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LA RIAPERTURA DEI NAVIGLI E IL CALENDARIO DI FRATE INDOVINO

La questione della riapertura della fossa interna dei Navigli, con annesse conche, ricompare di nuovo. Siamo nel 2015 e sembra calzare a pennello il pensiero spirituale, quella frasetta che compare sotto l’immagine del Cappuccino che fa da testata da Calendario del Frate Indovino per l’anno in corso: “Quando la nostra mente è meno luminosa, il nostro cuore meno generoso, noi diventiamo ostinati; l’ostinazione nasce dalla povertà dell’animo“.

01editoriale10FBQuesta è forse la causa di tanta ostinazione nel riproporre il problema dell’apertura della fossa interna dei Navigli da parte di un gruppo d’intellettuali milanesi, tra i quali conto molti amici, le cui opinioni, come questa, non sempre condivido. Ne ho parlato sulle nostre colonne e in qualche convegno ma non sono riuscito a convincerli. Voglio provarci una terza volta perché ormai mi sembrano in preda alla sindrome decameroniana: mentre la peste fa strage noi ce la contiamo sù.

La loro “cocciutaggine” deriva anche dal successo ottenuto al momento dei referendum nel 2011 il cui ultimo requisito era:
Volete voi che il Comune di Milano provveda alla risistemazione della Darsena quale porto della città ed area ecologica e proceda gradualmente alla riattivazione idraulica e paesaggistica del sistema dei Navigli milanesi sulla base di uno specifico percorso progettuale di fattibilità?“. Si trattava di un quesito trappola perché isolato. Sarebbe come fare un referendum con un quesito di questo genere: “Volete che il Comune risistemi i marciapiedi, levi le buche dalle strade, rifaccia le pendenze in modo che non si formino poco estetiche pozzanghere grandi come laghi?“. Chi avrebbe riesposto di no? Ma se si fosse aggiunto che per farlo la TASI potrebbe aumentare di molto o che si sarebbe dovuto rinunciare a una serie di servizi o alla riduzione delle manutenzioni scolastiche o ad altro, chi avrebbe votato si? I referendum devono essere fatti correttamente chiarendo ai cittadini che ogni decisione è anche una scelta: tutto non si può avere.

Ho già detto che l’investimento necessario per quest’opera, anche partendo da una realizzazione a lotti, è inesorabilmente all’ultimo posto nella scala delle priorità delle dissestate finanze del Comune e già questo dovrebbe bastare; vedo quest’operazione con l’effetto orizzonte: più ti avvicini e più si allontana. Sul tema ho già scritto in due occasioni: il 17 aprile 2012 e ancora il 28 novembre 2012. Ora vorrei provare con argomenti nuovi: la progettazione. Lascio da parte quella tecnica, perché avendo realizzato personalmente alcune opere edili in fregio alla fossa mi mettevo le mani nei capelli già allora, quando il sottosuolo di Milano era meno “incasinato” di adesso.

Voglio parlare della progettazione architettonico/urbanistica. Mettere mano alla fossa interna, e magari al “tumbun de San Marc” – con gran gioia del proprietario del parcheggio sotterraneo – vuol dire riprogettare e rimaneggiare una fascia di città larga almeno 100 metri, cinquanta a destra e cinquanta a sinistra, lungo tutto il percorso della fossa interna. Quando dico riprogettare intendo rendere utilità paesaggistica alle due sponde, attrezzarle per la sosta e il passeggio e l’ormeggio, rendere le vie che si intesteranno sulle nuove rive dei Navigli non degli orrendi cul di sacco, tenere conto di tutte le attività commerciali che oggi si affacciano su quel percorso, progettare illuminazione e parapetti, insomma un progetto dettagliato molto complesso – e costoso – del quale pare si stia occupando una dotta commissione del Politecnico di Milano sotto il benevolo sguardo dell’assessora all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris, «è molto interessante e affascinante» dichiara. Il passo successivo è quello della valutazione economica: «La complessità e l’importanza dell’intervento non possono essere gestiti frettolosamente, senza sottovalutare la necessità di reperire le risorse. Abbiamo segnato il punto di partenza, continueremo affinché il sogno pian piano possa diventare risorsa e nuova qualità per Milano».

Non si può darle torto nelle cautele. Eppure, malgrado tutte le buone intenzioni e pur sapendo che se tutto va bene ne parleremo tra anni e anni sperando di essere ancora in vita vista l’età: allora le mie mani saranno tremanti e la tastiera del Pc o un nemico o un inutile ricordo ma forse sarò dotato di un chip sottopelle che consentirà alle mie sempre più lente sinapsi di dettare automaticamente o trasmettere il mio senile pensiero su Facebook o qualche altra diavoleria. La vocazione a rompere i c**** non passa con l’età.

Ma non è solo questa la mia preoccupazione. Visto come vengono finite le opere pubbliche a Milano – vedere l’odierno – mi si drizzano i capelli e non voglio aggiungere nulla a quanto ha magistralmente scritto Giacomo De Amicis sul numero scorso di ArcipelagoMilano: prevarrà certamente il “paradosso della tecnica” e in questo caso la “tecnica” – le interferenze con i sottoservizi – saranno terribili: tra l’altro, da oggi a quel dì, nessuno penserà al futuro dell’apertura della fossa interna dei Navigli. Non lo si è fatto a suo tempo per i parcheggi sotterranei, nemmeno col censire le fondazioni su pali degli edifici che oggi sono la delizia delle nuove linee di metropolitana, perché farlo per la fossa dei Navigli? Viene voglia di dire teniamoci quel che c’è perché il futuro, se non cambiano le cose, potrà essere terribile.

Luca Beltrami Gadola

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