GIULIANO PISAPIA TRA IL LABIRINTO E IL LETTO DI SPINE
Ci voleva, e come se ci voleva la vittoria di PD-Renzi anche e soprattutto a Milano. Un segnale che la vittoria del centro sinistra alle ultime comunali era un’inversione di tendenza e non un accidente della storia politica milanese. Lascio volentieri agli analisti del voto il loro compito – chi siano gli artefici della vittoria – io so solo che lunedƬ mattina, dopo tanto tempo, mi soni svegliato di buon umore. Ci voleva perchĆ© alle volte viene da domandarsi se la vicenda di Expo 2015 non sia in realtĆ che l’ultimo atto di una tragedia, una tragedia perfetta: unitĆ di tempo (il nostro), unitĆ di luogo (Rho-Pero), unitĆ d’azione (Expo 2015).
Tragedia greca con le sue maschere e soprattutto il coro. Da una scena all’altra trascorre un personaggio, il sindaco Giuliano Pisapia, incrollabile nella sua fede in un successo ma maledettamente sfortunato. Forse ĆØ un eroe omerico e dunque ce la farĆ . Tutto complotta contro di lui e quando il mattino apriamo il giornale, tremiamo: colpi micidiali, scenari che nemmeno il più maldisposto scenografo riuscirebbe a inventare. L’ultimo ha addirittura un aspetto labirintico: penso alla vicenda Maltauro. Che sia stato violato il protocollo di legalitĆ sembra ovvio dal punto di vista “politico” ma non con altrettanta sicurezza dal punto di vista giuridico. Avvocati del Comune e della societĆ Expo sono al lavoro e se il sindaco sembra sicuro, la societĆ Expo e il suo amministratore delegato sembrano più cauti.
Più volte abbiamo detto che le leggi italiane sono un labirinto e quelle in materia di appalto pubblico sono il labirinto dei labirinti. Alla vicenda s’intrecciano poi questioni collaterali ma non marginali come il problema dell’occupazione degli addetti. La rescissione del contratto non ĆØ poi una procedura cosƬ semplice ed ĆØ ben difficile che avvenga senza un’interruzione dei lavori in cantiere più o meno lunga. Ma perchĆ© sembra che tutti questi problemi li debba risolvere Pisapia? PerchĆ© ĆØ a lui che si chiede di spiegare la scelta di Celant come curatore della mostra Art&Food e il relativo compenso? Mostra che costerĆ 5 milioni e passa per il suo allestimento? Il tutto in affidamento diretto e senza alcuna gara? PerchĆ© si chiede praticamente a lui conto degli altri incarichi e dei relativi costi (Triennale 622 mila euro, Fondazione Feltrinelli 1,8 milioni, Fondazione Mondadori 850 mila euro)?
Senza trascurare le osservazioni di chi (Pinacoteca di Brera) lamenta per una sproporzione tra i destinatari dei contributi in conto Expo, un’osservazione va fatta. Expo SPA ha questi soci: Governo della Repubblica Italiana (Ministero dell’Economia e delle Finanze, 40%), Regione Lombardia (20%), Comune di Milano (20%), Provincia di Milano (10%), Camera di Commercio Industria Agricoltura e Artigianato (10%). Il Comune di Milano ĆØ un socio di minoranza e soprattutto il sindaco non ĆØ più nemmeno commissario. Maurizio Martina, bergamasco, ĆØ stato delegato dal Consiglio dei Ministri per occuparsi di Expo 2015. Cosa voglia dire e che poteri abbia ĆØ una nebulosa.
E però, a cominciare da due amici, Giangiacomo Schiavi sul Corriere della Sera, cui si affianca Marco Vitale con una sua lettera aperta, tutti fanno appello ai “milanesi” perchĆ© si diano da fare, perchĆ© siano “positivi”, perchĆ© riscoprano le vecchie virtù civiche che hanno fatto grande Milano. Ottimo ma mi sia permessa un’osservazione: tutto questo mentre i poteri decisionali sono altrove ma non certo alla “civitas” milanese. A cominciare dal suo sindaco. Dobbiamo solo assistere attoniti ai rigurgiti di un malaffare per impedire il quale avevamo idee ma non strumenti? Il sindaco Pisapia si ĆØ “beccato” la “legacy” (“ereditĆ ” per i monoglotti caparbi), un letto di spine, senza il beneficio di inventario: non dimentichiamolo mai. Grazie dunque per le esortazioni, ma vorremmo anche che si esortassero i decisori di certe operazioni a uscire allo scoperto dichiarandosene padri o madri e dandocene conto. Tanto per cominciare, anche solo per ringraziare o forse no.
Luca Beltrami Gadola
