RIFORMA COSTITUZIONALE: LE RAGIONI DEL SÌ

Il criterio di fondo con cui valutare la riforma costituzionale e la connessa riforma elettorale dovrebbe essere il seguente: l’attuale Seconda Parte della Costituzione, sia come impostata in origine sia dopo le riforme parziali cui è stata soggetta, è una risorsa o un ostacolo nel realizzare i Principi fondamentali della Prima Parte cui siamo giustamente affezionati?
imageLa memoria specifica che ci dovrebbe illuminare è quella degli anni in cui abbiamo affrontato la transizione tra il primo e il secondo sistema dei partiti. Quel criterio aveva, infatti, condotto le principali associazioni del cattolicesimo democratico, in particolar modo la Fuci e le Acli, in sintonia con ampi settori della sinistra Dc e in sinergia con radicali e Pds, a guidare il movimento referendario. La ragione di quell’impegno non era di ordine tecnico, per la fissazione di qualcuno, ma civico, etico-culturale: si avvertiva uno scarto tra la Prima Parte e la Seconda, nonché tra Prima parte e derive del sistema dei partiti dovute anche al sistema dei partiti. La Prima Parte prometteva di perseguire finalità forti, ma esse non si conciliavano con istituzioni deboli; il sistema elettorale selezionava male i candidati col voto di preferenza in enormi circoscrizioni, con costo crescente delle campagne che favoriva lobbismi e correntismi e non lasciava prevedere conseguenze chiare sul Governo, una coerenza tra consenso, potere e responsabilità.
Se facciamo un salto all’indietro, riprendiamo alcune frasi importanti di uno dei più importanti padri della Costituzione, Costantino Mortati, nella nota intervista al periodico “Gli Stati” del gennaio 1973: «Un’esatta valutazione della nostra Costituzione esige che si distingua la parte che si potrebbe chiamare sostanziale … dall’altra dedicata all’organizzazione dei poteri … Non mi pare contestabile che essa, nella formulazione dei principi racchiusi nella prima parte, sia riuscita particolarmente felice, tale da porla a un livello superiore delle altre Costituzioni emanate nello stesso periodo di tempo … (mentre) volgendo lo sguardo ad auspicabili riforme costituzionali … ricordo che alla Costituente io, quale relatore della parte del progetto di Costituzione riguardante il Parlamento, fui tenace sostenitore di un’integrazione della rappresentanza stessa che avrebbe dovuto affermarsi ponendo accanto alla Camera dei deputati un Senato formato su base regionale”.
I riformatori odierni, come spiego per esteso nel mio recente volume “La transizione è (quasi) finita” (Giappichelli) hanno in realtà inteso completare ciò che alla Costituente non si poté pienamente realizzare La riforma ha infatti al centro la revisione del bicameralismo paritario che sta all’incrocio tra due esigenze allora frustrate e non risolte né allora né in seguito.
La prima è la stabilizzazione del tipo di Stato nel senso di un regionalismo forte. La regionalizzazione del Senato è la vera chiave di volta del completamento della riforma del Titolo Quinto. Per quanto infatti si possano cambiare la struttura e la stesura degli elenchi di competenza legislativa un certo grado di sovrapposizione è comunque ineliminabile. La riforma del Titolo Quinto è quindi in ultima analisi assicurata dai rappresentanti dei legislatori regionali in Senato.
La seconda è la stabilizzazione della forma di governo, anche grazie a norme elettorali in grado di legittimare maggioranze certe e relativamente omogenee, non costrette a ricorrere a grandi coalizioni eterogenee, a transfughi o alla stampella emergenziale del Presidente della Repubblica. In questa chiave il cuore del progetto sta quindi anzitutto nella rimozione dell’irrazionalità di due Camere che danno entrambe la fiducia al Governo.
A una lettura positiva delle trasformazioni elettorali e costituzionali in corso dovrebbe condurre anche lo scenario europeo in profonda trasformazione, con le sue opportunità e i suoi pericoli. Esso richiede indubbiamente un salto di qualità. Il fatto che il nostro Paese, proprio in questo contesto europeo, vari nel frattempo riforme ragionevoli (senza seguire chimere di impossibile perfezione assoluta o pretendere la coincidenza con teorie di singoli studiosi o di singoli esponenti politici), che lo possano collocare stabilmente nella “Europa della decisione” cara a Duverger, dovrebbe rappresentare un obiettivo largamente condiviso.
Decisione che non fa venire meno nessuno dei contrappesi: né l’autonomia della magistratura e quella del Csm (il quorum per i membri laici resta sopra di quello della maggioranza di Governo), né quella della Corte (i giudici di estrazione parlamentare saranno eletti 3 dalla Camera e 2 dal Senato con quorum superiori alle maggioranze, che peraltro potrebbero essere diverse), né quella del Capo dello Stato (i cui poteri restano inalterati e il cui quorum di elezione viene anche troppo innalzato), né il contropotere dei referendum (per il quale si apre ad altre forme e in ogni caso per l’abrogativo se le firme sono superiori a 800.000 il quorum scende a un potabile quorum della metà più uno dei votanti alle politiche precedenti).
Se ci allontaniamo quindi dalla pretesa di perfezione, che non è di questo mondo, e da fantasmi inconsistenti, a queste limitate ma incisive riforme va quindi dato un laico e motivato consenso: come dire di No a un Senato ad ampia maggioranza regionale e a una sola Camera che dà la fiducia al Governo? Questo infatti è il cuore del progetto che rispecchia i criteri indicati e che è coerente con la nostra memoria.

Stefano Ceccanti

 

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