UNIVERSITÀ MILANESI: FORMARE CLASSE DIRIGENTE DEI PAESI EMERGENTI?

L’Università degli Studi di Milano, a quanto si apprende dai giornali, concentrerà le sue facoltà scientifiche a Rho. La Bocconi riutilizzerà le aree ex Centrale del Latte per ergere un campus dotato di studentati e impianti sportivi; analoghi progetti sono tenuti dalle altre grandi università milanesi.

03gambaro31FBNon possiamo che accogliere con grande favore questo trend, poiché il punto focale che è emerso nel corso dell’indagine che abbiamo svolto sullo stato delle università milanesi era esattamente il lasciar avanzare un modello di città campus, dove la vecchia impostazione (di piccoli blocchi sparsi per la città) era distruttivo per educandi ed educatori, compromettendo l’idea stessa di una collegialità diffusa.

I nostri obbiettivi – PEL (Politica Economia e Libertà), think tank di politica economica, in collaborazione con l’associazione di cultura politica di ispirazione progressista FutureDem, ha sviluppato un’analisi quali-quantitativa sugli atenei milanesi: comparazione dei ranking internazionali, indagine degli investimenti in R&D, interviste a stakeholder quali prorettori, studiosi dei temi d’interesse, dirigenti e politici -; queste sono state le metodologie che abbiamo applicato nel corso della nostra ricerca. L’idea di fondo è quella di proporre Milano come hub – parzialmente staccato dal resto dell’Italia -, una realtà a parte, dove le università si sviluppano seguendo un modello di collegialità informale di matrice tedesca.

Le ragioni delle Università – Il nostro approccio ci porta in primo luogo a esporre le ragioni delle università: molti Leitmotiv che sentiamo insistentemente ripetere, sulla stampa come nei seminari specializzati, sono infatti almeno in parte fuorvianti, portando dunque questo genere di discorsi a essere controproducente.

Iniziamo con il tema dell’internazionalizzazione, spesso presentato come un valore in sé, in quanto portatore di commistione culturale e vero terreno di sfida per le università del terzo millennio, che operano in un mondo globalizzato. Si tende spesso a tacere, per esempio, che le pressioni sull’internazionalizzazione degli atenei devono anzitutto tenere conto dei vincoli di bilancio di un sistema eminentemente pubblico: educare – per esempio – uno studente francese al Politecnico di Torino costa ai contribuenti circa 30.000 euro (in quanto uno studente in fascia massima di reddito paga circa 3.000 euro di retta, ma ne costa circa 8.000). Se, terminato il percorso di studi, lo studente torna a produrre reddito in Francia, è chiaro che abbiamo solo fatto un regalo ai francesi. L’internazionalizzazione è il terreno di sfida definitivo, ma proprio per questo i suoi hidden cost vanno messi massimamente in risalto.

Secondo grande malinteso: il paese di provenienza degli studenti. È opinione diffusa che Milano dovrebbe puntare – almeno come ideale – ad attrarre principalmente studenti di altre economie mature: Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e così via. A questo riguardo il lettore consideri anzitutto che nemmeno il sistema anglosassone, l’unico che, tramite l’Ivy League, sia riuscito a creare un vero circuito di eccellenza per i rampolli delle famiglie occidentali, riesce a ottenere queste percentuali.

Si tenga quindi presente che l’Italia non dispone di un circuito di élite, solo di alcune facoltà individuali che tentano la partita della competizione internazionale. Per inciso, non disponiamo neanche di un sistema di scuole professionalizzanti: quello del “binario unico”, una taglia di livello medio-alto che si suppone debba andare bene per tutti gli studenti, è uno dei principali problemi del sistema di istruzione terziaria italiano. Si capisce allora chiaramente come questa non sia la strada da perseguire: studenti da economie mature arriveranno da programmi di scambio brevi, quali l’Erasmus o il double degree.

Osservando lo spaccato per nazionalità degli studenti stranieri le quote maggiori sono occupate da paesi dell’est Europa, principalmente Albania e Romania, e dai Brics, (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica: i paesi in via di sviluppo più dinamici).

Nonostante la vulgata ritenga spesse volte il contrario, questa composizione non è assolutamente deludente: i dati di base non vanno giudicati secondo parametri di quanto siano fashionable, ma in base agli obbiettivi prefissati. È nostra forte convinzione che la vocazione di Milano (e dell’Italia tutta) debba essere quella di formare la classe dirigente dei Paesi emergenti. Non si tratta certo di una sfida facile, ma i ritorni sul lungo termine – si pensi soltanto a un network di executive formatosi in Italia – ripagheranno ampiamente gli sforzi.

Le nostre proposte – Queste sfide non possono essere lasciate alla sola competenza delle Università: per quanto i nostri ranking indichino che Milano è ben posizionata per qualità della vita, i suoi affitti sono fra i più cari di Europa: Non possiamo limitarci ad aspettare che la costruzione di nuovi studentati universitari risolva il problema. I posti letto che, in base ai dati cortesemente fornitoci dalla Regione, sono meno di diecimila: la sola Università Statale ha più di 60.000 studenti.

A tal riguardo, viene proposto nella parte conclusiva del nostro paper di ricerca, una piattaforma, una “cabina di regia”, che sappia mettere a fattor comune le iniziative pubbliche (case a prezzo calmierato) universitarie (studentati), private (guest family) e no-profit destinate agli studenti, di cui spesso c’è poca conoscenza fra il pubblico degli studenti.

Ancora, si pensi al technology transfer. Come universalmente noto, l’Italia ha una struttura industriale di PMI (Piccole e Medie Imprese) le quali, a causa delle loro dimensioni, non possono permettersi investimenti in ricerca e sviluppo. I nostri migliori distretti industriali beneficerebbero altissimamente di un’efficacie collaborazione con gli atenei per lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie.

Peccato che la maggior parte delle imprese abbia conoscenze poche o nulle sull’argomento e di quelle che provano ad avvicinarsi ai dipartimenti di ricerca molte ne escono scottate: le loro piccole dimensione determinano infatti il loro (scarso) leverage contrattuale, per cui spesso finiscono per farsi imporre dall’università il progetto di ricerca a cui questa è interessata.

Noi riteniamo possibile aumentare il livello di sinergia fra mondo imprenditoriale e accademia. Una nostra piccola proposta in questo senso sono i cluster di tesi aziendali: tali tesi di laurea potrebbero costruire non solo un momento di arricchimento per lo studente, ma anche la creazione di un servizio per l’azienda. Inoltre, questa prassi, se diventasse consuetudinaria, rafforzerebbe i rapporti fra università e impresa.

Un singolo studente difficilmente può fare una tesi che sia un valore aggiunto per un’azienda (per esempio, un business plan), ma un cluster di quattro o cinque studenti, provenienti da diverse aree di studio (aziendale, economico-statistico, tecnico-scientifico) seguiti da un comitato di professori, può riuscirci. Sarebbe opportuno prevedere un sistema di microfinanziamenti per tali progetti, al fine di incentivarli.

Per concludere, Milano necessita di diventare una vera città universitaria: per cogliere le sfide della globalizzazione, e competere seriamente nell’arena internazionale, è necessario che Comune e Regione coordinino e si facciano portatori di una visione di insieme nella transizione verso un modello di città che sia sempre più una grande metropoli con un network universitario-collegiale diffuso. Tutti gli stakeholder dovranno fare la loro parte se questa operazione vuole avere successo.

Gioele Gambaro

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