sipario – LA SCENA. CRISTINA COMENCINI AL NUOVO
LA SCENA
di Cristina Comencini,
con Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti, Stefano Annoni
“Sono una donna forte … posso resistere a tutto …” e non importa se “dentro i piani si accartocciano l’uno sull’altro … come un palazzo sventrato da un terremoto ….” e mi sento “come un tavolo senza sedie” o “come una bambola sfigurata rigettata dalla cantina”; “nessuno si accorge di quello che ho dentro”. Poi, poco alla volta, i pezzi si ricostruiscono … si torna alla “normalitĆ ” e si scopre che forse non ĆØ poi un male per una donna lasciare “tutte le porte e le finestre spalancate”.
Fuor di metafora, e al di lĆ del voluto riferimento alla tematica erotica, affrontata con spregiudicato e intelligente umorismo, la commedia porta sul palcoscenico un universo femminile complicato e pluriforme, rappresentato nelle sue sfumature più intime, con le sue più urgenti problematicitĆ : prima fra tutte il rapporto con l’altro sesso. A confrontarsi sulla scena sono due modi contrapposti di esprimere la propria femminilitĆ e vivere la sessualitĆ , di interagire con il “pianeta uomo” con il linguaggio del corpo piuttosto che con quello delle parole, affidandosi alla ragione e alla prudenza o all’istinto e a una sensualitĆ “aculturale”.
Lucia, attrice teatrale proveniente da una famiglia “borghese”, cresciuta secondo un’educazione rigidamente moralistica, con “uno o due matrimoni” alle spalle e un gran desiderio di “prendersi una vacanza da se stessa”, cerca di “sublimare” il suo desiderio recitando, trasformandosi in un'”altra” a seconda del ruolo che interpreta; Maria invece, separata con due bambini e un’ottima posizione lavorativa, si abbandona alla pura fisicitĆ , alla “bellezza” dei sensi, e recupera quella passionalitĆ giovanile alla quale aveva rinunciato sposandosi. Due personalitĆ molto differenti, frutto di altrettanto diverse esperienze di vita e di coppia, che tuttavia rispecchiano una medesima femminile ricerca di completezza, un analogo desiderio d’amore e una stessa insicurezza data dal dover rimettere tutto in discussione, ripensare “la scena” costruita nel corso dell’intera esistenza, scegliere che ruolo interpretare e che parti assegnare ai vari personaggi del proprio mondo.
Termine medio tra queste due femminilitĆ “mature” ĆØ il giovane (e disabbigliato) Luca, sedotto da Maria un sabato sera e costretto, la mattina seguente, ad assistere al confronto tra le due amiche, trasformandosi suo malgrado in personaggio della loro “recita”, vittima inconsapevole di un iniziale involontario scambio d’identitĆ , che ĆØ in realtĆ il simbolo di un gioco di ruoli molto più complesso, che coinvolge, interseca e sovrappone aspetti contrastanti e talvolta contraddittori dell’essere “donna”. Rifiutando il ruolo di mera “comparsa” nello scenario domenicale delle due donne, Luca assume una funzione molto più determinante di quella del bel “soprammobile” in mutande: non ĆØ parte della scenografia ma vero e proprio “pretesto” per lo svolgersi delle riflessioni sul possibile contatto tra i due “pianeti” maschile e femminile, per lo svelamento delle reciproche intimidazioni che separano i due sessi e l’ammissione dei timori comuni.
Incarnazione di una mascolinitĆ “inesperta e innocente”, indefinita e “amorfa”, egli viene sottoposto a un “corso intensivo” di esplorazione della psiche femminile, divisa tra ostentazione di sicurezza e fragilitĆ , indipendenza e bisogno di condivisione, modernitĆ e tenerezza. A lui ĆØ affidata l’affermazione: “Le donne trascorrono la prima metĆ della loro vita a fare progetti, la seconda metĆ a disfarli”, ma tutto ĆØ “recita”, trasfigurazione favolistica, “scena” fittizia pensata e predisposta con meticolosa illusione e consapevole autoinganno. Sarebbe molto più semplice abbandonarsi, lasciare “tutte le porte e le finestre spalancate”, fluttuare sulla vita, senza maschere nĆ© esibizioni di forza, senza paura, ma anche senza desiderio nĆ© tensione.
Pur offrendo alle due donne lo spunto per ripensare se stesse nel loro ruolo di compagne e madri, talvolta prevaricatrici nei confronti di figure maschili che risultano deboli e rinunciatarie (e perciò in qualche modo “colpevoli”), Luca esce sconfitto dal confronto con una femminilitĆ forte nella sua fragilitĆ , sensibile ma abbastanza esperta della vita per sapere che non vale più la pena di rinunciare alla propria natura per inseguire uomini ideali, fare a meno dei sogni in favore di miti irraggiungibili; se gli uomini “veri”, forti, “seri” e pronti ad assumersi le proprie responsabilitĆ si nascondono “nella grotta in cui li ha condotti un favoloso pifferaio magico”, le donne non rinunciano invece alla “scena” e scelgono di restare se stesse, con “tutte le porte e le finestre spalancate” (ora in senso puramente metaforico ed etico), e di tenere alzato il “sipario”.
Se sognare significa in qualche modo “fingere”, allora essere donne e saper recitare magistralmente può essere considerato un privilegio. E se ciò comporta il dovere di “parlare con l’idraulico da uomo a uomo” … pazienza; anche questa può essere una “parte” accettabile nella “Scena” della vita-di-donna.
Uno spettacolo entusiasmante che, come purtroppo raramente accade, riesce a sorprendere lo spettatore fino alla chiusura del sipario, non solo mantenendo l’implicita promessa di divertirlo ma anche di coinvolgerlo in maniera intelligente in un gioco di specchi e scambi che lo fa illudere di trovarsi in posizione onnisciente e privilegiata rispetto ai personaggi (soprattutto rispetto al protagonista maschile), per poi rivelargli con simpatia la sua ingenuitĆ e l’incapacitĆ di sciogliere la complessitĆ di situazioni solo apparentemente scontate.
Un gioco magistralmente orchestrato dalle due attrici protagoniste, ironiche e autoironiche, rappresentanti, al pari dei personaggi che interpretano, di una femminilitĆ variegata e complice, capace di realizzare una solidale rivincita sulle delusioni della vita, sulla necessitĆ sociale di darsi un ruolo e una posizione, di costruirsi una “scena” stabile e definitiva. Attraverso le figure di Angela Finocchiaro e Maria Amelia Monti, il teatro si fa metateatro, il palcoscenico diviene un ambiente familiare (anche grazie alla scenografia che ripropone un interno domestico, femminile, giovane e realistico) in cui gli attori si muovono con disinvoltura e senza maschere (addirittura senza vestiti!), proponendo non una “recita della vita” ma una rappresentazione della vita stessa nel suo essere un intreccio imprevedibile di scene studiate e improvvisazione.
Chiara Dipaola
In scena da martedƬ 24 febbraio alla Fondazione Teatro Nuovo Piazza San Babila, Milano
questa rubrica ĆØ a cura di Emanuele Aldrovandi e Domenico G. Muscianisi
