ARTE, SPAZI PUBBLICI E PRATICHE RELAZIONALI

Lo spazio relazionale viene definito dal professor Scott McQuire come «una posizione temporanea occupata dal soggetto in relazione a numerosi altri […]; ogni soggetto appartiene a molteplici matrici e reti che si sovrappongono e si compenetrano. L’eterogeneità dello spazio relazionale è un’esperienza chiave della globalizzazione contemporanea e richiede nuovi modi di pensare a come possiamo condividere lo spazio per creare un’esperienza collettiva».

06ciocca21FBIl relational design o arte relazionale è infatti un nuovo concetto che va oltre le tradizionali forme di comunicazione: crea una nuova tipologia di spettatore – coinvolto e impegnato – che non si può ritrovare nelle forme di design tradizionale (oggetti, stampa, video); la creazione di relazioni dinamiche e a volte instabili tra l’artista e lo spettatore, è ciò che distingue la qualità del relational da tutto il resto.

A differenza dell’arte tradizionale in cui il pubblico è fisso, statico, coinvolto in maniera passiva, nell’arte relazionale il pubblico è interattivo, diventa parte del concetto e lo muove insieme a lui. Il valore del vivere la città non può essere completamente razionalizzato: deve probabilmente essere compreso in modo più soggettivo, sensorialmente e percettivamente.

Lo storico dell’arte David Joselit ha ricostruito un percorso che va dall’opera (atto o performance) al cittadino, dal cittadino all’istituzione, dall’istituzione al Paese, creando una spirale ripetibile all’infinito, arricchendo la comunicazione di pulsioni culturali e relazionali che diventano immediatamente sociali.

La differenza tra il design “fisso o statico” e quello relazionale è che il primo esiste anche senza pubblico, mentre il secondo vive proprio grazie al pubblico. Questa forma di coinvolgimento da parte del pubblico fa sì che il design si trasformi in un’esperienza: esperienza che la persona prima di tutto sceglie di vivere personalmente, e in secondo luogo sceglie di trasmettere ad altri, formando così, come afferma Joselit, una catena senza fine. È solo attraverso la verifica dell’esperienza pubblica che possiamo attivare dinamiche positive e far comprendere il valore della cultura, dell’innovazione, della collettività.

Lo scopo dell’associazione culturale ArtCitylab è quello di far interagire istituzioni, cittadini, associazioni e fondazioni, creando un dibattito sul territorio e coinvolgendo tutte le discipline dell’arte, con un’attenzione particolare ai progetti che sviluppano format all’interno dei quali lo spettatore prende parte al processo creativo, così da rendere luogo, processo e opera, parte di un’unica dinamica.

L’idea è quella di produrre dei format estetici che coinvolgano un pubblico eterogeneo, non solo di specialisti; far partecipare il cittadino e farlo diventare parte del processo di creazione di un’opera che riflette un’identità contemporanea è alla base della ricerca del laboratorio e della missione di ArtCitylab.

Lo spazio pubblico diventa in questo modo il luogo d’incontro di una progettualità cittadina che si sviluppa a partire da un’idea creativa ma che automaticamente perde la centralità del creatore per aiutare lo spettatore ad essere attivo e partecipe del processo di creazione o di visione. ArtCityLab riporta nello spazio pubblico tradizionale molti di quegli stimoli innovativi che ormai siamo abituati a vedere sul Web, restituendo un’idea più coinvolgente della cultura e riproponendo nel contesto urbano una fruizione aperta a chiunque dei fenomeni culturali: stimoli veri di una produzione culturale che cambia radicalmente rispetto al vecchio panorama mediale e salvaguarda quello che abitualmente definiamo bene comune.

Tra i progetti attivati da ArtCityLab c’è l’opera relazionale #UpGiotto, ideata da Alessandro Ceresoli in collaborazione con il gruppo A12: si tratta di un gioco di strada, povero, di gruppo; si gioca all’aperto coinvolgendo quante più persone lo desiderano. Per giocare sono necessarie poche cose: gessetti colorati, un mazzo di carte #UpGiotto e dei segnapunti. È una gara di “disegno dettato” che aggrega le persone, diverte e lascia una traccia che non inquina, destinata a sparire in pochi giorni.

#UpGiotto è soprattutto un modo, seppure temporaneo ed effimero, per appropriarsi dello spazio pubblico, per tornare a vederlo come uno spazio da usare. Un luogo d’incontro che la pratica del gioco, ben più di altre, rende evidente. La strada diventa il foglio bianco da riempire e i passanti sono i potenziali compagni di squadra. Ma è anche un modo per guardare con altri occhi le piazze, i marciapiedi e le loro caratteristiche: le crepe dell’asfalto possono essere parti integranti dei disegni, l’angolo mai osservato è il luogo più adatto in cui sistemare la tavola con i punteggi, il gradino è il punto perfetto per far sentire a tutti la descrizione della carta da disegnare.

Giocare per strada, disegnare per terra, farlo in gruppo tra bambini e adulti è un processo collettivo di disvelamento delle potenzialità dello spazio pubblico e di quello che l’azione collettiva può fare: i disegni con i gessetti dopo poco spariscono, ma la memoria di come uno spazio può essere usato diversamente e collettivamente è una traccia più tenace da cancellare. Tra gli interventi attuati in città citiamo anche #UrbanBlog dell’artista Sophie Usunier, #Cenaconme!, e Riflessioni Riflesse dell’artista Paolo Masi.

Rossana Ciocca

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