LA LIBRERIA HOEPLI
Milano: ‘Nu piezz’ ‘e core’
Una fotografia di un secolo fa di corso Vittorio Emanuele mostra sopra i tre archi d’ingresso della Galleria De Cristoforis, mentre un tram sopraggiunge dall’altro lato della strada, una grande insegna: Ulrico Hoepli. Non rimane nulla: la Galleria De Cristoforis, inaugurata nel 1831, espressione della modernità milanese, chiusa da una volta di vetro e ferro, venne abbattuta negli anni trenta, i binari furono divelti qualche decennio fa e la strada fu pedonalizzata, la libreria fondata nel 1870, fu costretta dalla demolizione a cercare un’altra sede in via Berchet e un’altra ancora, per colpa questa volta delle bombe, in corso Matteotti.

Infine dal 1958 dietro Piazza San Fedele, nella via che sarebbe diventata “via Ulrico Hoepli”, omaggio al fondatore, imprenditore svizzero nato nel 1847, nel palazzo di Luigi Figini e di Gino Pollini, che sarebbe diventato “Casa Hoepli”. Finirà anche Casa Hoepli: le si prospetta un avvenire da grande albergo superlusso. Il luogo e i tempi ovviamente favoriscono la trasformazione. Tanto per non lasciar nulla al passato, alla tradizione, alla nostra stessa memoria personale, alla nostra stessa esperienza e a una idea di città, idea evidentemente superata, un’idea relativa alla sua configurazione fisica e ancor più ai valori delle relazioni sociali… ed è forse peggio.
Si sa che la storica casa editrice e la storica libreria sono state poste in liquidazione. Decisione firmata un mese fa. Cassa integrazione per un’ottantina di dipendenti. Proteste, raccolta di firme, il sindaco Sala in campo, il socio di minoranza che si oppone alla chiusura, l’idea di invocare la definizione di “bottega storica” (per sperare nei contributi dell’Unione europea).
C’è di che essere pessimisti. L’affare immobiliare è assai ricco, vale assai di più di una libreria in tempi di Amazon, di e.book, cioè di commerci via etere, di quella profonda e deleteria crisi culturale che investe i nostri tempi.
I ricordi ci porterebbero molto lontani: alla intima raffinatissima Einaudi del partigiano Vando Aldrovandi, alla Feltrinelli di via Manzoni a poche decine di metri dalla sede editoriale di via Andegari, alla sopravvissuta libreria Bocca in Galleria, due secoli e mezzo di vita, la più antica libreria d’Italia, riconosciuta “locale storico”.

La Hoepli ha sinora resistito, grande, enorme addirittura per le aspettative di una paese che legge poco come il nostro. Aggirarsi per i suoi saloni, al piano, sopra, sotto era perdersi ed era perdere ore ed ore, non tanto tra le novità, in mezzo alle quali si potevano anche dimenticare le pile di libri di Bruno Vespa o di Paolo Mieli, ma altrove dove in fila, ordinati, si potevano contare e ritrovare gli “specialismi”. Ho passato ore ed ore a consultare guide di montagna, la mia passione, che non potevo ritrovare da nessuna altra parte, a sfogliare testi di storia o splendidi repertori d’architettura, indisturbato, respirando il profumo delle pagine.
Ma la vicenda della Hoepli non è solo negli scaffali, si ritrova anche nella geniale invenzione (ispirata dall’editore MacMillan di New York) dei manuali, che per due secoli sono rimasti a testimoniare l’evoluzione della scienza, della tecnica e comunque delle scienze umane. Li si può ritrovare nelle bancarelle dell’usato, nelle nostre cantine come nelle biblioteche delle più importanti università e nelle botteghe degli antiquari. Su internet, naturalmente, a prezzi che possono toccare due o trecento euro.
Libri sobri, nati nel 1875, testi di facile lettura, di rapida consultazione, tascabili, una rivoluzione che voleva rispondere alle esigenze di professioni e mestieri che andavano emergendo, dalle copertine talvolta “floreali”, altre volte strettamente “geometriche”, infine a colori vivaci, testimonianze di un bisogno d’apprendimento in un paese che cercava di progredire nella modernità. In fondo rappresentavano un orizzonte di progresso e una fiducia laica nel lavoro. “Il manuale del tintore” fu il primo nel 1875. Poi arrivò “Il manuale dell’ingegnere civile e industriale” (1877). Alcuni titoli: “Costruzioni in cemento armato”, “Caseificio”, “Acque minerali artificiali. Acque gassose. Bevande senz’alcool”, “Il marmista”, “Orologeria moderna”, “L’industria saponiera”, “Il calcolo differenziale e integrale reso facile e attraente”, “Confezione d’abiti per signora e l’arte del taglio”, “Il naturalista preparatore”, “Estetica. Lezioni sul bello”. Eccetera eccetera. La varietà era il paradigma. Rispondere a qualsiasi esigenza, teorica o pratica, di conoscenza.
Forse non è più tempo. Bocciati i manuali dall’evoluzione della tecnologia e soprattutto della comunicazione, ma bocciata anche la città, da luogo di convivenza, da espressione di una comunità operosa a oggetto di consumo. C’è da chiedersi che rapporto possa avere l’universo dei cosiddetti eventi, delle settimane a tema, del turismo, delle strade percorse dal popolo dei trolley, delle affittanze brevi che in nome del profitto espellono ciò che resta della “cittadinanza”, con la “residenzialità”, con la lentezza delle librerie, luoghi che chiedono interessi, attenzioni e tempo e che per sopravvivere, bene o male, si sono spesso “realizzati” in altre forme: colpisce entrare per cercare un libro e essere colti dagli effluvi di salse e di fritti di pessimi snack bar, di paninerie, di bibiterie, quando i libri diventano decoro insonorizzante alle pareti. Per sopravvivere, appunto. Certo una pasta riscaldata o un prosecco possono attrarre e attirare clientela disposta a spendere i buoni pasto del mezzogiorno.
In queste circostanze un albergo cinque stelle, con tanto di ristorante che si affaccia sui portici e tavolini connessi, ha più chances di una libreria, che paga tutte le novità di questo mondo e tutte le sue miserie.
C’è da chiedersi se non ci siamo già arresi ad una prospettiva che logora ogni possibilità e ogni speranza di convivenza nella pluralità delle funzioni, delle forme, delle culture e non solo per le bombe vere che piovono qui e là ma anche per quelle metaforiche di mode e costumi, piegati alle logiche insaziabili del mercato, del conformismo e della noia (perché si dovrà riconoscere che un centro urbano consegnato al terziario e al terziario del turismo non sarà solo classista, ma sarà anche noioso). La città di “Metropolis”, il capolavoro di Fritz Lang girato un secolo fa (1927), brutalmente divisa tra ricchi, ai piani alti, e poveri costretti al lavoro nei sotterranei, non lascia spazio ai libri. Ma neppure il più recente “Blade Runner” (il film è di quarantaquattro anni fa) lo lascia. Philip K. Dick, l’autore del romanzo ispiratore, scritto nel 1968, ambientava la cupa e crudele avventura proprio ai nostri giorni, all’inizio del ventunesimo secolo. Se non possiamo conoscere il futuro, la fantascienza però mette in guardia.
Oreste Pivetta

A proposito della dolorosissima chiusura di Hoepli, rimando per memoria ad un articolo di Susanna Tamaro pubblicato da Corsera il 30 ottobre 2017 a proposito della fine di una storica libreria ad Orvieto. Se le amministrazioni comunali in tutta Italia non decidono prima o poi di preservare come ORO il patrimonio storico delle botteghe ed esercizi locali, tra qualche anno le nostre cittá non si distingueranno piú da una qualsiasi cittá cinese, araba o del midwest americano.
Torino, da anni, ha scelto di preservare molte librerie storiche, Milano no.