UN ATLANTE DELL’ABBANDONO PER LA GRANDE MILANO

Il territorio è un deposito” asseriva Bernardo Secchi negli anni Ottanta tra le pagine di Casabella, in quanto “magazzino di oggetti e di segni che testimoniano del passato”. Un esteso insieme di materiali all’interno del quale è possibile anche intravvedere la presenza di numerose architetture e spazi aperti inutilizzati. In questo “arcipelago del non uso” rientrano luoghi eterogenei e appartenenti a una complessa tassonomia, che nel tempo si è accresciuta includendo situazioni riconducibili a forme e ragioni di inutilizzo molto diverse tra loro.

05garda-armentano24FBLe importanti variazioni nei sistemi di produzione, i mutamenti nella domanda abitativa, le difficili condizioni di accessibilità, gli eventi naturali e la più recente asfissia del settore immobiliare, rappresentano alcune motivazioni che nel tempo, singolarmente o congiuntamente, hanno condotto taluni luoghi ad interrompere il proprio “ciclo di vita” generando un vuoto in attesa di un processo di riuso.

Da un punto di vista spaziale il “non uso” si mostra come una condizione transcalare, interessando porzioni di territorio di differente ampiezza: vasti territori (come la regione della Rust Belt), intere città (emblematici i numerosi Borghi abbandonati presenti nei territori di montagna), ampie parti del sistema urbano (questo è il caso dell’ex Falk di Sesto San Giovanni e di tutto l’indotto ad essa collegata), oppure fabbricati o singole parti di un edificio (per esempio, gli esercizi commerciali posti ai piani terra).

Di fronte alla complessità che caratterizza questo tema, all’intenso dibattito che da diversi anni impegna il mondo politico, accademico e professionale e alla necessità di formulare delle tattiche per il riciclo di questi materiali, sorge l’esigenza di confrontarsi anche con la geografia complessiva di questo fenomeno. Ricordando le Prediche inutili di Luigi Einaudi, per poter giungere a una discussione e deliberazione, è prima necessario conoscere adeguatamente il tema trattato.

A partire da queste premesse e con lo scopo di fornire un supporto conoscitivo all’attuale dibattito, nella primavera del 2016, è stato siglato un accordo tra il Laboratorio permanente sui luoghi dell’abbandono (L’ABB) (1) e il Centro Studi PIM. Con questa iniziativa si è avviato un percorso di analisi e di riflessione che, attraverso l’identificazione dei principali episodi di inutilizzo presenti sul territorio della Città Metropolitana di Milano, sta sostenendo la costruzione di un “Atlante dell’abbandono”.

Nel primo anno di attività, grazie anche al contributo operativo di molti studenti provenienti dal corso di laurea in Scienze Geografiche dell’Università degli Studi di Milano (2), si è potuto giungere al riconoscimento di una nebulosa di luoghi composta da 580 aree inutilizzate, rilevate all’interno di 38 Comuni (3), che complessivamente coprono un’area pari a 776 ettari. Le informazioni raccolte dall’Atlante delineano la consistenza dei luoghi dell’abbandono all’interno di una figura territoriale abbastanza omogenea che ricomprende l’ambiente urbano centrale della Città Metropolitana. La costruzione di tale geografia ha consentito di poter arrivare alla formulazione di alcune riflessioni.

Emerge, innanzitutto, il rapporto tra “forme di abbandono” e territorio, in quanto alcune categorie si mostrano più presenti in talune situazioni territoriali rispetto ad altre, in ragione di particolari condizioni geografiche, sociali ed economiche. Per esempio, la maggior presenza di industrie dismesse collegate a specifici settori produttivi può testimoniare l’esistenza nel passato di un distretto produttivo locale con una forte identità (come lungo la valle dell’Olona).

Entro questo ricco quadro, inoltre, si possono riconoscere situazioni molto diverse – per estensione, localizzazione, anni di costruzione e funzione originaria – che testimoniano l’esistenza di quella tassonomia richiamata in precedenza e composta, ad esempio, da industrie, attrezzature pubbliche, edifici residenziali, cantieri interrotti, aree libere intercluse e insediamenti rurali.

I prossimi passi richiederanno sia l’inclusione di nuove realtà amministrative, sia la necessità di costruire una maggior interazione, attraverso un passaggio operativo dall’attuale “mappa statica” a un utilizzo sempre più dinamico, anche attraverso l’interazione con altri livelli tematici (vincoli, previsioni dei piani urbanistici, classi energetiche, catasto etc.). Tutto questo perché l’inedita stagione in cui si trova l’urbanistica italiana, richiede strumenti dotati di un forte pragmatismo che siano utili per definire un percorso progettuale capace di restituire il giusto valore ai luoghi dell’abbandono; perché, come ha scritto Massimo Ilardi, il “vuoto urbano non è (solo) un’astratta categoria concettuale, ma oggetto di esperienza, pratica di vita, forza produttiva di nuova spazialità, risorsa per la creazione di nuove forme di socialità” (da Negli spazi vuoti della metropoli. Distruzione, disordine, tradimento dell’ultimo uomo, Torino: Bollati Boringhieri 1999).

Emanuele Garda* e Angelo Armentano**

*L’ABB Unimi e **Centro Studi PIM

(1) Il Laboratorio permanente per i luoghi dell’abbandono è stato istituito nel 2015 presso il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali (BAC) dell’Università degli Studi di Milano.

(2) Si tratta degli studenti che, negli anni accademici 2015/16 e 2016/17, hanno frequentato il Corso di Urbanistica (docente Emanuele Garda) presente nel Corso di laurea in Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio.

(3) Questo Atlante non include il caso di Milano poiché, per tale realtà amministrativa, già da diversi anni, esiste un accurato e efficace censimento realizzato dagli uffici tecnici comunali.

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