MILANO, CAPITALE DI INNOVAZIONE (SOCIALE)

Innovation is now a city-based phenomenon!” recita uno degli slogan oggi più diffusi, a cui ammiccano le grandi capitali del mondo. Ma da dove nasce il legame tra città e innovazione? E cosa implica? E cosa si intende per innovazione? Risponde a queste domande il Rapporto sulla città. Milano 2017, promosso dalla Fondazione Ambrosianeum e presentato lunedì 3 luglio 2017, che investiga ambiti diversi: il lavoro e le imprese 4.0, le università e la ricerca, il welfare e le nuove pratiche di condivisione, dal “crowdfunding civico” alla “sharing mobility”, ai “makerspace” e i “Fablab” e altro ancora (1).

03lodigiani25FBIl legame tra città e innovazione nasce anzitutto dalla centralità che le città – e le metropoli in modo particolare – hanno assunto su scala globale, grazie a un processo di urbanizzazione che ha portato oltre la metà della popolazione mondiale a vivere nelle aree urbane; e il fenomeno è in rapido aumento. Per dirla con le parole di Michael Bloomberg (2015), ex sindaco di New York, “viviamo nel secolo delle città”: esse sono straordinari laboratori di cambiamento e innovazione, e le scelte operate in questi contesti hanno sempre più un impatto anche a livello globale.

L’innovazione è un processo contestuale e “radicato” (embedded). Ma lo spazio in cui l’innovazione è radicata, non è solo quello disegnato dalla prossimità fisica, ma è quello della prossimità relazionale. È lo spazio sia delle relazioni interpersonali faccia a faccia sia di quelle mediate dalla tecnologia e dagli strumenti della comunicazione digitale, che stanno rivoluzionando i modi di comunicare, lavorare, condividere.

Per quanto centrale, l’innovazione tecnologica non è mai solo tale, perché il suo valore lo si coglie pienamente attraverso l’uso che se ne fa. E anche quella che chiamiamo innovazione sociale è ampiamente debitrice agli avanzamenti nella conoscenza e nell’uso delle cosiddette nuove tecnologie. Però non tutta l’innovazione sociale passa attraverso la tecnologia! Ma allora che cos’è l’innovazione sociale?

L’innovazione è sociale quando le soluzioni messe in campo – che siano tecnologiche, mediate dalle tecnologie, o indipendenti da esse – sono in grado di dare risposte a bisogni sociali insoddisfatti dalle istituzioni esistenti (primo, indispensabile requisito) e, soprattutto, nel farlo, trasformano le relazioni sociali tra gli attori coinvolti. Ciò si realizza soprattutto a livello territoriale, laddove l’innovazione si ripercuote sulla vita delle persone e, potenzialmente, accresce la capacità di agire della collettività.

L’innovazione non percorre solo strade inedite, è spesso un’operazione di rinnovamento, rigenerazione, reinvenzione di ciò che già c’era. Non di rado, poi, sono strade di nicchia. Di qui, il problema di disseminare le “buone pratiche”, di valutare l’efficacia e portare a sistema le sperimentazioni di successo, di capitalizzare collettivamente i risultati. Per questo i meccanismi di coordinamento, regolazione, governance e finanziamento dei processi di innovazione urbani possono fare la differenza, assegnando alle istituzioni un ruolo fondamentale.

In modo pressoché unanime, gli approfondimenti proposti nel Rapporto “premiano” il Comune di Milano, sottolineando la propensione in particolare delle ultime due amministrazioni a sperimentare azioni e interventi capaci di produrre innovazione sociale. E non un’innovazione sociale qualsiasi.

Nel Libro bianco di Milano (2) dedicato al tema, non si lascia spazio a incertezze: nell’introduzione, l’Assessore Cristina Tajani (p. 3), da anni in prima linea su questo fronte per entrambe le giunte comunali, chiarisce che l’innovazione sociale che “conta” per la città è quella che aiuta a “ripensare il rapporto tra benessere e sviluppo, tra generazione di valore sociale e produzione di ricchezza economica, mettendo al centro le persone e la loro capacità di migliorare la propria condizione”; ciò significa “cercare soluzioni per tenere insieme, virtuosamente, inclusione e innovazione”.

Un’innovazione inclusiva è allora un’innovazione sociale che presta attenzione a chi resta ai margini, prova coinvolgere attivamente i cittadini, tramite vecchie e nuove forme di partecipazione e collaborazione, mette in rete gli attori sociali, non cancella ciò che c’era prima ma da qui parte per rigenerare il territorio, gli spazi, i legami; sperimenta nuove assetti di governance e regolazione istituzionale affinché il contesto e i legami che in esso si costruiscono e si trasformano, siano “capacitanti”, ovvero abilitino ciascuno ad apportare il proprio contributo.

È il “modello Milano” dell’innovazione, che – come i contributi del Rapporto Ambrosianeum documentano – se non può dirsi ancora pienamente realizzato, si pone dinnanzi a noi quantomeno come obiettivo credibile e condivisibile.

Rosangela Lodigiani

(1) Lodigiani R. (a cura di), Rapporto sulla città. Milano 2017. Una metropoli per innovare, crescere, sognare, Milano: Franco Angeli 2017.

(2) Tajani C., Prefazione, in Comune di Milano, Fondazione Brodolini, Libro bianco di Milano sull’innovazione sociale. Accelerare l’ecosistema locale per l’innovazione sociale, 2016, consultato il 2 maggio 2017.

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