DOPO LA VIOLENZA RIDIVENTARE LIBERE CITTADINE: COME?
Lo scorso anno, nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2016, è stata ammazzata dall’ex Sara Di Pietrantonio. Il suo femminicidio ha segnato l’inizio del percorso di
Non Una Di Meno, un movimento che si è costruito un ruolo pubblico ed è attivo su tutti i piani utili al contrasto alla violenza sulle donne. Uno dei tavoli di lavoro cruciali del movimento è quello Tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza che sta continuando nella realizzazione del Piano Femminista Antiviolenza, scritto a partire dall’esperienza e che vuole avere la capacità “di incidere concretamente sulle politiche istituzionali che dovrebbero avere il compito di contrastare la violenza sulle donne nelle sue varie forme”.
Il lavoro è un nodo critico e, nell’ultimo incontro, le partecipanti si sono confrontate sulle difficoltà che le donne incontrano nei percorsi di uscita dalla violenza, individuando le buone prassi e le esperienze maturate nelle realtà che registrano i tassi più alti di disoccupazione.
Su tutto il territorio nazionale esistono molteplici strumenti, metodologie e pratiche per l’orientamento, la formazione, l’inserimento lavorativo, l’accompagnamento all’autonomia economica e abitativa. Non Una Di Meno li ha messi a fattor comune.
Il lavoro e la formazione sono strettamente legati alla rottura dell’isolamento e alla riacquisizione dell’autostima, alla capacità di riconoscere le proprie competenze e abilità e alla possibilità, per le donne che hanno subito violenza, di garantirsi una vera e duratura indipendenza che passa obbligatoriamente da quella economica.
Ancora oggi non esistono stanziamenti specifici da parte del Dipartimento Pari Opportunità, anche se è previsto il sostegno all’inserimento lavorativo tra le azioni connesse al lavoro dei centri e nel Jobs Act è prevista la possibilità del congedo lavorativo di tre mesi.
Un’altra grande difficoltà che le donne incontrano per uscire realmente dalla violenza è quella abitativa. Uno dei primi ostacoli è dato dall’impossibilità di stipulare un contratto di affitto a causa dell’assenza di busta paga e garanzie sufficienti. Per far fronte a questo impedimento, il movimento vuole proporre l’istituzione di un fondo di garanzia che permetta una stipula del contratto facilitato per le donne, con i Centri a fare da garanti. Anche i criteri per le graduatorie delle case popolari dovrebbero essere rivisti: acquisizione dei massimi punteggi alle donne che fuoriescono da situazioni di violenza, in seguito alla permanenza in Case Rifugio, Case famiglia, case di semi autonomia o in seguito alla presa in carico presso CAV (Centri Anti Violenza).
Il Piano vedrà un’ulteriore richiesta: la messa a disposizione del 10% del patrimonio pubblico per case di semi-autonomia gestite da CAV o Associazioni di Donne, di case con affitti calmierati per donne che escono da situazioni di violenza da sole o in co-housing per una durata di quattro anni.
È stato analizzato anche il lavoro con i/le minori vittime di violenza assistita e diretta, accolti/e nei centri e nelle case. La competenza dei Centri Anti Violenza ha suoi tratti caratteristici (la protezione è affrontata in maniera congiunta a quella delle madri) che si differenziano dal lavoro dei servizi che ha un approccio neutro e tiene distinto l’intervento con le madri da quello con i/le figli/e.
Secondo l’esperienza dei Centri, i percorsi giudiziari sono corretti quando tengono insieme i percorsi delle donne-madri con quelli dei propri figli. “La violenza nella forma sia diretta che assistita compromette il rapporto genitoriale padri/figli e ha evidenti ripercussioni sulla relazione genitoriale. Un padre che agisce violenza alla donna alla presenza dei figli non è un buon padre”, partendo da questo assunto, Non Una Di Meno ritiene necessario che “l’autorità Giudiziaria e i servizi territoriali socio-assistenziali centrino sulla sola figura paterna la valutazione delle capacità genitoriali evitando l’equiparazione dell’uomo maltrattante alla donna maltrattata”.
Quando il padre, anche se violento, viene considerato adeguato, ci si trova in aperta violazione della Convenzione di Istanbul e in particolare del titolo V art. 31 (custodia dei figli). Dall’esperienza dei CAV risulta che spesso i figli siano strumentalizzati dai padri contro le donne e la convenzione di Istanbul impone che “nel determinare i diritti di custodia e di visita dei figli siano presi in considerazione gli episodi di violenza” non compromettendo i diritti e la sicurezza della vittima e de suoi bambini. Non è possibile attuare alcun sostegno se non si interrompono gli episodi di violenza, che si amplificano spesso dopo l’interruzione della convivenza familiare.
Pratica e politica si intrecciano in quello che sarà il Piano Femminista Antiviolenza. A breve avremo un “manifesto del movimento e insieme uno strumento di strategia politica d’azione nel quale ribadire il protagonismo delle donne, la regia dei centri antiviolenza nelle reti inter-istituzionali territoriali e il punto centrale: che i percorsi di autodeterminazione delle donne li decidono le donne che vivono o hanno attraversato la violenza con il supporto delle donne dei centri antiviolenza e degli spazi femministi”.
Stefania Rossi
