenso e della sua stessa struttura organizzativa in periferia. La rifondazione del partito non può avviarsi cullandosi nella ninna nanna dell’eccellenza milanese, ma principalmente ripristinando le connessioni politiche, culturali ed organizzative con il popolo delle periferie, investendo politicamente sul loro rilancio, aggiornando la proposta politica verso la cittĆ  ed il contesto metropolitano. La questione delle periferie riguarda l’essenziale della politica del PD, se lo intendiamo ancora come un partito orientato in senso democratico: eguaglianza sociale, pari opportunitĆ , dignitĆ  civile, dovrebbero ispirare la ripresa concettuale e pratica del welfare state come quadro di riferimento dell’azione della sfera pubblica, se pur declinato anche verso i nuovi principi del welfare community.

Suona per le classi dirigenti (finanza, sistemi imprenditoriali e sindacali, universitĆ , filantropia e terzo settore), cui si chiede di comprendere e far comprendere come l’investimento nelle infrastrutture sociali (casa, mobilitĆ , cultura, servizi) ĆØ appunto un investimento e non una spesa, e che la restituzione di una piena cittadinanza al popolo delle periferie genera preziose ricadute in termini di qualitĆ  del capitale umano, di ricchezza di relazioni, di imprenditorialitĆ , di mobilitazione delle risorse altrimenti lasciate a sĆ© stesse e perdute.

Suona anche per chi ancora si ostina a vagheggiare romanticamente di Navigli scoperti, fingendo di ignorare che con 500 milioni di euro si potrebbero ā€œribaltareā€ le periferie con un grande progetto di rigenerazione urbana, una riconnessione concreta e simbolica tra centro e periferia, una trasformazione nel segno dello sviluppo sostenibile, ridistribuendo opportunitĆ  di vita e non rendite. Chi si assume la responsabilitĆ  di negare questa prospettiva a Milano ed ai milanesi?

A Milano il 4 marzo si ĆØ fatto sentire ben forte il rintocco della campana delle periferie, non smette, e chiede risposte a chi governa la cittĆ .

Giuseppe Ucciero

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