USCIRE DALLA CRISI IN SETTE MOSSE
Se si vuole affrontare la crisi forse non basta analizzare cause economiche e politiche, forse occorre andare alla radice dei paradigmi culturali dominanti che ci hanno portato fin qui. Ci hanno provato due lavori, pubblicati da Feltrinelli, che sono involontariamente complementari. Primo dato in comune (a parte l’editore e la tipografia): entrambi sono scritti con “doppio sguardo” (direbbe Marina Terragni) cioĆØ insieme da un uomo e una donna. “La societĆ generosa” di Pier Mario Vello e Martina Reolon ĆØ stato stampato in febbraio di quest’anno, “Generativi di tutto il mondo unitevi!” di Mauro Magatti e Chiara Giaccardi in marzo 2014, freschi di stampa dunque.
Entrambi partono dalla crisi di oggi e ne inseguono le caratteristiche di paradigmi culturali che si vanno a schiantare, portando con se dissesti, dolore, diseguaglianza, depressione. Entrambi impostano un paradigma etico, ovvero di valori comuni e condivisi che formano una comunitĆ , che non ĆØ solo morale individuale o religione rivelata.
Entrambi guardano a un “nuovo umanesimo” che nell’illuminismo ha le sue radici. Vello e Reolon parlano delle origini laiche oltrechĆ© religiose della filantropia che ha come sfondo la lotta alle diseguaglianze e il riconoscimento della universalitĆ del genere umano. Ma soprattutto danno alla generositĆ e al dono un carattere fondante di un’identitĆ moderna. Donare ĆØ riconoscere ed essere riconosciuto, ĆØ includere, ĆØ atto primario, ĆØ gratuitĆ e insieme utilitĆ . “Significa vivere l’esperienza di una appartenenza interpersonale e anche comunitaria che amplifica, ma insieme limita la personalitĆ e l’identitĆ di ciascun individuo.”
Se “il paradigma individualista ĆØ riduzionistico, atomistico,utilitaristico. In esso ĆØ la composizione degli interessi dei singoli che forma la societĆ .” e “il paradigma olistico, al contrario, spiega tutte le azioni, individuali o collettive, …come manifestazioni dell’influenza esercitata dalla totalitĆ sociale sugli individui (funzionalista, strutturalista e istituzionalista)”. Il dono rappresenta “il terzo paradigma,orizzontale e pervasivo” (come lo chiama CaillĆØ),in contrapposizione alla verticalitĆ dall’alto dell’olismo e a quella dal basso dell’individualismo.
Questo processo comporta che la coscienza origini la propria autocoscienza nel rapporto con l’altro, un processo che non si chiude in sĆ©, non ĆØ un cerchio ma una spirale. Aver dimenticato il dono e l’escludere la generositĆ dagli elementi fondanti della societĆ ĆØ sintomo e allo stesso tempo causa del disagio contemporaneo. PoichĆ© attraverso il dono si struttura l’immagine del bene, la relazione reciproca realizzata nella generositĆ attua una vera e propria formazione del “futuro socialmente desiderabile”. “Il dono ĆØ un atto etico di costruzione politica”.
Nel saggio di Vello e Reolon il discorso si concretizza poi nel difficile percorso di una cultura generosa e inclusiva, attraverso le crisi economiche, i miti ideologici, la crisi del welfare, fino ai dati concreti sul ruolo delle fondazioni e della filantropia laica (non solo “corporate”) nel mondo intero.
Pier Mario Vello ĆØ stato per otto anni Segretario Generale di Fondazione Cariplo. Alla fine di giugno una malattia fulminante ce l’ha portato via. L’assenza di rappresentati istituzionali di Comune di Milano e Regione Lombardia al suo funerale ĆØ stata la conferma più ridondante (al di lĆ di tanta retorica del rapporto tra “pubblico” e societĆ civile e terzo settore) di quanti ritardi di comprensione, di quanta presunzione di primato e assolutezza, quanta sterile autonomia ancora regnino nei mari della politica.
Magatti e Giaccardi partono invece dall’affermazione della libertĆ . “Tutti ci pensiamo e ci vogliamo liberi. Siamo perdutamente innamorati della libertĆ ”. Ma la nostra libertĆ (che non ĆØ solo “mia”) ĆØ impegnativa e sfidante (come ogni grande amore). Ć insidiata da scienza e tecnologia (che pure hanno contribuito al suo sviluppo), da mercato ed economia, deve fare i conti con se stessa.
Nell’era della “globalizzazione” la libertĆ di massa si ĆØ pensata nei termini di pura apertura. Ma che fosse “sfida al padre”, o ricerca del nuovo e dell’eccesso, o inseguimento del piccolo godimento seriale del consumo,la strada ĆØ stata quella di un individualismo sempre più spinto, di un “nichilismo sorridente”. Come se la “volontĆ di potenza” (di nietzscheana memoria …) si riducesse a una sorta di adolescenza storica e culturale.
Come andare oltre questa fase? Occorre superare alcuni miti come quello dell’autonomia e dell’autorealizzazione (“nessuno può vivere se non in rapporto alla realtĆ che lo circonda, che lo limita, certo, ma al tempo stesso lo “abilita”). E occorre imboccare la maturitĆ che viene (secondo Erik Erikson e secondo gli autori) dalla generativitĆ . Al soggetto, superata l’autocentratura adolescienziale, ĆØ richiesto “un decentramento” da sĆ© e la disponibilitĆ ad aprirsi all’altro (dimensione intersoggettiva), agli altri (dimensione sociale), al tempo (dimensione intergenerazionale) attraverso l’assunzione di un atteggiamento “di cura e di investimento per ciò che ĆØ stato generato per amore, per necessitĆ o caso”.
Generare non ĆØ solo ‘fare figli’. Generativi si diventa. Generare ĆØ più di un atto biologico: ĆØ simbolico, politico, antropologico. Ć farsi tramite perchĆ© qualcosa che vale, grazie a noi (alla nostra disponibilitĆ ) possa esistere. Ć generativo un educatore, ĆØ generativo l’imprenditore, ĆØ generativo l’artigiano e l’artista, il volontario, il professionista, la guida spirituale, il professore, l’amministratore locale, il terapeuta …. . Ć generativo chi riesce a trasformare un trauma in energia positiva.
Nessun rimpianto dunque per la “societĆ solida” ma attenzione alla mobilitĆ della “societĆ liquida” cercando la via del rafting una discesa nel fiume della vita facendosi portare e insieme cercando di darle una direzione, un senso.
Per fare questo occorre avere un particolare carattere. Primo: eccedere (che non ĆØ eccesso), ovvero cercare una vita ulteriore,un salto di qualitĆ ,una condizione migliore. Secondo: intraprendere, assumere responsabilitĆ personale, rischio. Terzo: valorizzare, cioĆØ far crescere, curare, facilitare. Quarto: personalizzare ovvero trovare la propria singolaritĆ , unicitĆ , stile. Quinto: creare alleanze ovvero creare partecipazione, contagio, diffusione. Sesto: essere resilienti ovvero flessibile e resistenti, capaci di superare le crisi, di andare avanti anche quando non si ĆØ riconosciuti, disposti al sacrificio (dal latino sacrum facere, rendere sacro, sottrarre alla banalitĆ ). Settimo: essere sostenibili ovvero restituire al territorio, alla comunitĆ , alle nuove generazioni.
Questi e molti altri ancora i suggerimenti di Magatti e Giaccardi che cercano di immaginare un “nuovo soggetto storico per una nuova epopea della libertĆ ”, dialogando con molti dei temi emersi in questi anni, dalle opportunitĆ della rete al tema dei “beni comuni” come laboratorio di nuove forme istituzionali, dalla libertĆ religiosa verso un umanesimo integrale all’impresa come istituzione plurale (riscoprendo Olivetti), all’investimento strategico sull’educazione (o “capacitazione” come la chiamano Amartya Sen e Martha Nussbaum).
E speriamo che gli autori abbiano ragione quando scrivono. “I germogli di una nuova primavera cominciano a spuntare persino nel terreno arido e ormai sterile delle societĆ dei liberi. Chi ha l’orecchio fino giĆ la sente, chi non ha smesso di ascoltare la realtĆ giĆ ne ĆØ avvolto: non un vento impetuoso, ma una brezza leggera si alza dentro e attorno a noi. …. generativi di tutto il mondo unitevi!!
Pier Vito Antoniazzi
